In minor keys è il titolo della 61° Biennale d’Arte di Venezia. Richiama tonalità musicali introspettive, sfumate o dimenticate dai grandi flussi della storia globale. L'arte viene così riproposta nel suo ruolo originario e sensoriale, come strumento di mediazione profonda con l'ambiente, la vita sociale, la riconnessione ecologica. Concepita dalla curatrice Koyo Kouoh, si sviluppa come una profonda indagine antropologica attraverso l'arte contemporanea. La mostra adotta un approccio dichiaratamente etnografico e de-coloniale, volto a dare voce a narrazioni intime, rituali e geografiche storicamente marginalizzate dal discorso artistico occidentale.

Il progetto espositivo sviluppa una forte attenzione verso le geografie postcoloniali, nuovi sguardi extra-occidentali con debutti storici come il padiglione della Repubblica di Guinea e il progetto della Guinea equatoriale, dedicato ai temi di salvaguardia della foresta pluviale, come ecosistema sacro. Molti artisti asiatici e africani invitati esplorano il superamento del colonialismo attraverso la riscoperta di tradizioni spirituali e sistemi di pensiero locali, trasformando l'opera d'arte in un documento di resistenza culturale. Artisti come ricercatori: numerosa è la presenza di autori orientati alla ricerca archivistica e antropologica. Antropocene e crisi ecologica, il legame tra l'uomo, i mutamenti ambientali e i territori sono i temi centrali di questa 61° edizione.

Solo per citare alcuni esempi di autori con mostre personali presenti a Venezia.

L'artista etiope Tegene Kunbi (Addis Abeba, 1980) incentra la propria esplorazione su un'intensa sinergia tra pittura astratta e memoria tessile. Protagonista della 61. Biennale d'Arte di Venezia con la mostra personale Shapes of silence, presso il Padiglione dell'Etiopia a Palazzo Bollani, Kunbi sviluppa un linguaggio visivo che traduce la complessità geopolitica, culturale e spirituale del suo paese d'origine in griglie cromatiche monumentali. La sua ricerca fonde l'uso materico della pittura a olio su grandi tele, con l'inserimento di tessuti tradizionali etiopi. Queste stoffe, spesso lavorate artigianalmente da sua madre o raccolte nei mercati di Addis Abeba, evocano la ritualità quotidiana, i legami familiari e la sapienza artigiana della sua terra.

La poetica di Amoako Boafo (Accra, 1984) è incentrata sulla celebrazione, documentazione e ridefinizione dell'identità nera (Blackness) attraverso il genere del ritratto contemporaneo. A Venezia l'artista ghanese presenta la sua prima mostra personale in Italia, intitolata It doesn't have to always make sense, allestita presso il Museo di Palazzo Grimani. Il suo lavoro si inserisce in perfetta armonia con gli approcci antropologici della Biennale, esplorando l'essenza dell'autopercezione e smantellando gli stereotipi globali. La sua pittura ha una forte dimensione tattile: l’autore rifiuta in gran parte l'uso del pennello per i volti e la pelle dei suoi soggetti, stendendo il colore a olio direttamente con i polpastrelli. Questo gesto fisico e intimo crea superfici dense, vorticose e scultoree, trasferendo l'energia e la vulnerabilità dell'artista sulla tela.

Altro argomento ampiamente affrontato dagli artisti presenti nel progetto In minor key, è la Maternità come origine universale, la sacralità del potere femminile e la conseguente riconnessione profonda con Gea, madre terra. Questa ricerca di un’archeologia del matriarcato si ritrova in moltissime artiste presenti alla Biennale: solo per citarne alcune: la cubana Maria Magdalena Campos Pons, col suo omaggio floreale dedicato alla curatrice Koyo Kouoh, deceduta prematuramente; Chiara Camoni, che rappresenta il Padiglione Italia; Nalini Malani, presso i Magazzini del Sale; la nigeriana Otobong Nkanga, che trasforma la facciata del Padiglione Centrale ai Giardini in un giardino verticale.

L’arte di queste artiste indaga nell'anima femminile per recuperare i concetti cancellati di cura, intuizione, empatia e lentezza. Al centro delle loro ricerche artistiche c'è il corpo femminile e materno non mercificato, ma elevato a simbolo di rinascita spirituale. Tra le tante autrici femminili va citata l’artista e musicista Jewel, con l’opera The first mother, la prima Eva, antenata comune a tutta l’umanità, madre di tutte le madri, figura che risale a 150 mila anni fa nel continente africano. Sul capo di questa scultura si dirama l’Albero della vita, simbolo della conoscenza e della genealogia matrilineare. Il contatto con la natura, con la sua pienezza, con il concetto di vita, è visto in tutta la Biennale da nuove prospettive, prevalentemente dal sud del pianeta, poiché è solo a queste latitudini che la natura trova la maggiore espressione di forza e di energia spirituale.