Verde a perdita d’occhio in tutte le sfumature immaginabili, antichi cammini che dalla romana Via Postumia si ramificano verso la pianura Padana, gioielli d’arte medievale da riscoprire, squisiti ravioli preparati con millenaria consuetudine ed eccellente Cortese di Gavi d.o.c.g. Siamo in Val Lemme (Alessandria), uno spicchio di Piemonte chiuso dai monti dell’Appennino ligure.
Mix di pianura, collina e montagna, questo territorio possiede un duplice volto. Da un lato la natura selvaggia, di una primitiva bellezza, che trionfa nel Parco naturale delle Capanne di Marcarolo, con sentieri escursionistici diretti da Voltaggio e dal Passo della Bocchetta (772 m s.l.m.) ai monti Tobbio (m1092 s.l.m.), Figne (m1173 s.l.m.) e Leco (m1072 s.l.m.), confine naturale tra Piemonte e Liguria.
Dall’altro lato, l’ordinata razionalità dei filari di vite, dello stile ligure nelle tenute costruite nel ‘500, ’600 e ’700 dalla classe dominante genovese, ora inserite nel “Percorso delle ville”, e dell’architettura romanica che qui vanta alcuni suggestivi esempi.
Nel 972 Gavi era un locus et fundus, cioè un modesto nucleo demico con un proprio territorio. Per le funzioni religiose faceva capo alla pieve di Santa Maria in Lemoris (Lemme). Quando, durante il XII secolo, lo sviluppo del borgo portò alla fondazione, nel 1172 (ca.), della chiesa di San Giacomo all’interno dell’abitato, la pieve rurale di Santa Maria perse d’importanza.
Innalzato nel X secolo su un terrazzo roccioso naturale, quest’edificio per i magisteri applicati è ritenuto una delle più arcaiche istituzioni cristiane della provincia di Alessandria.
Chi ricerca e osserva la plebs Lemoris avverte con sorpresa una certa difficoltà nel riconoscerla. La sua attuale collocazione in aperta campagna, a ridosso di alcuni rustici, la confonde con l’ambiente agreste. Questa possibile mescolanza con i manufatti che la circondano non nasce a caso.
Innanzitutto la zona agricola isolata, comune alle ubicazioni plebane, rende compatta unità al paesaggio e mimetizza chiese e case in un unico e coerente disegno contadino. Inoltre in essa si riflette lo sviluppo, progredito e compiuto, della tecnica espressiva dell’architettura rurale, evidente nel modellato incerto e mosso della grossa grana sulle superfici della tessitura muraria.
Giunti a Gavi la pieve di San Giacomo val bene una visita.
La chiesa nella disposizione a fuso composito della cittadina, sormontata dallo sprone roccioso su cui si innalza un poderoso forte, occupa il vertice d’incontro delle due vie principali.
Semplice e armonica l’architettura religiosa, nonostante la costruzione di una volta barocca, ha mantenuto l’impianto medievale. Osservando la facciata a spioventi, realizzata con squadrati blocchi di pietra calcarea grigio-chiara, lo sguardo si posa sulla scena sopra al portale, nata dalla fusione di due temi: la Majestas Domini e l’Ultima Cena.
La singola formula iconografica sottintende l’ardito sincretismo di due episodi, che su alcuni timpani dei portali di chiese nelle regioni sud-orientali della Francia sono solo accostati.
Il soggetto, la Pentecoste, è stato definito dall’artefice, forse ricalcando un modello oggi non più esistente, su due registri. Quello inferiore, posto sull’architrave, rappresenta l’adunanza degli Apostoli allineati davanti alla tavola imbandita con vistosi pesci al posto delle consuete formelle di pane. Quello superiore, scolpito nel lunotto, raffigura la colomba, simbolo dello Spirito Santo, e due angeli in volo disegnati sul dorso e non di profilo, com’è invece più comune. Inoltre i cherubini hanno il loro punto di convergenza nel Cristo che, collocato in coincidenza col centro geometrico della lunetta e contemporaneamente partecipe ai due diversi momenti, poggia i piedi su una testolina.
Non è facile ricostruire la rete di relazioni che ha consentito l’acquisizione e l’elaborazione di questi motivi. Spie di un contesto culturale di cui l’Oltregiogo appare informato in tempi insospettatamente brevi sono i rimandi con il pontile di Modena (1160-1175), con cui la lunetta gaviese condivide la centralità della scena eucaristica e il pulpito pisano (1159-62) di Guglielmo, in cui compaiono citazioni dell’arte tardoantica e paleocristiana, come i grossi pesci presentati sulla mensa e l’elegante sgabello su cui Gesù poggia i piedi.
All’apparato scultoreo di Gavi lavorò anche magister Albertus, un abile artista itinerante che poco prima aveva collaborato alla realizzazione del portale di San Gottardo (1150-1160), nel Duomo di Genova.
La sua presenza a Gavi non è causale. La storia e le vicende militari che interessarono questo burgus, a partire dalla sua fondazione, nel XI secolo, e il territorio della Valle Lemme furono sempre legate a quelle della Repubblica genovese, interessata al controllo strategico delle direttrici di comunicazione con la Padania, per agevolare e proteggere i propri commerci.
Pochi chilometri e panoramici saliscendi, compresi nella Strada del vino, separano Gavi dall’area archeologica di Libarna, dall’abbazia di San Remigio e dal borgo di San Cristoforo.
Libarna, riscoperta durante i lavori per la costruzione della ferrovia Torino-Genova (1846-1854), è ricordata da Plinio tra i nobilia oppida della Liguria interna.
Ricca e densamente abitata, costituiva il primo importante insediamento che la Via Postumia incontrava scendendo dall’Appennino in direzione di Dertona.
Sembra che il declino della città sia iniziato in età tardoantica, parallelamente a quello dell’arteria viaria. Sepolture a inumazione (VII-VIII sec.), arredi liturgici (seconda metà del VIII sec.) provenienti dalla pieve di Libarna e reperti rinvenuti in una fornace per ceramica (IX-X sec.) attestano nell’area del Rio della Pieve una continuità di insediamento nell’altomedioevo.
Il monastero di San Remigio, presidio benedettino di preghiera e lavoro, fondato dal marchese Adalberto, di stirpe Obertenga, con la donazione (1033) di terreni alla badia parmense di S. Maria di Castiglione, è documentato dal 1143.
Riaperto nel 2010 l’edificio, sconsacrato, appartiene al Comune di Parodi Ligure (=Palaude, palude), e ospita eventi finalizzati alla valorizzazione del territorio.
San Cristoforo: un pugno di variopinte casette, affacciate su viuzze che si ramificano da qualche corte e, al centro del paese un trecentesco maniero edificato dagli Spinola, feudatari del luogo, attorno alla torre “del Gazzolo” costruita in funzione antisaracena a cavallo dei secoli X e XI.
Gavi è il limes, la frontiera tra le pulite geometrie dei poggi vitati e l’impervia natura dei monti ricoperti da fitti boschi e ampi pascoli in cui si incontrano, libere, colonie di caprioli, cinghiali, cavalli e uccelli rapaci.
Da Gavi, proseguendo sul tracciato della Bocchetta, inaugurato nel 1585, poco prima di Carrosio si ammira la tenuta Centuriona, residenza di villeggiatura commissionata nel ‘500 dal banchiere genovese Adamo Centurione, nel punto in cui nel ‘400 si trovava una torre di guardia.
Oggi la villa fortificata, di proprietà privata, ospita manifestazioni culturali, anche organizzate dal FAI.
La prossima meta è Voltaggio. Un caratteristico borgo appenninico, annesso ai possedimenti genovesi nel 1121, sorvegliato dai resti di una torre medievale e ingentilito da due caratteristici ponti in pietra. Il Ponte dei Paganini, a due arcate, costruito durante il Tardomedioevo nel centro abitato e il Ponte Romano, edificato in età romana a due chilometri dal paese.
Probabilmente la dislocazione strategica di Voltaggio non fu estranea alla decisione di fondarvi, nel 1595, un insediamento di Padri Cappuccini, che adesso ospita una bellissima quadreria sacra.
Una decina di chilometri separano Voltaggio dal Passo della Bocchetta.
In questa zona tra il ‘200 e il ‘600 si sviluppò una fiorente attività di produzione vetraria. Esistono almeno quattro scavi archeologici, che ne documentano la presenza. Il sito produttivo di maggior interesse si trova nel Comune di Voltaggio, nella località Cian da Veeja (Piano della Vetreria m. 850 slm), situata sulla strada che porta a Sette Fontane, alle pendici del Monte Leco.
Avanzando a piedi lungo la pista forestale che conduce sulla montagna, si notano facilmente frammenti vitrei sulla superficie e ai bordi del tracciato. L’area, oltre a una grande quantità di cocci di vetro e ceramica e ad alcune monete del ‘300-‘400, ha restituito resti di edifici e fornaci, in cui con il quarzo estratto in loco si fabbricavano fiale, bicchieri e bottiglie.
Tanti sono i ciclisti che, sulle orme di Fausto Coppi, decidono di scalare il pendio, accompagnati dal sonoro fragore delle acque del Lemme, inerpicandosi lungo Via dei Campioni tra natura e mare.
Se passate da queste parti non mancate l’assaggio di un piatto di ravioli con il tocco, u tuccu, una salsa che si differenzia dal ragù preparato con carne macinata, perché confezionata con un unico pezzo di carne (= toccu in genovese). Gustati con il sugo o a “culo nudo”, ossia solo lessati e schiumati per assaporarne il fine ripieno, i ravioli, tutelati dall’Ordine Obertengo dei Cavalieri del Raviolo e del Gavi, nato nel 1973, sono il cibo più rappresentativo della zona.
Nei ricettari di cucina medievale i termini raviolus, raviola, rafiolo, graviolo, graffiolo designano delle ghiottonerie che, eredi dell’esicium dei Romani, possono essere rivestite o meno da un involucro di pasta.
Pare che in Val Lemme la prima comparsa di una pasta fresca ripiena chiamata raviolo si collochi tra il ‘200 e il ‘300. Non a caso a proporla in una popolare locanda del tempo furono i fratelli Raviolo, un toponimo diffuso nei Marchesati di Gavi e Parodi Ligure.















