Nata dallo scioglimento dei ghiacciai, che, ritirandosi, hanno lasciato acquitrini, paludi e selve, la “Bassa” novarese è oggi una fertile piana sapientemente coltivata, punteggiata qua e là da filari di pioppi, grandi cascine storiche e pingui borghi, collegati da una distesa di risaie che pare infinita. Questo paesaggio, profondamente influenzato dall’azione dell’uomo, sembra avere come elemento dominante l’acqua. Ovunque fiumi, torrenti, rogge, fontanili, cavi, canali, risorgive plasmano il territorio, conferendogli un fascino particolare.
Nel XI e XII secolo una vasta area della Bassa novarese era ancora ricoperta da boschi, terreni incolti, brughiere e zerbi. Non mancavano prati e arativi, che producevano segale, miglio e panico. In più si raccoglievano noci, castagne e frutta e si allevavano bovini, ovini e suini. Dalla fine del XII secolo nel territorio alle acque del Sesia, a quelle dei torrenti naturali e a risorgive, fontane e fontanili da cui derivavano piccoli canali per uso adacquatorio, si aggiunsero altri corsi scavati artificialmente dai novaresi, e forse anche dai conti di Biandrate. Come le due rogge, oggi note con i nomi di Busca e Biraga.
La Busca, documentata dal 1259, fu ottenuta dalla derivazione del Sesia a nord di Carpignano. Essa scorreva attraverso le terre di Sillavengo e Mandello, per poi proseguire nel Basso novarese. La Biraga fu tratta dal Sesia all’altezza di Sillavengo. Il suo deflusso era orientato verso Biandrate e il Basso novarese. In un’età di grandi trasformazioni tecniche le grandi arterie idriche non erano soltanto sfruttate per l’uso agricolo dell’acqua, ma soprattutto per la forza idraulica che alimentavano. Le rogge servivano in particolare i mulini e le prime officine, dette “piste”, “fulloniche”, per la lavorazione di lana, tessuti e ferro. Attraversava la zona il tratto pianeggiante della Via Biandrina, considerata una diramazione della Via Francigena e tracciata sulla sinistra del Sesia.
L’arteria di comunicazione interna nell’ambito dei possedimenti dei conti di Biandrate, dall’omonimo centro abitato, permetteva alla nobile famiglia di raggiungere rapidamente Romagnano e le rocche difensive in Valsesia, controllare il medio e alto corso del fiume Sesia e garantire ai loro armenti il foraggio in estate e la transumanza in inverno. Una capillare rete di centri militari e dipendenze monastiche risolveva i principali problemi organizzativi.
Nella Bassa novarese a testimoniare il passaggio di merci e persone lungo la strada Biandrina sono rimaste millenarie abbazie, chiese campestri, campanili romanici, strutture difensive collettive, castelli, torri di guardia e brandelli di fondamenta di fortificazioni. A S. Nazzaro Sesia si può visitare l’imponente abbazia fortificata dei SS. Nazario e Celso. Un importante monumento, ritenuto tra le fondazioni monastiche più antiche del Piemonte, eretto vicino al guado del Sesia negli anni 1039-1053 probabilmente da Riprando, vescovo di Novara e conte di Pombia. Sotto alla grata metallica dell’attuale sacrestia si vedono ancora i resti dell’absidiola meridionale, dell’altare quadrangolare e di un breve tratto di muro perimetrale del primitivo tempietto. Invece del quadriportico rettangolare, che incorniciava la facciata della chiesa, si conservano le maniche longitudinali, scandite in due piani. Due le ipotesi sulla datazione dell’atrio: quella della contemporaneità alla fondazione di Riprando e quella di una cronologia risalente al secondo quarto del XII secolo.
Nel 1152, alla Dieta di Würzburg, Federico I confermò a Guido di Biandrate, discendente dei conti di Pombia, tutti i domini nel Novarese, compresa l’abbazia di San Nazzaro, che formò un’unica circoscrizione amministrativa con Biandrate di Mezzo, Vicolungo e Casalbeltrame. La zona limitrofa alla badia fu bonificata e le acque del Sesia, canalizzate, divennero via di comunicazione, protezione naturale e risorsa fondamentale per la resa economica del territorio. I monaci crearono anche un hospitalis per viandanti e pellegrini, con celle e priorati tutt’intorno. Successivamente, nel XIII secolo, l’ente monastico fu fortificato e costituì una “testa di ponte” per il controllo dell’area di cerniera che, situata oltre il letto del fiume, rappresentava un confine instabile tra le giurisdizioni delle città rivali di Vercelli e Novara.
La massiccia torre campanaria a otto piani, innalzata con grandi ciottoli provenienti dal greto del fiume e dallo spietramento dei campi circostanti, uniti a elementi in pietra di età romana e conci rettangolari di quarzite, assunse così anche il ruolo di bastione di difesa e avvistamento sulla piana circostante. Nel ‘400 il complesso abbaziale, già segnato da non poche traversie, riacquistò importanza strategica e divenne un cuneo milanese in terre sabaude. Allora il Sesia delimitava il confine tra il Ducato di Milano e i possedimenti dei Savoia. Al di qua del fiume, confinanti con il paese di San Nazzaro c’erano le località di Recetto e Cassinale, soggette alla famiglia Arboreo, fedele ai Savoia, mentre a sud le terre erano spartite tra Novara e Vercelli.
I duchi di Milano nominarono come abate il conte Antonio Barbavara. Durante la sua reggenza (1429-1466) furono introdotte nuove colture, bonificati i campi circostanti, ripristinati gli antichi diritti di acqua del Sesia e ripopolate le terre con altre piante. Inoltre si ristrutturarono la chiesa, la sala capitolare e il chiostro. Consacrato nel 1450 e terminato nel 1461, il luogo di culto per la sapiente distribuzione dei volumi e il pregio delle decorazioni, è ora considerato “la miglior espressione dell’architettura lomellina del tempo”.
Oltre al complesso abbaziale di San Nazzaro, un prezioso manufatto per comprendere l’evoluzione della storia dell’architettura novarese è anche la chiesa romanica di San Pietro al Cimitero di Casalvolone (Casale Gualonis), consacrata tra il 1118 e il 1119. L’originario tempietto, però, si colloca tra l’VIII e il XI secolo. A confermarlo è una costruzione a navata unica con abside orientata come l’attuale chiesa, ma di larghezza di poco inferiore, ben individuabile in pianta dall’andamento delle fondazioni. Pure il campanile, splendido esempio di un linguaggio costruttivo che supplisce alla semplicità dei mezzi con una sensibilità in grado di cogliere e trarre dalla povertà del materiale ogni possibile carica espressiva, è sicuramente più antico della chiesa romanica.
Si ipotizza che la costruzione di un nuovo impianto di minori dimensioni sia iniziata in una fase di transizione, a seguito delle condizioni precarie o addirittura del crollo della struttura. Poi, con più ambiziosi intenti, si decise di ampliare la fabbrica, suddividerla in quattro campate, coperte da volte a crociera rialzata, quasi cupoliforme, e organizzarla a tre navate sorrette da pilastri a fascio, concluse da absidi semicircolari affrescate. La raffigurazione, che interessa totalmente l’invaso dell’abside maggiore, è stata commissionata nell’aprile del 1478 e ritrae Cristo in mandorla circondato da santi e profeti.
Nella Bassa novarese i luoghi di culto già esistenti nei secoli XI e XII sono piuttosto numerosi e nonostante ristrutturazioni frequenti, spostamenti di insediamenti umani, variazioni demografiche e forse un’economia più agile, il patrimonio superstite è di considerevole interesse. Lungo la Via Biandrina, appena fuori l’abitato di Sillavengo, si trova ancora l’oratorio di S. Maria Vetere. Menzionato per la prima volta nel 1067, ha aula rettangolare, abside seicentesca e campanile romanico. Passato nel Cinquecento tra le proprietà dell’ospedale di S. Michele di Novara, tra la fine del ‘400 e il primo trentennio del ‘500 fu affrescato e ampliato, addossando al fianco meridionale una cappella dedicata a S. Germano, ricoperta di pitture murali datate 1533.
Oltrepassata la chiesa di S. Maria Vetere, a sud dell’abitato di Sillavengo, la Via Biandrina superava la roggia Busca e raggiungeva la porta occidentale di Mandello Vitta, dirigendosi verso Biandrate. Nella piazza del paese di Mandello, tuttora dominato da una massiccia torre difensiva eretta nella prima metà del ‘200 e perfettamente conservata, si può visitare la chiesa di San Lorenzo, parrocchiale dell’antico borgofranco fondato durante le podesterie di Robaconte da Mandello, prima del 1233. Il luogo di culto, probabilmente edificato alla fine del XII secolo, risulta documentato per la prima volta nel 1357 come chiesa dipendente dalla vicina pieve di Proh-Camoidea.
Nel corso dei secoli la fabbrica a tre navate, con archi longitudinali retti da pilastri rettangolari e facciata a salienti, ha subito numerose modiche. Di certo l’originaria struttura tardo-romanica della muratura esterna è stata realizzata in ciottoli di fiume disposti a spina di pesce, intervallati da corsi di mattoni, mentre le due absidi in mattoni e il campanile risalgono al XV e XVI secolo. Nell’altomedioevo il centro abitato di Biandrate rappresentò il nucleo politico-amministrativo dell’omonima famiglia comitale. Diversamente da altre zone d’Italia, in cui le potenti famiglie cittadine si erano dovute ritirare nel contado, nel Novarese il fulcro tradizionale del potere comitale era già rurale. Il vescovo di Novara riuscì solo tardivamente (poco dopo il 1000) a proporre la propria città come centro di un comitatus a lui soggetto, senza per questo eliminare l’importanza sempre viva e anzi rinnovata, dei titolari laici del potere comitale nella zona.
Accadde così che gli intraprendenti conti di Pombia-Biandrate, ignorando gli antichi confini circoscrizionali, dove potevano contare su basi fondiarie, fortificazioni, chiese e clientele vassallatiche diedero impulso a insediamenti signorili, legati alla politica di sfruttamento del suolo. Il ricetto di Carpignano Sesia, cinto da mura turrite per la difesa comune e formato da cellule abitative e “caneve”, capaci magazzini, costituiti da due ambienti comunicanti sopra un piccolo solaio, ne è un interessante esempio. Il nucleo a forma pseudocircolare della struttura fortificata collettiva, dettata dall’esigenza di popolare zone scarsamente abitate, dalla paura e dalla necessità di proteggere uomini e beni da scorrerie e saccheggi, risale al XI secolo.
Un torrione, anticamente munito di ponte levatoio, funge tuttora da ingresso al ricetto. Passeggiando per le vie pavimentate a ciottoli, si possono osservare le tipiche case quattrocentesche in mattoni e pietre del Sesia. Curioso il torchio “alla latina”, che realizzato nel 1575 con un unico tronco di olmo lungo 12 metri e considerato uno dei più antichi esemplari del Piemonte, è inglobato in un complesso edilizio del XIV-XV secolo.
A Carpignano nel primo quarto dell’ XI secolo la nobile famiglia Pombia fece costruire la cappella castrense di S. Pietro in Castello, aggregata nel 1141 dal papa Innocenzo II al cenobio di San Pietro di Castelletto Monastero, oggi Castelletto Cervo, nel Vercellese. Circondata da costruzioni realizzate nel ‘400, la chiesa fu ampliata dai Cluniacensi e inglobata in un complesso monastico, edificato in più riprese tra Duecento e Trecento. All’interno conserva uno dei maggiori cicli pittorici romanici dell’Italia padana. I dipinti rappresentano i dodici Apostoli e l’iconografia della Traditio legis che, alquanto rara in Piemonte, è riconducibile ai legami della chiesa di S. Pietro con Roma e all’aggregazione del 1141 al monastero vercellese. Notevole anche l’immagine dell’homo selvaticus nel velario, precoce esempio di una tipologia oltremontana, che avrà fortuna in età gotica.
Le rappresentazioni a fresco, opera di un anonimo artista novarese attivo nella metà del XII secolo, per l’accentuazione esasperata delle fisionomie sono ricollegabili alla corrente più manieristica della pittura salisburghese e in particolare agli affreschi del coro della chiesa abbaziale di Frauenwörth, a Fraueninseln, realizzati nel secondo quarto del XII secolo.
Nella seconda metà del Quattrocento la presenza nella Bassa novarese di notevoli estensioni paludose favorì la coltivazione del riso. L’impianto delle risaie modificò il profilo dei campi, che per alcuni mesi all’anno si presentano come infinite tessere liquide di un’immensa laguna squadrata, da cui emergono filari di pioppi, strade e case. Pian piano le terre nel Medioevo ancora ricoperte da una folta vegetazione, furono dissodate e coltivate, con il conseguente aumento della popolazione e l’incremento dei nuclei abitativi. Nell’Ottocento la rete irrigua, con l’opera di potenziamento promossa dal ministro Cavour, registrò un forte incremento, favorendo la messa a coltura di ampie superfici. Ai tanti corsi d’acqua si aggiunse anche il Canale Cavour che, realizzato in meno di tre anni, lungo 85 km e con la portata massima di circa 100 m³/s costituisce tuttora l’ossatura portante del sistema di canalizzazione delle risaie in Piemonte.
Ora buon parte del territorio della Bassa novarese è tutelato dal Parco Naturale Lame del Sesia. Con un poco di tempo a disposizione seguendo percorsi attrezzati, autoguidati e attività didattiche si può andare alla scoperta di quest’insolito ambiente fluviale, ove lame, meandri, specchi d’acqua, boschi, ghiaie e sabbie contrastano con il paesaggio circostante, caratterizzato dalla monocultura del riso.















