Pier Paolo Pasolini aveva un non so che di profetico.
Lo si coglie forse più nei suoi scritti che nei suoi film, anche se chi scrive ha fissato in maniera indelebile nella sua memoria visiva certe immagini di capolavori del cinema da lui realizzati, quali Edipo Re; Il Vangelo Secondo Matteo; Uccellacci, Uccellini.
Ogni tanto spuntano dalla stampa notizie che preannunciano la riapertura del caso giudiziario inerente alle mai chiarite circostanze del suo assassinio. Lasciamo agli inquirenti il gravoso compito di fare chiarezza su quelle misteriose circostanze.
A me qui interessa la sua vicenda umana.
Qualcuno ha scritto che Pasolini fu vittima di sé stesso.
Non credo sia corretto. Io direi, casomai, che fu vittima del suo coraggio e del suo tempo. Del suo tempo perché quando egli manifestò apertamente e liberamente la sua omosessualità, nel 1949, l’Italia era ancora una società bigotta, chiusa nel suo provincialismo, nella sua arretratezza.
Questo provincialismo non era soltanto retaggio del potere clericale e del predominio della Democrazia Cristiana in campo politico.
Quando scoppiò lo scandalo che vide il docente Pasolini coinvolto in un’avventura omosessuale con tre ragazzi minorenni, Pasolini era iscritto al partito comunista italiano e venne espulso per indegnità morale dai responsabili provinciali e regionali del PCI, più bigotti e provinciali degli stessi cattolici, che comunque condannarono moralmente la sua condotta, ottenendo il licenziamento dal liceo dove egli insegnava.
L’espulsione dal partito comunista lo ferì più che lo stesso licenziamento che, comunque, privandolo dei mezzi di sostentamento e di autonomia economica, lo costrinse a lasciare Casarsa nel Friuli per rifugiarsi a Roma, dove affrontò una vita di ristrettezze, prima di conoscere la gloria e il successo come poeta, scrittore e regista geniale.
Certo, Roma era ben più aperta come società, rispetto a una regione di frontiera come il Friuli. Ma neanche lì gli perdonarono la sua omosessualità.
Vorrei affrontare seriamente questo argomento dell’omosessualità di Pasolini perché esso è centrale per la comprensione dell’uomo, dell’artista e delle vicende che lo portarono a quella morte atroce e selvaggia, i cui contorni non sono stati mai chiariti neppure giudizialmente, a distanza di mezzo secolo dai fatti (Pasolini fu ucciso all’idroscalo di Ostia il 2 novembre del 1975).
Anche se aggiungo subito che la sua uccisione non è da ricondursi esclusivamente ai suoi costumi sessuali, bensì, molto di più, alle sue idee e al suo impegno politico. Non dimentichiamo che nel 1975 l’Italia è ancora avviluppata nelle spire della strategia della tensione, dove i poteri occulti, rimasugli e retaggio di una cultura fascista mai veramente sopiti, si fronteggiavano con numerose schegge impazzite della sinistra extraparlamentare, composta da ideologi confusi, utopisti d’assalto e intellettuali farlocchi, tanto incapaci quanto violenti, che sognavano di fare una rivoluzione elitaria in nome dei proletari, senza alcun seguito popolare.
Un esercito di colonnelli senza truppe, teorici di una rivoluzione mal concepita e peggio applicata, che ha causato arretratezza morale ed economica in mezzo mondo, prima di essere sconfitto dalla storia.
Ebbene, in questo clima politico e sociale, l’idealista e pacifista Pasolini si trovò a essere depositario di segreti che, se svelati, avrebbero fatto crollare, come minimo, tutte le istituzioni repubblicane allora esistenti, governo ed esercito compresi.
Se fosse nato e vissuto in questo tempo, Pasolini sarebbe stato più tollerato? O sarebbe stato addirittura accettato?
Me lo sono chiesto spesso e me lo chiedo tuttora, senza essere sicuro di avere una risposta. Certamente e per fortuna, oggi la società è più matura, e ci sono delle associazioni agguerrite che lottano per far valere i diritti di chi ha dei gusti sessuali diversi dalla maggioranza riconosciuta.
Ci sono leggi che sanciscono il diritto all’identità sessuale e che riconoscono le unioni civili tra persone che si amano, pur appartenendo allo stesso sesso.
Insomma, la società è indubbiamente più avanzata, sul piano delle libertà individuali. e della cultura. E piano, piano, va facendosi strada anche nelle coscienze civili la convinzione che ciascuno abbia diritto ad amare chi vuole, come vuole e quando vuole, ovviamente sempre nel rispetto di alcuni canoni (libertà e consenso nei rapporti, maggiore età e rispetto della fisicità altrui).
E proprio qui rientra in ballo la storia iniziale che portò Pasolini a lasciare il Friuli per rifugiarsi a Roma. Egli, professore di liceo, si appartò con tre ragazzi minorenni per fare dei giochi sessuali che non sono stati mai chiariti.
Lui si difese citando la sua curiosità sessuale e letteraria, citando lo scrittore Gide e presentandosi ai Carabinieri e all’opinione pubblica quale egli era: un sognatore, amante dei sensi, della bellezza e dell’amore.
Io, nella mia difesa di Pasolini e dell’amore, voglio evitare di fare il generoso con il portafoglio degli altri (al mio paese usano un’altra espressione, più colorita, ma la lascio ai commenti da caserma in cui è nata). Ora, quale genitore, ancora oggi, non si risentirebbe se suo figlio o sua figlia si appartassero con un loro professore per avere dei rapporti non meglio identificati?
Attenzione. Io non sto dicendo che Pasolini fosse un depravato o addirittura un pedofilo. Tanto ciò è vero che a Roma cercò un amore stabile e consenziente con gli adulti, anche se aveva un’attrazione speciale per i ragazzi.
Fu questa attrazione a tradirlo, sia nel 1949 sia negli anni successivi, sia alla fine dei suoi giorni. Forse aveva ragione il critico Franco Fortini quando scriveva che il Pasolini poeta si esprimesse al meglio tra oscillanti contraddizioni.
Ma Pasolini non era un pedofilo. Era un sognatore, forse persino un bambinone che idealizzava amori impossibili.
Però, come dicevo, Pasolini fu vittima anche del suo coraggio.
Il suo coraggio lo portò a sfidare le convenzioni, al di là di ogni frontiera lecita. E grazie a questa sua dote egli non aveva paura di andare controcorrente. Fu celeberrima la sua diatriba contro tutta l’intellighenzia di sinistra, schierata compatta in favore dell’aborto, mentre Pasolini lo considerava la soppressione della vita alla sua origine.
Egli, inoltre, ebbe il coraggio di accreditarsi depositario di molti dei segreti della strategia della tensione e del terrorismo che impazzavano in Italia, a metà di quegli anni settanta. Lo fece sul Corriere della Sera pochi giorni prima di essere ammazzato, con la sua appassionata prolusione Io so… con cui minacciava di svergognare e sbugiardare coloro che avevano messo le bombe a Piazza Fontana e gli altri autori delle stragi di stato che seguirono.
E non aveva paura di sferzare la classe dominante, con la sua penna pungente, indicando i guasti di una società decadente e corrotta, dichiarando di conoscere i nomi e i cognomi di chi si celava dietro la strategia della tensione, e senza nascondere che considerava loro complici i politici al potere, che pur potendo intervenire contro la deriva terroristica, non intervennero per opportunismo e convenienza politica. Fu questo suo coraggio a tradirlo e a condannarlo.
Nella sua ultima intervista, rilasciata a Furio Colombo, il pomeriggio del 1° novembre 1975, Pasolini dichiarava di essere sceso all’inferno diverse volte e di avere visto cose che nessuno poteva immaginare. Aggiunse anche che presto quell’inferno sarebbe emerso sino a noi, ad investire e a stravolgere la nostra pacifica esistenza. Per quell’intervista, aveva pensato al titolo Siamo tutti in pericolo.
Il giorno dopo, domenica, il corpo senza vita di P. P. Pasolini era all’obitorio della polizia di Roma.















