Israeliani in Cisgiordania e il crescente numero di vittime civili hanno alimentato la convinzione, ormai diffusa, che la soluzione dei Due Stati sarebbe definitivamente tramontata. Da oltre vent'anni il mondo ascolta la stessa affermazione. Prima si sosteneva che fosse troppo tardi, poi che gli insediamenti fossero diventati troppi. Infine, che la geografia avesse reso impossibile la nascita di uno Stato palestinese sovrano.

Ma è davvero così? Oppure ci troviamo davanti a una costruzione politica accuratamente alimentata per convincere l'opinione pubblica mondiale che non esiste più alcuna alternativa all'occupazione permanente?

Molte delle grandi svolte della storia sono state considerate impossibili fino al momento in cui si sono realizzate. La caduta del Muro di Berlino, la fine dell'apartheid sudafricano, la riconciliazione europea dopo due guerre mondiali che avevano devastato il continente, sembravano eventi irrealizzabili fino alla vigilia del loro compimento.

La narrazione dell’impossibilità, a mio avviso, è un’aspra falsità ideologica. Serve unicamente a chi trae profitto dalla perpetuazione della guerra e dell'occupazione abusiva di territori. Ritornare ai principi fondamentali della sovranità, del diritto internazionale e alle matrici territoriali che traggono origine dalle risoluzioni originarie del 1948 non è soltanto possibile, ma è l’unica opzione razionale rimasta prima dell’abisso.

Prima di affrontare la proposta che costituisce il nucleo centrale di questo articolo, è tuttavia necessario ripercorrere, sia pure sinteticamente, le ragioni storiche che portarono il mondo arabo a rifiutare l'originario Piano di Partizione previsto dalla Risoluzione 181 delle Nazioni Unite. Solo partendo da quella scelta e dalle sue conseguenze sarà possibile comprendere l'evoluzione del conflitto, l'attuale configurazione territoriale derivante dall'occupazione e dalla colonizzazione della Cisgiordania, dalla devastazione di Gaza e, soprattutto, sarà possibile valutare se sia ancora realisticamente possibile recuperare lo spirito della proposta originaria.

L'analisi che segue cercherà pertanto di rispondere ad alcune domande fondamentali: la soluzione dei Due Stati è davvero diventata impossibile, come da anni si continua ad affermare? Oppure esistono ancora le condizioni territoriali, economiche e politiche per realizzarla? Quali cambiamenti dovrebbero verificarsi sulla scena internazionale? Chi potrebbe farsi carico della ricostruzione della Palestina e del trasferimento compensato degli insediamenti incompatibili con la continuità territoriale di un futuro Stato palestinese? E quale ruolo potrebbero svolgere l'Europa, il mondo arabo e le grandi istituzioni internazionali in un nuovo processo di pace?

Sono interrogativi ai quali raramente si tenta di dare una risposta concreta. Eppure, è proprio da essi che occorre partire per dimostrare se esiste ancora la possibilità concreta di realizzare due Stati per due Popoli.

Il progetto originario delle Nazioni Unite

Con la Risoluzione 181 del 29 novembre 1947, l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite approvò la partizione del territorio, allora denominato “Palestina”, in due Stati, uno ebraico e uno arabo, attribuendo a Gerusalemme uno status internazionale speciale.

La formula dei "Due Stati per Due Popoli" non nasce dunque dai negoziati contemporanei, esiste da quasi ottant'anni e costituisce il fondamento stesso della visione elaborata dalle Nazioni Unite per garantire sicurezza, autodeterminazione e convivenza alle popolazioni della regione. Pur tra molte critiche, l’ONU resta l’unico tavolo attorno al quale siedono tutti i Paesi del mondo.

Omer Bartov e il nodo irrisolto del 1948

Lo storico israeliano Omer Bartov, tra i più autorevoli studiosi dell'Olocausto e dei genocidi contemporanei, sostiene che nessuna pace duratura possa essere costruita senza affrontare le questioni lasciate aperte nel 1948 e in particolare: il destino dei rifugiati palestinesi e dei loro discendenti; il riconoscimento delle sofferenze subite da entrambe le popolazioni; la definizione di un quadro di diritti civili e politici uguali per israeliani e palestinesi; il superamento dell'occupazione e delle dinamiche di dominio che si sono consolidate nei decenni successivi.1

La nascita dello Stato di Israele e la Nakba2 palestinese costituiscono infatti il punto di origine delle principali controversie ancora irrisolte.3

In varie interviste e scritti, Bartov ha anche affermato che il progetto sionista, dopo la fondazione dello Stato nel 1948, si sarebbe trasformato da movimento di emancipazione e autodeterminazione in un'ideologia statale sempre più legata a logiche di sicurezza, militarizzazione ed espansione territoriale.

Una possibile via per la pace duratura tra i due popoli

Dalle analisi e dai commenti a livello internazionale sembra che l’unica possibilità sia legata solo ed esclusivamente alla formazione dei due Stati per i due popoli e all’autonomia della Città Antica o Città Santa di Gerusalemme.

Delle varie ipotesi, oltre quella dell’ONU del 1947, desidero evidenziarne due, che, a mio avviso, sono tra le più concrete e più recenti: quella formulata da “Geneva Initiative” nel 2003 e la “Dichiarazione di New York” del 29 luglio 2025.

La Geneva Initiative, presentata ufficialmente nel 2003 da un gruppo di negoziatori, ex ministri, esperti di sicurezza e diplomatici israeliani e palestinesi, nacque con l'obiettivo di dimostrare che una soluzione negoziata del conflitto era a quell’epoca tecnicamente possibile, anche in presenza degli insediamenti israeliani in Cisgiordania. Il progetto prevedeva la nascita di due Stati indipendenti, la definizione condivisa dei confini, la gestione della questione dei rifugiati, particolari garanzie di sicurezza e una soluzione speciale per Gerusalemme.4

Uno degli aspetti più importanti della Geneva Initiative riguarda proprio il concetto di continuità territoriale palestinese, intendendo con tale definizione la possibilità che il futuro Stato di Palestina non sia composto da una serie di enclave separate e isolate tra loro da insediamenti, strade militari e aree sotto controllo israeliano, ma costituisca un territorio geograficamente connesso e funzionalmente integrato.

In altre parole, uno Stato deve poter funzionare come Stato. Deve consentire la libera circolazione di persone, merci, servizi e infrastrutture tra le sue diverse regioni senza dipendere costantemente dal controllo di un altro Paese.

Ed è proprio l'assenza di tale coesione territoriale che viene frequentemente indicata dai critici come principale motivo dell'impraticabilità della soluzione dei Due Stati.

L'idea di un collegamento territoriale fra Gaza e Cisgiordania non rappresenta una novità. Infatti, già gli Accordi di Oslo prevedevano la necessità di garantire un collegamento sicuro tra le due principali componenti territoriali palestinesi e successivamente numerose proposte negoziali, comprese quelle della Geneva Initiative, hanno immaginato corridoi terrestri, autostradali o ferroviari sotto garanzia internazionale, destinati a unire Gaza alla Cisgiordania senza compromettere la sicurezza di Israele.

L’indispensabilità di tale collegamento è stata recentemente ribadita anche dalla “New York Declaration on the Peaceful Settlement of the Question of Palestine and the Implementation of the Two-State Solution” , adottata a New York il 29 luglio 2025 sotto la co-presidenza di Francia e Arabia Saudita. In essa è ribadito che Gaza rappresenta parte integrante dello Stato palestinese e deve essere riunificata politicamente e territorialmente alla Cisgiordania.5-7

La Dichiarazione afferma, inoltre, che il raggiungimento della soluzione dei Due Stati costituisce l'unica prospettiva in grado di garantire una pace giusta, duratura e sicura per israeliani e palestinesi.8

La mappa della pace possibile: un esercizio geopolitico fondato su dati reali

Prima di presentare la mappa che illustra la proposta qui avanzata, è opportuno richiamare alcuni riferimenti cartografici essenziali per comprendere l'evoluzione della questione territoriale israelo-palestinese. A tal fine vengono riportate, in primo luogo e di massima, la cartografia relativa al Piano di Partizione delle Nazioni Unite del 1947 e, successivamente, una rappresentazione della situazione attuale con l'indicazione degli insediamenti israeliani in Cisgiordania e nella fascia di Gerusalemme Est.

Per una corretta lettura delle mappe occorre inoltre ricordare che le aree denominate A, B e C furono definite nell'ambito del processo di Oslo e, in particolare, dall'Accordo Interinale Israelo-Palestinese sulla Cisgiordania e la Striscia di Gaza (Oslo II), firmato il 28 settembre 1995. Già nel 1993 Israele e l'OLP avevano concordato in linea di principio una suddivisione temporanea della Cisgiordania; Oslo II ne stabilì concretamente criteri e delimitazioni.

È importante sottolineare che tali aree non erano concepite come futuri confini permanenti tra Israele e un eventuale Stato palestinese, bensì come una ripartizione amministrativa e di sicurezza transitoria, destinata a rimanere in vigore fino alla definizione di un accordo sullo status finale.

La terza mappa proposta in questo articolo non rappresenta una semplice aspirazione ideale né un esercizio di fantasia politica. Essa costituisce invece un'elaborazione geopolitica di massima basata su dati territoriali, su precedenti proposte negoziali e sui principali riferimenti della diplomazia internazionale.

In definitiva, le prime due mappe mostrano:

  • il Piano di Partizione approvato dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 1947;

  • la situazione territoriale attuale, con l'indicazione schematica dei principali insediamenti israeliani in Cisgiordania.

1-side

La terza mappa, che costituisce il contributo originale di questo studio, è stata elaborata assumendo come riferimenti la Risoluzione ONU 181 (1947), la Geneva Initiative (2003), la Dichiarazione di New York sulla soluzione dei Due Stati del 29 luglio 2025 e i principi generalmente riconosciuti del diritto internazionale. In essa sono rappresentati, in forma schematica, i principali blocchi insediativi israeliani, evidenziando in particolare quelli di maggiore consistenza demografica e territoriale.

Il nodo di Ma'ale Adumim

Tra tutti gli insediamenti, Ma'ale Adumim richiede una considerazione specifica. A differenza di molti altri insediamenti della Cisgiordania, esso costituisce un grande centro urbano strettamente integrato con l'area metropolitana di Gerusalemme e ospita una popolazione di decine di migliaia di abitanti. Per questo motivo un suo eventuale trasferimento risulterebbe particolarmente complesso sotto il profilo economico, logistico e politico.

Una possibile soluzione potrebbe consistere nel mantenimento di Ma'ale Adumim sotto sovranità israeliana attraverso concordati scambi territoriali, ipotesi già discussa in diversi negoziati di pace. In alternativa, si potrebbe teoricamente immaginare uno status speciale che ne garantisce il collegamento con Israele mediante specifici accordi internazionali.

Tuttavia, qualsiasi soluzione dovrà necessariamente salvaguardare la continuità territoriale dello Stato palestinese ed evitare la creazione di nuove fonti permanenti di tensione in materia di sicurezza, amministrazione e libertà di movimento. Per questa ragione, le principali proposte negoziali degli ultimi decenni hanno generalmente privilegiato il ricorso a scambi territoriali piuttosto che alla creazione di enclave sovrane separate.

Nonostante la complessità del caso, Ma'ale Adumim dimostra che anche le questioni territoriali più difficili possono essere affrontate attraverso strumenti negoziali adeguati e non costituiscono necessariamente un ostacolo insormontabile alla pace.

La rappresentazione qui proposta non riproduce alcuna cartografia ufficiale, né pretende di offrire una soluzione definitiva. Essa intende piuttosto mostrare, attraverso un esercizio geopolitico fondato su dati reali, come la soluzione dei due Stati possa essere tradotta in assetti territoriali concreti. In tale contesto viene ipotizzato anche un corridoio sotto sovranità palestinese, assistito da adeguate garanzie internazionali, capace di assicurare la continuità territoriale tra le diverse aree dello Stato palestinese.

L'obiettivo del presente lavoro non è stabilire quale debba essere la soluzione finale, ma dimostrare che, anche nei punti più critici del conflitto, esistono opzioni realistiche e tecnicamente praticabili. Il corridoio verrebbe poi attraversato da strade, ferrovie in sopraelevate e in tunnel per garantire la continuità territoriale israeliana.

La difficoltà della sfida non coincide con la sua impossibilità; al contrario, la geografia e la diplomazia mostrano che gli strumenti per una pace negoziata sono già disponibili.

Nella mappa sono solo simbolicamente indicate: il territorio di Gerusalemme dove l’area relativa alla Repubblica della Città Santa di Gerusalemme è simbolicamente indicata all’interno del territorio di Gerusalemme Ovest (capitale di Israele) e di Gerusalemme Est (che viene richiesta come capitale della Palestina). Le giustificazioni della proposta sono ampiamente descritte nell’articolo “La Repubblica della Città Santa*.9

In relazione del territorio che si proponeva di annettere veniva così riportato nel citato articolo: «La Città Vecchia ha dunque una storia che risale a più di 3000 anni fa. Gerusalemme è il crocevia di tre continenti ed è stata una delle città più contese della storia umana. Le sue mura sono considerate patrimonio dell'umanità dall'UNESCO e racchiudono in meno di un chilometro quadrato molti luoghi e monumenti di grande significato per le tre religioni abramitiche, distribuiti nei diversi quartieri indipendentemente dalla religione prevalente che contraddistingue il quartiere.

Il territorio della Repubblica della Città Santa dovrebbe comprendere anche un ulteriore importante riferimento religioso che si trova nell’area ad est della Città Vecchia, a circa un chilometro di distanza, nell’attuale quartiere a maggioranza araba di At-tur, in un’area annessa da Israele alla capitale dopo la guerra dei sei giorni del 1967.

Quest’area comprende il Monte degli Ulivi, al cui interno c’è la Chiesa dell’Ascensione dove, secondo la narrazione evangelica, Gesù Cristo ascese in Paradiso quaranta giorni dopo la sua resurrezione dalla morte sulla croce e dove c’è una lastra di pietra, che si presume fosse quella del sepolcro di Cristo, sulla quale si ritiene che sia rimasta impressa ed è ancora visibile l'impronta del suo piede nel momento dell'ascesa.

L’area complessiva potrebbe così comprendere anche le necessarie aree residenziali a corredo della nuova Città Stato, come è di seguito evidenziato.»

La presente proposta presenta elementi originali e distintivi, soprattutto sotto il profilo urbanistico e territoriale, ancorché riferita alla proposta “Geneva Initiative” e alla “Dichiarazione di New York” del 29 luglio 2025. Essa si fonda su due capisaldi principali: “la razionale e fattibile ripartizione del territorio tra i due Stati”, con effetti di compensazione per l’utilizzo delle strutture edilizie e infrastrutturali esistenti e la fondazione della Repubblica della Città Santa di Gerusalemme”.

Razionale e fattibile ripartizione del territorio tra i due Stati

Il limite principale di molte discussioni sulla soluzione dei due Stati è l'assenza di un percorso concreto. Una possibile strategia, assolutamente realizzabile, potrebbe fondarsi su cinque pilastri:

  1. Riconoscimento reciproco di Israele e Palestina come Stati sovrani;

  2. Realizzazione di nuove residenze per i coloni nei territori dello Stato di Israele;

  3. Progressivo trasferimento dei coloni dagli insediamenti destinati a ricadere sotto sovranità palestinese alle nuove costruzioni in territorio israeliano;

  4. Piano di ricostruzione di Gaza e opere infrastrutturali in Cisgiordania e programmi di compensazione;

  5. Assegnazione delle abitazioni e delle infrastrutture esistenti ai palestinesi, evitando demolizioni e sprechi di risorse, accelerando la ricostruzione e lo sviluppo del nuovo Stato.

In questa prospettiva, le mappe contenute nelle dichiarazioni e nei piani diplomatici attualmente in discussione non rappresentano soluzioni definitive, ma costituiscono piuttosto indicazioni preliminari, utili a delineare un quadro di riferimento entro cui sviluppare negoziati più dettagliati e tecnicamente fondati.

Perché la proposta non è utopistica

L’ipotesi di una riorganizzazione degli insediamenti israeliani in Cisgiordania non rappresenta un’idea irrealizzabile, ma trova un importante precedente storico nel disimpegno israeliano dalla Striscia di Gaza del 2005. In quell’occasione, Israele procedette allo smantellamento degli insediamenti presenti nell’area e al trasferimento dei residenti, predisponendo indennizzi e soluzioni abitative alternative all’interno del proprio territorio.

In un’eventuale soluzione negoziata, fondata sul principio dei due Stati, potrebbe essere operata una distinzione tra gli insediamenti situati nelle aree prossime alla Linea Verde, che potrebbero essere incorporati in Israele attraverso concordati scambi territoriali, e quelli ubicati nel cuore della Cisgiordania, la cui presenza compromette la continuità territoriale indispensabile per la nascita di uno Stato palestinese pienamente funzionale.

Per questi ultimi, si potrebbe prevedere un trasferimento graduale verso nuove aree all’interno di Israele, accompagnato da adeguati programmi di compensazione economica e da misure volte a ridurre l’impatto sociale sulle comunità coinvolte. Una simile soluzione sarebbe coerente sia con il precedente di Gaza, sia con diverse proposte diplomatiche avanzate nel corso degli anni in ambito internazionale.

In altre parole, Israele ha già dimostrato di possedere la capacità organizzativa, amministrativa e finanziaria necessaria per trasferire insediamenti quando ciò viene ritenuto funzionale a una scelta strategica nazionale. È vero che il numero di persone interessate da un eventuale trasferimento in Cisgiordania sarebbe notevolmente superiore rispetto a quello coinvolto nel disimpegno da Gaza, ma tale differenza quantitativa non rende il progetto impossibile, bensì più complesso e impegnativo.

Sul piano teorico, una soluzione di questo tipo presenterebbe diversi possibili vantaggi:

  • ridurrebbe il costo umano legato allo smantellamento delle colonie;

  • eviterebbe la demolizione di migliaia di abitazioni e infrastrutture già esistenti;

  • permetterebbe ai palestinesi di disporre immediatamente di reti idriche, elettriche, viarie e di altri servizi essenziali;

  • favorirebbe un accesso più condiviso e garantito ai luoghi sacri delle tre grandi religioni monoteistiche, contribuendo ad attenuare una delle principali fonti di tensione permanente nella regione.

Ciò non significa sottovalutare le difficoltà. Gli ostacoli politici, giuridici, economici e psicologici sarebbero considerevoli. Molti coloni potrebbero opporsi al trasferimento e sarebbero necessarie ingenti risorse finanziarie per compensazioni e programmi di reinsediamento. Particolarmente complessa sarebbe la situazione di grandi blocchi insediativi come Ma'ale Adumim, la cui posizione e consistenza demografica rappresentano una delle questioni più delicate di qualsiasi futuro accordo.

A queste difficoltà si aggiunge il profondo livello di sfiducia reciproca accumulato nel corso di decenni di conflitto. Tuttavia, la complessità di una soluzione non coincide con la sua impossibilità. Le sfide sono certamente immense, ma non tali da escludere, in linea di principio, una soluzione fondata sul diritto internazionale, sulla sicurezza reciproca e su una reale volontà politica delle parti coinvolte.

Chi dovrebbe finanziare la ricostruzione?

Normalmente quanti hanno distrutto beni materiali e vite umane dovrebbero essere tenuti a concorrere al finanziamento del piano di ricostruzione dei beni materiali.

La proposta rientra in una logica di giustizia riparativa, cioè nell'idea che la pace non possa limitarsi alla cessazione delle ostilità, ma debba includere la ricostruzione delle condizioni di vita della popolazione colpita.

Dal punto di vista teorico e del diritto internazionale, il ragionamento dovrebbe seguire una sequenza abbastanza chiara:

  1. Accertamento delle responsabilità attraverso organismi giudiziari internazionali.

  2. Condanna dei responsabili di eventuali crimini di guerra o di altri gravi crimini internazionali.

  3. Risarcimento dei danni materiali e umani subiti dalla popolazione civile.

  4. Ricostruzione delle abitazioni, delle scuole, degli ospedali, delle reti idriche ed energetiche e in genere delle infrastrutture indispensabili per un vivere civile.

  5. Rilancio economico del territorio mediante investimenti pubblici e privati.

In definitiva, si potrebbe utilizzare parte della ricostruzione come base per la nascita di uno Stato palestinese economicamente sostenibile, con aree destinate a investimenti internazionali, porti, poli tecnologici, università e attività produttive sotto sovranità palestinese.

In effetti, molte ricostruzioni storiche sono state possibili solo grazie a forti interventi internazionali. L'Europa dopo la Seconda guerra mondiale beneficiò del Piano Marshall; i Balcani ricevettero enormi fondi internazionali dopo i conflitti degli anni Novanta; il Kuwait fu risarcito dall'Iraq dopo l'invasione del 1990 attraverso un meccanismo gestito dalle Nazioni Unite.

Il problema principale non è dunque tanto tecnico o finanziario, quanto esclusivamente politico. Per attuare una soluzione come quella descritta servirebbero contemporaneamente:

  • un accordo politico tra israeliani e palestinesi;

  • garanzie di sicurezza per entrambi i popoli;

  • un'autorità palestinese stabile e riconosciuta;

  • una forza diplomatica internazionale capace di imporre e garantire gli accordi;

  • un programma pluridecennale di finanziamento.

Molti osservatori sostengono che senza una forte volontà di Stati Uniti, Unione Europea, Paesi arabi e Nazioni Unite, una trasformazione di questa portata difficilmente potrebbe realizzarsi.

La Repubblica della Città Santa di Gerusalemme

Questo rappresenta probabilmente l'elemento più innovativo. La proposta non assegna Gerusalemme esclusivamente né a Israele, né alla Palestina. Essa immagina invece la creazione di una Repubblica della Città Santa di Gerusalemme dotata di uno statuto internazionale speciale, sotto garanzia delle Nazioni Unite e della comunità internazionale, capace di assicurare tutela dei Luoghi Santi, accesso universale e neutralità politica.

Cosa era già stato proposto prima in merito alla Città Santa

È questa la prima informazione da assumere per comprendere il significato della presente proposta. Di seguito le proposte di maggiore rilevanza.

1. Corpus Separatum ONU (1947)

L'ONU propose un'entità separata comprendente Gerusalemme e i territori circostanti, inclusi Betlemme, Abu Dis, Shu'fat ed altre località. Non si trattava quindi della sola Città Vecchia, ma di un territorio più vasto amministrato separatamente, ancor più esteso della Gerusalemme di allora.

2. Risoluzione ONU 303 del 1949

L'Assemblea Generale ribadì il principio di uno statuto internazionale per Gerusalemme, mantenendo l'idea di una zona autonoma e separata dal resto della Palestina e da Israele.

3. Posizione storica della Santa Sede

Per molti decenni il Vaticano ha sostenuto uno statuto speciale internazionalmente garantito per Gerusalemme e per i Luoghi Santi. Tuttavia, il Vaticano si è concentrato soprattutto sulla protezione religiosa e meno sugli aspetti urbanistici e di sovranità statuale.

4. Jerusalem Old City Initiative (JOCI)

Questo importante progetto internazionale ha elaborato un modello di "Special Regime" per la Città Vecchia con amministrazione speciale, forze di sicurezza dedicate e governance condivisa, ma non propone una vera città-Stato autonoma con territorio proprio.

La Repubblica della Città Santa rappresenta il fulcro più innovativo della presente proposta. La ripresento con determinazione, nella convinzione che essa possa offrire una risposta originale alle questioni più controverse del conflitto israelo-palestinese. La sua peculiarità risiede nella sintesi di elementi che, pur presenti separatamente in diverse iniziative diplomatiche, non risultano finora integrati in un unico modello coerente di convivenza, sovranità condivisa e tutela internazionale dei Luoghi Santi.

Essa non si limita alla creazione di due Stati sovrani, Israele e Palestina, ma introduce un terzo soggetto istituzionale, una città-Stato sul modello delle moderne realtà a sovranità speciale. Tale impostazione si distingue sia dal “Corpus Separatum” previsto dalle Nazioni Unite, sia dalle più recenti ipotesi negoziali, proponendo una soluzione capace di sottrarre la Città Vecchia alla disputa sulla sovranità esclusiva e di trasformarla in uno spazio condiviso, neutrale e universalmente accessibile.

La proposta è stata arricchita da una analisi sommaria urbanistica dando risposta alle necessità perché tale Repubblica funzionasse autonomamente attraverso: continuità territoriale, accessi stradali, quartieri residenziali, servizi pubblici, reti idriche, reti energetiche, aree di espansione e corridoi logistici, con un leggero ampliamento del territorio attuale, comprenderebbe il Monte degli Ulivi, sulle cui pendici sorge la cappella dell’Ascensione.

In definitiva la proposta prevede la trasformazione della Città Santa in una entità urbanisticamente autosufficiente e territorialmente sostenibile, concetto che compare molto raramente nella letteratura negoziale che ho esaminato.

Questa, pertanto, non è una semplice proposta diplomatica, ma un ragionamento da urbanista e ingegnere territoriale. Nelle proposte ONU si parla di territorio internazionale. Nel mio articolo si parla di fattibilità funzionale della città-Stato. Una differenza sicuramente sostanziale.

Questa proposta significa un ritorno al principio politico che stava alla base delle risoluzioni internazionali, cioè la coesistenza di due popoli con pari dignità nazionale. In questa prospettiva, la questione non sarebbe ricostruire il passato, ma creare le condizioni materiali, economiche e politiche affinché due Stati possano ancora esistere e cooperare in pace.

La proposta della “Repubblica della Città Santa” si distingue dalle precedenti ipotesi di internazionalizzazione di Gerusalemme perché non assume come punto di partenza l'internazionalizzazione dell'intera città o di un'ampia area territoriale. Essa parte invece dalla Città Vecchia e dai suoi caratteri urbanistici, sociali, economici e religiosi, ipotizzandone la trasformazione in una piccola entità autonoma, funzionalmente autosufficiente e dotata di uno status politico proprio, con un limitato ampliamento territoriale verso il Monte degli Ulivi. Si tratta, pertanto, non soltanto di una proposta diplomatica sullo status di Gerusalemme, ma di un'ipotesi di organizzazione urbana e territoriale finalizzata alla convivenza dei tre popoli religiosi e alla soluzione del nodo dei Luoghi Santi.

I limiti dimensionali e la drammatica densità abitativa della sola Città Vecchia (appena 0,9 km2) sono sempre stati il principale scoglio critico evidenziato dagli urbanisti: chiudere la città all'interno del solo perimetro delle Mura Ottomane rischierebbe di trasformarla in un "museo a cielo aperto" o in un'enclave soffocata e invivibile per i suoi stessi residenti.

In questa prospettiva, non esiste in letteratura o nella diplomazia internazionale una proposta analoga che integri l'estensione verso il Monte degli Ulivi per risolvere il deficit spaziale, funzionale e residenziale della Città Vecchia.

Espandendo il perimetro della "Repubblica" oltre le Mura a est, il progetto evita di trasformare la Città Vecchia in una prigione murata e le restituisce un respiro territoriale. Crea una vera e propria unità urbanistica coesa, bilanciando il nucleo monumentale e denso dell'interno-mura con un'area aperta a sviluppo controllato, residenziale e di rappresentanza.

La definizione di una micro-Repubblica organica e ridimensionata, estesa esattamente fino alla dorsale del Monte degli Ulivi per dare respiro funzionale alla Città Vecchia, rappresenta un modello di pianificazione territoriale originale e al momento forse unico nel suo genere.

La proposta rappresenta una terza alternativa fra Gerusalemme israeliana e Gerusalemme palestinese, ma come un "terzo spazio urbano" inserito fra i due Stati, territorialmente minimo, ma politicamente e funzionalmente strategico. Questo è probabilmente l'aspetto concettualmente più originale della proposta.

Considerazioni finali

La vera grande menzogna che accompagna il conflitto israelo-palestinese non consiste nell'affermare che la pace sia difficile. La pace è sempre difficile. La menzogna consiste nel sostenere che essa sia impossibile.

Quando una soluzione viene dichiarata impossibile, una scelta politica viene presentata come una legge della natura. Si cerca di convincere l'opinione pubblica che ciò che è stato costruito dagli uomini non possa più essere modificato dagli uomini.

La storia insegna esattamente il contrario. Le risorse economiche necessarie per ricostruire Gaza e riorganizzare la Cisgiordania esistono. Esistono le competenze tecniche, gli strumenti del diritto internazionale e numerosi precedenti storici che dimostrano come confini, sistemi politici e assetti territoriali possano essere trasformati quando esiste la volontà politica di farlo. Ciò che oggi sembra mancare non sono i mezzi, ma il coraggio delle decisioni.

Ma una pace duratura non può essere costruita soltanto attraverso accordi diplomatici, garanzie di sicurezza o investimenti economici. Perché ogni intesa politica possa consolidarsi nel tempo è necessario ricostruire il tessuto umano lacerato da decenni di conflitto. In questa prospettiva, potrebbe assumere un ruolo decisivo la costituzione di una task force congiunta israelo-palestinese, composta da rappresentanti delle istituzioni, del mondo accademico, della società civile e delle comunità locali, chiamata ad operare su tre fronti fondamentali.

Il primo riguarda la revisione dei programmi educativi e dell'insegnamento scolastico, con l'obiettivo di superare narrazioni unilaterali che contribuiscono ad alimentare diffidenza, paura e ostilità fin dall'infanzia.

Il secondo consiste nell'avvio di un ampio processo "People to People", fondato sul dialogo diretto tra cittadini, giovani, famiglie, professionisti e comunità delle due parti, affinché la conoscenza reciproca sostituisca progressivamente la logica della separazione e del sospetto.

Il terzo fronte, forse il più importante, riguarda la riumanizzazione dell'avversario: il recupero della capacità di vedere nell'altro non un nemico astratto, ma una persona portatrice degli stessi diritti, delle stesse paure e della stessa dignità umana.

La radicalizzazione parallela degli estremismi, da Hamas ai settori più intransigenti dell'ultranazionalismo e dell'ortodossia religiosa israeliana, ha finito infatti per alimentare una dinamica di reciproca legittimazione.

Gli estremismi si rafforzano a vicenda, utilizzando la paura, il dolore e la sofferenza delle rispettive popolazioni come strumenti di mobilitazione politica e rendendo sempre più difficile l'affermazione di voci moderate e concilianti. Per questa ragione, ogni autentico percorso di pace deve partire dalla ricostruzione dell'umano, dal riconoscimento reciproco e da un investimento educativo e sociale che restituisca alle nuove generazioni la possibilità concreta di immaginare un futuro diverso da quello ereditato.

Uno dei principali ostacoli alla realizzazione di una pace fondata su due Stati per due popoli è la diffusa percezione di impunità che continua ad accompagnare i crimini commessi nel corso del conflitto. Senza accertamento delle responsabilità, rispetto del diritto internazionale e tutela delle popolazioni civili, ogni soluzione politica rischia di rimanere fragile e incompleta.

Tuttavia, il clima internazionale sembra gradualmente cambiare. In molti Paesi crescono le critiche verso la prosecuzione della guerra e aumenta il numero di governi, organizzazioni internazionali, studiosi, esponenti della società civile e semplici cittadini che chiedono una soluzione fondata sul diritto, sulla sicurezza reciproca e sul riconoscimento dei diritti nazionali di israeliani e palestinesi.

In questo contesto, la strategia perseguita dal governo guidato da Benjamin Netanyahu appare sempre più contestata anche all'interno della stessa società israeliana e della diaspora ebraica. Accanto a coloro che sostengono l'azione del governo, vi sono organizzazioni, intellettuali, ex responsabili della sicurezza, movimenti civici e cittadini che ne criticano duramente le scelte. Sarebbe quindi un errore identificare il popolo israeliano o il mondo ebraico con le decisioni dell'attuale leadership politica, poiché al loro interno convivono sensibilità e posizioni profondamente differenti.

Anche sul piano internazionale stanno emergendo segnali di cambiamento. Le difficoltà politiche incontrate da Donald Trump e le trasformazioni in atto negli equilibri geopolitici globali mostrano come nessun leader e nessun governo possano considerarsi sottratti al giudizio della storia e dell'opinione pubblica internazionale.

Israele e Palestina hanno lo stesso diritto alla sicurezza, alla libertà e all'autodeterminazione. Nessuna pace duratura potrà essere costruita negando i diritti dell'uno o dell'altro popolo. La sicurezza degli israeliani e la libertà dei palestinesi non sono obiettivi alternativi: sono condizioni inseparabili di una pace autentica.

La pace non significa dimenticare le vittime. Significa impedire che ve ne siano altre. Per questo la questione palestinese non riguarda soltanto israeliani e palestinesi, ma l'intera comunità internazionale. Se il diritto cessa di valere per alcuni popoli, prima o poi finirà per perdere significato per tutti.

La domanda decisiva non è se uno Stato palestinese sia ancora possibile. La vera domanda è se il mondo avrà il coraggio di far prevalere il diritto sulla forza, la giustizia sull'impunità e la cooperazione sulla guerra.

Nel giorno in cui ciò accadrà, lo Stato di Palestina non apparirà più come un'utopia. Diventerà semplicemente una realtà storica.

Note

1 The Road to Nowhere or the Path to Peace?.
2 La Nakba, che in arabo significa "la catastrofe", indica l'esodo forzato, la cacciata e la perdita della terra di circa 700.000 arabi palestinesi, avvenuta in coincidenza con la nascita dello Stato di Israele e la prima guerra arabo-israeliana. I palestinesi furono costretti a lasciare le proprie case e centinaia di villaggi palestinesi furono svuotati e demoliti nel corso del conflitto.
3 Approdondimento sul canale La7.
4 Geneva Initiative: An Israeli-Palestinian initiative to end the conflict.
5 The Question of Palestine.
6 UN conference launches 'New York Declaration' calling on ending the Palestinian-Israeli conflict through the two-state solution.
7 United Nations High-Level International Conference - New York Declaration on the Peaceful Settlement of the Question of Palestine and the Implementation of the Two-State solution.
8 New York Declaration.
9 La Repubblica della Città Santa.