Pur avendo girato mezzo mondo, non ero mai stato a Lisbona. Ci sono andato per la prima volta nel febbraio di quest’anno, cedendo all’insistenza di mia moglie che voleva visitarla in occasione del suo compleanno. A cosa era dovuta questa mia riluttanza? Devo ammetterlo: sono uno snob e un bastian contrario; mi aveva irritato la “moda” di Lisbona scatenata negli anni Ottanta da Antonio Tabucchi coi suoi libri su Fernando Pessoa, così come mi avevano irritato, a loro tempo, la Praga magica di Angelo Maria Ripellino e la Vienna mitteleuropea di Claudio Magris.

È un fenomeno che ho osservato negli anni: un autore lancia con successo un tema o un personaggio, dapprima fra le élite intellettuali (esistono ancora?), poi fra il “ceto medio riflessivo” per raggiungere infine, attraverso cerchi sempre più larghi, il grosso pubblico, quello che magari nulla sa di, o non prova interesse per Kafka, Musil o Pessoa ma si sente comunque in dovere di seguire le mode. E la conseguenza inevitabile è l’overtourism - specie da parte degli italiani - a Lisbona, come a Praga e Vienna.

Comunque sia, come mi sbagliavo nei miei pregiudizi! Lisbona, adagiata su sette colli, è una città scenografica, struggente e malinconica. I vecchi quartieri, di edifici in parte fatiscenti, ci raccontano una grandezza perduta. Il vasto estuario del Tago e il vicino oceano ci ricordano un potentissimo impero marittimo di cui resta solo la memoria, ma le cui tracce sono tuttora visibili: splendide facciate barocche, chiese, piazze, palazzi. Piccoli, sferraglianti tram gialli (famoso il numero 28 che attraversa gli antichi quartieri di Alfama, Baixa, Graça e Bairro Alto) in cui i turisti si pigiano come le proverbiali sardine portoghesi, salgono per stradine ripide, rasenti alle facciate piastrellate di azulejos. E la luce riverbera bianca dal grande fiume e dall’oceano.

Come avevo scritto di Parigi e Londra, anche a Lisbona di antico rimane relativamente poco. Il 1° novembre 1755 la città fu infatti devastata da una tripla catastrofe: un terremoto, seguito da un immenso incendio e da un maremoto.

Sopravvissero a quel disastro il castello moresco di São Jorge, risalente al dominio arabo su Lisbona e che domina tutto il panorama con una vista impareggiabile sulla città; la celeberrima Torre di Belém del XVI secolo in riva al Tago, da cui partivano esploratori come Vasco da Gama per i loro viaggi verso le Indie; il Monastero dos Jerónimos, capolavoro dell’architettura gotica manuelina del Portogallo i cui chiostri a due piani sono ricoperti da intricati intagli in pietra (leoni, creature marine e simboli nautici che fanno riferimento all'impero marittimo del Portogallo); Sé, la cattedrale romanica e infine il Convento do Carmo, quasi completamente distrutto dal terremoto, che svetta sopra Lisbona con le sue colonne frantumate e gli archi a sesto acuto esposti alle intemperie.

Ma anche Alfama, il quartiere più antico di Lisbona, il labirinto di stradine, scalinate e vicoli, è sopravvissuto al sisma che ha raso al suolo gran parte della città. Se un tempo era il cuore della città moresca, poi è diventato un quartiere popolare dove vivevano marinai e pescatori.

Vale la pena di soffermarsi sul terremoto del 1755: nel giro di pochi minuti, le scosse distrussero la capitale di un impero, una metropoli di 250.000 abitanti che si vantava di essere la più ricca dell'Occidente. La catastrofe vide non solo la scomparsa della fiera Lisbona, ma anche di una parte essenziale del “Vecchio Mondo”. Nel clima generale di crisi che aveva colpito l'Europa verso la metà del secolo XVIII, il terremoto di Lisbona fu considerato come il funesto presagio della fine dell’Ancien Régime (nel caso del Portogallo, le ricchezze incommensurabili derivanti dal commercio delle spezie con le Indie erano state dilapidate dai monarchi in progetti edilizi utopistici).

La catastrofe fu quindi il pretesto per numerosi dibattiti sul piano letterario e filosofico fra gli intellettuali del tempo. Voltaire per esempio fa iniziare il suo Candide del 1761 con una descrizione del terremoto di Lisbona. Nella sua astiosa polemica contro la Chiesa cattolica, il filosofo illuminista utilizzò questo avvenimento per dileggiare il discorso teologico sulle catastrofi quali elementi visibili del castigo divino. Ma il suo nemico di sempre, Jean-Jacques Rousseau, criticò il suo tentativo di far passare per stupidità il conforto che gli sfortunati abitanti cercavano nella Provvidenza.

La ricostruzione del centro storico di Lisbona dopo il terremoto sarà per sempre associata al nome di Sebastião José de Carvalho e Melo, marchese di Pombal, il primo ministro che ebbe il coraggio di sognare e costruire una nuova città.

Dopo la catastrofe, Pombal, personaggio pragmatico, prese rapidamente in mano la situazione: la sua preoccupazione prioritaria riguardava la riqualificazione del centro della città nella zona della Cidade Baixa (città bassa), un tempo dominata dal palazzo reale sulle rive del Tago. In collaborazione con gli architetti, costruì una città moderna e pianificata con ampi assi nord-sud attraversati ad angolo retto da strade trasversali più strette e delimitati da due piazze, la Praça do Comércio a sud e il Rossio a nord.

La sistemazione della Praça do Comércio, una delle piazze più belle al mondo, costituì senza dubbio la novità più interessante. Sorse sul sito del palazzo reale distrutto dal terremoto del 1755 ed è infatti ancora oggi comunemente chiamata Terreiro do Paço (terrazza del palazzo). Affacciata sul Tago, con maestose colonne e coronata all'estremità settentrionale dall'Arco di Rua Augusta, questa piazza a cui attraccavano le navi divenne il cuore del commercio e del potere. Per la sua vastità e “infinitezza” mi ha ricordato altre piazze “agorafobiche” da me visitate quali la Piazza Rossa, Tien An Men, la Heldenplatz di Vienna o Place de la Concorde.

Lisbona e i suoi poeti

Come ho sempre cercato di dimostrare nei miei articoli di “turismo letterario”, non c'è niente come la poesia per trasmettere l'ineffabile e lo straordinario. E questo vale anche per Lisbona, la città della luce, vestita di bianco e dall’anima malinconica.

Prenderò in considerazione tre poeti.

Il primo è Luís de Camões (1524-80), il Cervantes (o Shakespeare) portoghese, considerato il poeta nazionale (oggi chiamiamo il portoghese la «lingua di Camões»). Esponente del Rinascimento, autore epico, lirico e teatrale, raggiunse la gloria soprattutto grazie alla sua epopea Os Lusíadas, poema che celebra le gesta dei lusitani o portoghesi ed è fra i grandi libri della letteratura universale.

Da questo poema, e più precisamente dal canto XI prendo questo brano, che rievoca il ritorno dei navigatori alla loro amata Lisbona:

Assim foram cortando o mar sereno,
Com vento sempre manso e nunca irado,
Até que houveram vista do terreno
Em que nasceram, sempre desejado.
Entraram pela foz do Tejo ameno,
E à sua pátria e Rei temido e amado
O prémio e glória dão, porque mandou.

[Così solcavano il mare sereno,
con vento sempre mite e mai impetuoso,
finché non avvistarono la terra
in cui erano nati, da sempre desiderata
Entrarono dalla foce del dolce Tago
e alla loro patria e al loro temuto e amato re
diedero il premio e la gloria che aveva comandato.]

Il secondo poeta è Cesário Verde (1855 – 1886) considerato il fondatore della poesia modernista (versione iberica del simbolismo) in Portogallo, morto giovane di tubercolosi e autore di un unico libro O Livro De Cesário Verde. Fernando Pessoa lo considerava il suo maestro, per la sua vena permeata di malinconia. In O Sentimento dum Ocidental (Il sentimento di un occidentale), di cui riporto un brano, Verde coglie l'atmosfera di decadenza che andava allora diffondendosi nella società portoghese, mettendo a confronto con il presente le scoperte e le spedizioni dei navigatori portoghesi del passato, nonché le opere del poeta nazionale Luís de Camões:

Nas nossas ruas, ao anoitecer,
Há tal soturnidade, há tal melancolia,
Que as sombras, o bulício, o Tejo, a maresia
Despertam-me um desejo absurdo de sofrer.

[Nelle nostre strade, al calar della sera,
c'è una tale malinconia, una tale tristezza,
che le ombre, il trambusto, il Tago, la brezza marina
risvegliano in me un assurdo desiderio di soffrire.]

Veniamo infine al più conosciuto poeta di Lisbona, il già citato Fernando Pessoa. Prima di visitare la capitale portoghese, nella mia presuntuosa ignoranza l’avevo sottovalutato. Ne avevo letto solo alcune poesie sparse, che mi erano sembrate un po’ lambiccate, e ne ignoravo lo spessore di filosofo, critico letterario e pensatore nonché la vastità dell’opera. Mi sono rifatto facendo incetta di libri suoi e su di lui, nella libreria Bertrand di Lisbona al 73 di Rua Garrett, considerata la più antica del mondo ancora in attività (dal 1732, un’altra mia libreria preferita, la Hatchards di Londra risale “solo” al 1797).

image host La statua di Pessoa in una foto di Flavius Roversi.

Pessoa, com’è noto, fu uno scrittore prolifico sia con il proprio nome che con altri tre: Alberto Caeiro, Álvaro de Campos e Ricardo Reis. Non li definiva pseudonimi perché riteneva che questo termine non rendesse giustizia alla loro autonoma vita intellettuale e li chiamava invece “eteronimi”, un termine da lui inventato.

Scrive Pessoa, sotto le vesti di Álvaro de Campos, il suo eteronimo dandy, decadente e nichilista, nel poema Lisbon revisited del 1926:

Outra vez te revejo - Lisboa e Tejo e tudo -
Transeunte inútil de ti e de mim,
Estrangeiro aqui como em toda a parte,
Casual na vida como na alma,
Fantasma a errar em salas de recordações
Ao ruído dos ratos e das tábuas que rangem
No castelo maldito de ter que viver...

[Ti rivedo di nuovo - Lisbona e il Tago e tutto il resto -
Passante inutile di te e di me,
Straniero qui come ovunque,
Casuale nella vita come nell'anima,
Fantasma che vaga nelle stanze dei ricordi
Al rumore dei topi e delle assi che scricchiolano
Nel castello maledetto del dover vivere...]

Lisbona è per Pessoa ciò che Parigi è per Baudelaire. Nel suo Livro do Desassossego (Libro dell'inquietudine), la città è protagonista, svolgendo un ruolo che dà coesione alla prosa frammentaria dell’opera e le conferisce una certa unità. L'esperienza della vita urbana emerge come una novità nel libro e Pessoa trasforma Lisbona in una capitale della modernità.

Il caffè A Brasileira, risalente al 1905 e frequentato da Pessoa, si trova proprio nel cuore del Chiado , il quartiere letterario di Lisbona vicino a Praça Luís de Camões. Di fronte, c'è il monumento a Pessoa: particolarissimo. La statua dello scrittore è seduta a tavolino, come un cliente del bar, sulla strada. Così, si mischia e si confonde con i clienti che consumano le ordinazioni.

Per concludere

Scrive Pessoa nel Livro do Desassossego:

Che cos'è viaggiare e a cosa serve viaggiare? Qualsiasi tramonto è un tramonto; non è necessario andare a vederlo a Costantinopoli. La sensazione di liberazione che nasce dai viaggi? Posso provarla andando da Lisbona a Benfica [quartiere periferico della città], e provarla più intensamente di chi va da Lisbona alla Cina, perché se la liberazione non è in me, per me non è da nessuna parte.

(…)

Cosa può darmi la Cina che la mia anima non mi abbia già dato? E se la mia anima non può darmelo, come potrà darmelo la Cina?

Parole sante, che condivido pienamente ma non metto in pratica, ché, altrimenti, dovrei smettere di viaggiare e di scrivere i miei articoli…