Vivere a Berlino significa abituarsi al rumore costante della protesta. Camminando per la città ci si imbatte spesso in cortei, cartelli, bandiere e slogan.
Alcune mobilitazioni sono fragorose e inevitabili, altre invece si svolgono in modo quasi impercettibile, fino a diventare parte del paesaggio urbano.
È stato proprio per caso che ho scoperto una di queste proteste silenziose. Vivendo non lontano dall’ambasciata cinese, mi è capitato più volte di passare davanti a un piccolo gruppo di persone sedute di fronte all’edificio: in meditazione, con striscioni e fotografie esposte lungo il marciapiede. Nessun megafono, nessuna folla, solo una presenza costante e discreta.
All’inizio non sapevo chi fossero né cosa stessero denunciando. Con il tempo, però, quella scena ripetuta sempre uguale, in qualsiasi stagione ha iniziato a incuriosirmi. Ho scoperto così che si trattava di praticanti del Falun Dafa, impegnati da anni a protestare contro la persecuzione subita in Cina. Una protesta che, nonostante la sua durata e la gravità delle accuse che porta con sé, riceve pochissima attenzione mediatica, persino in una città come Berlino, abituata a fare della dissidenza uno dei suoi tratti distintivi.
Il Falun Gong (o Falun Dafa) è un movimento spirituale diffusosi in Cina all’inizio degli anni Novanta. La pratica, ispirata alla tradizione buddhista e taoista, si basa sui principi di verità, compassione e tolleranza e si compone di due elementi principali: il miglioramento morale dell’individuo e una serie di esercizi meditativi.
Nei primi anni della sua diffusione, il Falun Gong ottenne un notevole successo e fu inizialmente tollerato, se non apertamente sostenuto, dalle autorità cinesi, anche perché associato alla pratica del qigong, una disciplina tradizionale legata alla medicina cinese e alle arti marziali. Tuttavia, a partire dal 1996, il movimento iniziò a essere percepito come una potenziale minaccia dal Partito Comunista Cinese (PCC), a causa della sua crescente popolarità, della sua capacità di mobilitazione e della sua indipendenza dallo Stato.
Nel 1999, quando il movimento conta più praticanti che membri del partito, il PCC avvia una vasta campagna di repressione volta a sradicare il movimento. Negli anni successivi, Unione Europea e Stati Uniti hanno più volte condannato la Cina per le violazioni dei diritti umani nei confronti dei praticanti del Falun Gong.
Nonostante ciò, il movimento è stato oggetto di critiche anche in Occidente, in particolare per alcune dichiarazioni controverse del suo fondatore, Li Hongzhi, considerate da diversi osservatori come omofobe, antifemministe e ostili alla scienza moderna. Inoltre, praticanti legati al Falun Gong gestiscono il quotidiano The Epoch Times, con sede a New York, spesso descritto come una testata politicamente orientata a destra. Il giornale è stato criticato per il sostegno al presidente Donald Trump e per la promozione di posizioni e figure politiche di estrema destra in diversi paesi, tra cui Germania e Francia.
Ciò nonostante, la persecuzione del movimento da parte delle autorità cinesi è ampiamente documentata e resta indubbiamente da condannare sotto il profilo dei diritti umani. Essa comprende gravi violazioni: centinaia di migliaia di praticanti sono stati arrestati e detenuti illegalmente per anni in campi di lavoro e di “rieducazione”. I praticanti sono sottoposti a torture fisiche e psicologiche volte a costringerli a rinunciare alla loro fede. Tra gli abusi documentati figurano elettroshock, pestaggi e privazione del sonno, che spesso hanno portato alla morte dei detenuti mentre si trovavano in custodia.
Tribunali indipendenti e organizzazioni per i diritti umani hanno inoltre riportato, negli ultimi anni, casi di prelievo forzato di organi ai danni dei detenuti. La persecuzione ha suscitato condanne da parte di governi stranieri e di organismi internazionali: legislatori di decine di paesi hanno firmato dichiarazioni e accordi che chiedono la cessazione immediata degli abusi. Inoltre, relatori speciali delle Nazioni Unite hanno chiesto spiegazioni al governo cinese riguardo all’origine degli organi utilizzati nell’industria dei trapianti.
Le proteste dei praticanti del Falun Dafa davanti alle ambasciate e ai consolati cinesi non hanno fermato la repressione in Cina, che continua tuttora. Tuttavia, il loro impatto si misura nella capacità di mantenere la questione all’interno del dibattito pubblico e politico internazionale. Sit-in, campagne di sensibilizzazione e attività di lobbying hanno contribuito a portare l’attenzione di governi e istituzioni sul tema della detenzione arbitraria e del prelievo forzato di organi.
Un’azione significativa è stata intrapresa nel 2024 dal Parlamento europeo, che ha rilasciato un documento proponendo una risoluzione comune sulla persecuzione del Falun Gong.
L’Unione Europea si impegna attraverso questo documento a adottare misure più incisive, tra cui il monitoraggio dei processi e la valutazione della sospensione dei trattati di estradizione con la Cina. Sebbene tali iniziative abbiano un valore principalmente simbolico e non abbiano finora modificato le politiche interne della Cina, rappresentano un passo concreto per documentare gli abusi e chiedere conto delle violazioni dei diritti umani a livello internazionale.
Invece da novembre 2025, sul sito del Governo del Regno Unito è reperibile un documento ufficiale in cui vengono riconosciute le accuse di persecuzione e di prelievo forzato di organi ai danni dei praticanti del Falun Gong. In tale documento si afferma inoltre che, pur non essendo il Falun Gong riconosciuto come religione ai fini dell’applicazione ordinaria delle convenzioni sul diritto d’asilo, ai suoi praticanti può essere riconosciuto lo status di rifugiato al ricorrere di determinate condizioni.
Nonostante l’emersione di tali documenti e le condanne nonché le iniziative politiche adottate in diversi Paesi, a livello internazionale non sono state finora introdotte misure concrete e coercitive di carattere punitivo nei confronti della Repubblica Popolare Cinese.
Le ragioni di questa inerzia sono molteplici, ma riguardano principalmente la complessità delle relazioni geopolitiche ed economiche tra la Cina e le altre grandi potenze, le quali contribuiscono a una debolezza della diplomazia multilaterale, rendendo difficile il raggiungimento di un consenso su misure punitive efficaci.
In questo contesto, le proteste silenziose osservabili anche a Berlino assumono il ruolo di presidio costante di memoria e denuncia, rappresentando una forma di resistenza civile non violenta che richiama l’attenzione dell’opinione pubblica su una persecuzione che rischia altrimenti di essere relegata ai margini del dibattito internazionale. Tali iniziative contribuiscono a contrastare l’assuefazione e l’indifferenza, impedendo che le violazioni dei diritti umani subite dai praticanti del Falun Gong vengano ignorate o progressivamente normalizzate nell’ambito delle relazioni diplomatiche ed economiche con la Cina, e mantenendo vivo il richiamo ai principi fondamentali di tutela della dignità umana e della libertà di credo.














