Ravenna, 2026. Ottocento anni fa, tra il 2 aprile e il 7 maggio del 1226, Federico II sostò in città con tutta la sua corte. Era partito da Brindisi dopo le fastose nozze con Isabella di Brienne, diretto a Cremona, un comune alleato, dove aveva indetto una dieta per riaffermare l'autorità imperiale in Italia, preparare la crociata e combattere l'eresia. Ma le città a lui avverse – Milano, Bologna, Padova – per impedire che il vertice si svolgesse diedero vita a una seconda Lega Lombarda il 6 marzo 1226. Con le loro truppe concentrate nella roccaforte di Faenza sbarrarono la strada a Federico, che rimase bloccato a Ravenna. L'11 aprile anche Verona aderì alla Lega, occupando le Chiuse d'Adige e impedendo all'esercito tedesco guidato dal figlio Enrico di ricongiungersi all'imperatore.

Poco prima, sempre nel marzo del 1226, Federico II aveva sostato a Rimini. Qui aveva emanato un documento di portata epocale: la Bolla d'Oro di Rimini. Con questo atto solenne, l'imperatore concedeva all'Ordine dei Cavalieri Teutonici, nella persona del Gran Maestro Hermann von Salza, l'investitura feudale per tutti i territori che l'Ordine avrebbe conquistato in Prussia, ponendo le basi per un dominio destinato a segnare la storia del Baltico per secoli.

Due città, due atti. A Rimini fa un atto di governo, a Ravenna germoglia la più antica lirica italiana. In entrambi i casi, con la stessa tensione, la stessa attenzione al dettaglio, la stessa capacità di guardare lontano. Perché Federico era così: un uomo politico e un uomo colto, che si occupava di tutto con la medesima curiosità inesauribile. Tattiche di guerra, filosofia, medicina, astrologia, persino cucina.

Il corteo del mondo

Quando viaggiava, viaggiava con un corteo. Non solo soldati e diplomatici, ma un'intera città mobile di sapienti: filosofi, matematici, medici, astrologi, alchimisti – uomini provenienti da ogni parte d'Europa e del Mediterraneo, che confluivano nel seguito imperiale attratti dalla fama di un sovrano poliglotta, autore di trattati di falconeria e fondatore di università. Poi veniva l'interminabile fila di paggi e servitori in calzamaglia ocra e abiti a strisce variopinte, che si dispiegava per le strade della città come un serpente colorato. E infine, a chiudere il corteo, il serraglio degli animali che i potenti della terra regalavano a Federico: condotti da file di schiavi in tunica di seta sfilavano giraffe, zebre e poi leoni, tigri, linci, cammelli, dromedari, pantere, falconi bianchi e uccelli esotici.

Per i ravennati del Duecento, abituati alla quotidianità di una città di provincia, quello spettacolo doveva essere insieme meraviglioso e inquietante: il mondo intero era arrivato sulle loro rive e aspettava.

In quel fiume di sapienza che attraversava la città, la poesia non era affatto un corpo estraneo. Era, anzi, parte integrante di quell'ecosistema culturale: filosofi che discutevano di Aristotele e Averroè, matematici che traducevano testi dall'arabo, medici che sperimentavano nuove cure, astrologi che leggevano il futuro nelle stelle. Perché quella corte era un laboratorio vivente, dove ogni forma di conoscenza, compresa la sperimentazione poetica in volgare, poteva trovare spazio.

Dove esattamente trovassero alloggio l'imperatore e il suo seguito, le cronache non lo dicono con certezza. Ma in quelle sere di attesa, ovunque la corte si fosse insediata, si consumavano banchetti degni di un imperatore. «Federico amava la buona cucina e dava personalmente ordine ai cuochi sul cibo da preparare», raccontano le cronache.

Il lungo sonno della pergamena

Fu in questo crogiolo di attesa e fermento che qualcuno – forse un notaio, forse un giurista legato al monastero di Sant'Andrea Maggiore – trascrisse su una vecchia pergamena, sul verso di un atto di vendita del 1127, alcuni versi in volgare.

Nessuno, per secoli, se ne accorse.

Bisogna arrivare al 1938 perché Giovanni Muzzioli, uno studioso intento a catalogare le carte del monastero di Sant'Andrea, ritrovi quei versi. Li segnala ad Augusto Campana, filologo di chiara fama, che li studia a lungo ma non li pubblica mai. Campana ne parla ad amici e allievi, e in un necrologio per Muzzioli, nel 1962, accenna a «una canzone d'amore fornita di note musicali, trascritta in Romagna alla fine del secolo XII: probabilmente la più antica lirica italiana».

Poi il silenzio. La pergamena sembra perdersi di nuovo.

Solo nel 1997, grazie a una segnalazione di don Giovanni Montanari, Alfredo Stussi riesce a rintracciarla e a pubblicarla nel 1999 su «Cultura neolatina». È un evento: i versi di Quando eu stava in le tu cathene entrano nel canone delle origini della letteratura italiana. La perizia paleografica di Antonio Ciaralli e Armando Petrucci li data tra il 1180 e il 1210, anticipando di decenni la scuola poetica siciliana e aprendo un mistero: come è possibile che una lirica d'amore così matura, con tratti linguistici settentrionali e insieme meridionali, sia nata in Romagna a cavallo del Duecento?

Il dibattito infiamma gli studiosi. Arrigo Castellani ipotizza una provenienza ravennate del testo e del copista. Giancarlo Breschi la colloca nell'ambiente dei Traversari, mecenati di trovatori provenzali. Ma troppi particolari non tornano.

Nel 2022, Roberta Cella (filologa) e Nino Mastruzzo (paleografo) pubblicano per il Mulino un libro destinato a cambiare le carte in tavola: La più antica lirica italiana. «Quando eu stava in le tu cathene» (Ravenna 1226). Incrociando dati paleografici, linguistici e storici, i due studiosi postdatano la lirica a quel preciso 1226, collegandola al soggiorno di Federico II.

La loro indagine è minuziosa. La mano che scrive i versi (il cosiddetto scrivente A) appartiene a un ambiente professionale e culturale ben preciso: quello dei «pratici del diritto», avvocati e giurisperiti attivi a Ravenna nei primi decenni del Duecento, legati al monastero di Sant'Andrea. La seconda mano (B), che aggiunge a destra cinque endecasillabi, è stata persino identificata in un'altra pergamena dello stesso fondo archivistico. E la notazione musicale, a lungo ritenuta estranea ai testi, si rivela parte di un progetto unitario: una canzone à refrain sul modello della lirica oitanica, con le cinque strofe e un ritornello che ribatte ossessivamente su un tema.

Ma la scoperta più affascinante è un'altra.

Amore e propaganda: la doppia lettura

Sotto le spoglie di una lirica amorosa, il poeta drammatizza la fedeltà dovuta al proprio signore. Ma a Ravenna, nella primavera del 1226, la domanda su chi fosse il "signore" a cui prestare fedeltà era tutt'altro che retorica.

Per comprendere la vicenda bisogna premettere che il sistema feudale, nel Duecento italiano, era entrato in crisi. Si scontrava con l'ascesa dei comuni, sempre più autonomi sul piano economico e militare. La disponibilità di denaro degli ambienti comunali costituiva una nuova forma di ricchezza rispetto a quella che l'imperatore offriva ai feudatari concedendo loro i benefici di terre e castelli. Questi erano in fin dei conti beni limitati, mentre l'espansione del commercio e dei comuni offriva differenti prospettive che potevano essere incrementate e rivelarsi ben più promettenti.

Federico II, dopo essere stato incoronato imperatore del Sacro Romano Impero nel 1220, si adoperò per la costruzione di un nuovo Stato unitario attraverso un disegno politico che puntava a una rifondazione illuminata e moderna del sistema feudale. Questo progetto si scontrava con la politica di molti comuni che volevano sottrarsi al controllo imperiale, soprattutto quelli settentrionali, che per difendere la loro autonomia avevano già dato vita alla Lega Lombarda contro la minaccia di Federico Barbarossa.

In questo clima incandescente, i versi di Quando eu stava potevano essere ascoltati in modi opposti. Da una parte, come esaltazione della fedeltà all'imperatore: il "signore" da non contrastare sarebbe stato Federico, e il monito:

Null'om non cunsillo de penare contra quel ke plas'al so signore.

(Non consiglio a nessuno di affliggersi contro ciò che piace al suo signore.)

Suonerebbe come un invito a non aderire alla Lega.

Dall'altra, come ammonimento a non tradire i propri legami naturali: per un feudatario romagnolo legato ai Traversari o agli Estensi, il "signore" poteva essere Azzo d'Este o Paolo Traversari, entrambi presenti a Ravenna in quei giorni e notoriamente oscillanti tra impero e comuni. In questa lettura, la canzone diventerebbe un canto contro Federico, un'avvertenza a non abbandonare la propria parte per inseguire le promesse dell'imperatore.

La poesia, attraverso l'amore, poteva servire entrambe le propagande. La sua forza sta in questa ambiguità, in questa capacità di parlare a orecchie diverse con le stesse parole.

image host Federico II e il suo falco. Tratto dal suo libro De arte venandi cum avibus (L'arte della caccia con gli uccelli). Da un manoscritto conservato presso la Biblioteca Vaticana, Pal. lat 1071, fol. 1), fine del XIII secolo.

La lingua come scelta di campo

E la scelta del volgare italiano non fu casuale. Il provenzale era la lingua dei trovatori al servizio dei feudatari settentrionali riottosi e dei Comuni ostili all'imperatore, che usavano la poesia per fare propaganda e alzare il prezzo della loro fedeltà. Scegliere il volgare di sì significava, a Ravenna nel 1226, marcare una distanza. Come ha scritto Furio Brugnolo, il provenzale era ormai percepito come il simbolo, in Italia, di «frammentazione feudale, di particolarismo e municipalismo». E Saverio Guida ha mostrato come proprio a partire da questi anni i trovatori scompaiano dalla corte federiciana.

La nuova poesia doveva parlare una lingua nuova. Doveva essere in volgare di sì. E il pubblico a cui si rivolgeva era altrettanto nuovo: non solo le élite cortesi abituate alla lingua d'oc, ma anche quei ceti urbani e notarili che della nuova poesia sarebbero stati, proprio in quegli anni, i primi trascrittori e conservatori.

L'altro 1226: Francesco e il Cantico

E mentre a Ravenna la corte imperiale attendeva e qualcuno trascriveva versi d'amore (e di potere), a poche centinaia di chilometri di distanza, in Umbria, un altro uomo stava componendo versi in volgare.

Francesco d'Assisi, malato, quasi cieco, ricoverato in una capanna presso San Damiano, dettava il Cantico delle creature. Il sito ufficiale della Basilica di Assisi lo definisce «probabilmente il primo testo poetico in volgare italiano giunto fino a noi». E fino a pochi anni fa, con la datazione alta della pergamena ravennate, poteva sembrare una forzatura.

Oggi, grazie agli studi di Cella e Mastruzzo, sappiamo che i due testi sono esattamente coevi: il Cantico è composto tra il 1224 e il 1226, con l'aggiunta delle strofe finali sul perdono e sulla morte nell'imminenza del trapasso (3 ottobre 1226).

Stesso anno, stessa lingua nascente. Ma due mondi che non potrebbero essere più distanti.

Il Cantico è lauda religiosa, preghiera cosmica, lode a Dio attraverso fratello sole e sorella acqua, sorella luna e le stelle. Nasce dallo sconforto e dalla malattia, e diventa canto di guarigione. Quando Francesco perdona il vescovo e il podestà di Assisi, aggiunge i versi su «quelli che perdonano per lo tuo amore». Quando sente avvicinarsi la morte, aggiunge quelli su «sorella morte corporale».

La lirica ravennate è invece poesia profana, cortese, ambigua. Parla di catene e di fedeltà, di pene d'amore e di ricompense. Nasce in una corte assediata, tra diplomatici e giuristi, e diventa specchio di un conflitto che lacerava l'Italia.

Due poli. Due visioni del mondo. E una lingua che, per la prima volta, si affaccia alla scrittura poetica su due fronti opposti.

Ravenna, crocevia di tempi

Oggi, a ottocento anni di distanza, quei due filoni – la poesia laica e la lauda religiosa – convivono nella nostra lingua e nella nostra memoria. Il 2026 li restituisce entrambi all'attualità: l'ottocentenario della più antica lirica italiana, germogliata a Ravenna nella primavera del 1226, e l'ottocentenario della morte di Francesco (3 ottobre), che in quello stesso anno dettava il suo Cantico.

Due mondi, uno stesso anno. E in mezzo, una pergamena custodita nell'Archivio storico diocesano di Ravenna continua a parlarci. I suoi versi, finalmente datati e contestualizzati, ci raccontano di un imperatore bloccato, di una corte in attesa, di una lingua che cercava la sua strada tra provenzale e siciliano, tra amore e politica, tra cielo e terra.

Forse, più che chiederci quale sia il "primo" testo della letteratura italiana, dovremmo riconoscere che la nostra poesia è nata già adulta. E già avviata su due strade diverse: l'una verso il cielo, l'altra verso il potere terreno. Due cammini che, ottocento anni dopo, ancora percorriamo.

Per approfondire

Roberta Cella, Nino Mastruzzo, La più antica lirica italiana. «Quando eu stava in le tu cathene» (Ravenna 1226), Il Mulino, Bologna 2022. Alfredo Stussi (a cura di), Quando eu stava in le tu cathene. Ravenna, Archivio Storico Diocesano, 11518ter, in Cultura neolatina LIX, 1999. Compilatio Assisiensis (per la storia del Cantico di Francesco).