Ravenna, nei primi decenni dell'Ottocento, non è una semplice città di provincia dello Stato Pontificio. È un laboratorio politico e culturale, un crocevia di idee e di passioni che, lontano dal controllo asfissiante di Roma, fermenta in una nobiltà impoverita ma colta, in salotti dove si parla di libertà e di nazione, in palazzi che ospitano esuli, poeti e principi senza trono.
Tre donne, quasi coetanee, incarnano questo spirito. Tre figure che, ciascuna a proprio modo, trasformano Ravenna in una capitale morale del Risorgimento e in un ponte verso l'Europa.
La prima è Teresa Gamba Guiccioli, nata intorno al 1798. Sposa giovanissima il ricchissimo conte Alessandro Guiccioli e, con il suo beneplacito, ospita nel proprio palazzo Lord Byron. Dal 1819 al 1821, il poeta inglese visse a Ravenna, trasformandola in un epicentro del Romanticismo europeo e in un punto di riferimento per i circoli carbonari.
La seconda è Marianna Bacinetti Florenzi, nata a Ravenna il 9 novembre 1802. Anche lei, come Teresa, esce dal prestigioso collegio di Santa Chiara a Faenza. Ma la sua strada è diversa: sposa il marchese perugino Ettore Florenzi e, attraverso di lui, incontra a Roma il principe ereditario di Baviera, Ludwig di Wittelsbach. Non sarà solo un'amante: diventerà filosofa, traduttrice di Schelling, consigliera politica e patriota.
La terza è Luisa Murat Rasponi, nata a Parigi nel 1805, figlia di Gioacchino Murat e di Carolina Bonaparte. Dopo la caduta di Napoleone e la fucilazione del padre, sposa nel 1825 il conte ravennate Giulio Rasponi. Porta a Ravenna l'eredità napoleonica, la rete massonica europea e un salotto che diventa crocevia di cospirazioni e diplomazia.
Tre donne, tre destini, tre modi di esercitare il potere e l'influenza. Teresa usa la poesia e il mito romantico. Luisa usa la diplomazia, la memoria dinastica e la massoneria. Marianna usa la filosofia e la scrittura politica. Questa è la storia di Marianna.
Carnevale 1821: un valzer che dura quarant'anni
Roma, febbraio 1821. Via del Corso è un fiume di carrozze e coriandoli. In una berlina, Marianna, diciottenne, si ripara dai lanci e risponde con grazia ai saluti. Accanto a lei, il marito Ettore Florenzi, quarantaquattrenne, sobbalza a ogni galanteria: «Le baldorie non facevano per lui e finivano per infastidirlo».
Il traffico del Carnevale li affianca alla berlina del principe ereditario di Baviera, Ludwig di Wittelsbach. Una ghirlanda vola verso Marianna. Lei, con prontezza, la rimanda al mittente. Un gesto da commedia romantica, eppure l'inizio di una storia di quarant'anni.
Tre giorni dopo, al ballo dei principi Torlonia, Marianna si presenta senza invito, accompagnata dalla cognata. La padrona di casa la umilia pubblicamente: «Queste cose useranno a Perugia; a Roma non si fa così». Ma quando il cerimoniere invita Sua Altezza Reale ad aprire le danze, Ludwig ignora le principesse di casa e porge il braccio alla giovane marchesa. «Fece con lei il primo valzer e per tutta la sera – direi meglio per tutta la vita – le fece la corte», annota un cronista.
Martedì grasso, ultimo giorno di Carnevale, i due vengono sorpresi a danzare da soli in un salotto appartato di Palazzo Massimo, «rapiti» su un pavimento di mosaico romano. Ludwig si giustifica con una battuta: «Volevo provare l'emozione di ballare su un autentico mosaico». Il suo medico personale, meno incline alle bugie galanti, annota nel diario che il principe ha al fianco «fra le belle la più bella, degna della grande tradizione romana».
La strategia del marchese
Ma cosa pensava il marito? Ettore Florenzi non era un ingenuo. Rifuggiva «dal nominare» persino la zia di Marianna, la colta Cornelia Rossi Martinetti celebrata da Foscolo nelle Grazie. Tuttavia, aveva un chiodo fisso che lo tormentava da anni: lo scolmatore del Trasimeno. Le sue terre erano sommerse, il governo pontificio gli negava i permessi, e i suoi ripetuti viaggi a Roma erano stati vani.
La bellezza e lo spirito di Marianna cambiarono le carte in tavola. Al ricevimento dell'ambasciatore d'Austria, il cardinale Consalvi, Segretario di Stato, «non trattò il marchese perugino da provinciale querulo e petulante; si compiacque anzi di ascoltarlo affabilmente e promise che avrebbe fatto riesaminare il famoso progetto». Quando gli affari lo richiamano a Perugia, Ettore prende una decisione sorprendente: lascia Marianna a Roma, affidata alla cognata, facendo «tacito assegnamento sulla sua intraprendenza». Marianna divenne, forse suo malgrado, la migliore ambasciatrice del marito.
Da musa a filosofa: la nascita di una vocazione
La relazione con Ludwig, che diventerà re di Baviera nel 1825, dura quarant'anni. Non è solo passione: è un sodalizio intellettuale. Con lui Marianna impara il tedesco, legge i filosofi, si apre alla cultura d'oltralpe. Ludwig, dal canto suo, è un sovrano anomalo: ama l'Italia, protegge gli artisti, guarda con simpatia ai movimenti liberali.
Negli anni Quaranta, ormai quarantenne e madre – il figlio Vico, che tutti sanno essere figlio del re, cresce tra Perugia e Monaco – Marianna scopre una nuova passione: la metafisica. La sua giornata tipo, trascorsa nella tenuta di Collebeato, è descritta in una lettera a Ludwig:
Generalmente m'alzo alle 8, prendo la bibita d'erbe e faccio qualche giro nel giardino, torno a casa e scrivo a te. Leggo in francese il Paradiso perduto di Milton, in italiano le Vite degli Uomini Illustri di Plutarco, in tedesco dei versi di Goethe.
Nel 1833 Ettore Florenzi muore, consumato dagli affanni. Marianna scrive a Ludwig parole di dolore composto: «Il mio Ettore, l'ottimo fra i mariti, non esiste più per me». Nel 1836 sposa un distinto signore inglese, sir Evelyn Waddington. Non è un'avventura: è la scelta di maturità di una donna che vuole dedicarsi alla filosofia. Sarà proprio Waddington ad aiutarla nell'impresa che la consegnerà alla storia.
L'impresa: tradurre Schelling
Nel 1842 Marianna si reca a Parigi e incontra il conte Terenzio Mamiani, esule per i moti del 1831 e filosofo di chiara fama. È lui a consigliarle di tradurre il Bruno di Friedrich Schelling, un dialogo filosofico tra i più complessi dell'idealismo tedesco, mai apparso in Italia. L'impresa è titanica. La marchesa confida a Ludwig:
Le difficoltà che sono in quel libro sono più dell'immaginabile; null'ostante io spero di venirne a capo. Fatico estremamente per riuscirvi. Ma l'uomo sormonta tutto con la fermezza, la perseveranza e lo studio. Waddington l'aiuta nella traduzione letterale dal tedesco. Lei rivede il testo tre volte. Nel 1844, a Milano, esce la prima edizione del Bruno di Schelling tradotto dalla marchesa Florenzi Waddington, con prefazione di Mamiani. Il successo è immediato. Antonio Rosmini le scrive che l'opera «mantiene l'Italia in possesso di quella gloria ch'ebbe in addietro di avere donne atte a coltivare non pure gli studi ameni, ma ancora virili». Ma il riconoscimento più prezioso arriva da Schelling stesso. Il settantenne filosofo, ricevuta la traduzione, le invia una lettera commovente:
In quel tempo in cui l'incantevole immagine della bella marchesa Florenzi mi stava dinnanzi all'anima, non mi sarei mai potuto rappresentare in sogno che la donna ammirata da lontano si sarebbe occupata della filosofia tedesca, ed avrebbe tradotto uno dei miei scritti nella egregia lingua italiana. Eppure è così! Un'opera scritta da sì gran tempo che fino a me stesso è divenuta straniera, mi si presenta innanzi ringiovanita, abbellita con una grazia di espressione, la quale neppure il suo autore stesso avrebbe potuto darle.
E conclude con un auspicio: che la marchesa sia «una novella Diotima» per i filosofi italiani. Nel 1859 esce a Firenze, presso Le Monnier, la seconda edizione del Bruno, arricchita dalle lettere di Schelling e da due saggi della traduttrice.
Johann Georg von Dillis, Le colline dell’Umbria vicino a Perugia, 1830-1832, acquerello e guazzo su grafite su carta vergata preparata blu-verde, National Gallery of Art, Washington, D.C., USA.
Gli anni cruciali del Risorgimento
L'elezione di Pio IX nel 1846 accende le speranze di Marianna e di tutta l'Italia liberale. La marchesa, che aveva conosciuto Mastai Ferretti quando era vescovo di Imola – «soltanto di saluto», precisa –, scrive a Ludwig parole di genuino entusiasmo:
Sono secoli da che un'anima così benefica ed umana non siede sul trono di San Pietro. È un continuo gridare viva Pio IX. I romagnoli specialmente sono tanto inebriati del nuovo Pontefice che non v'è strada, non v'è porta di casa ove non vi sia la scritta Pio IX.
L'amnistia, le riforme, la guardia civica – a cui partecipano come semplici soldati il figlio Vico e il marito Evelino – sembrano preludere a un'Italia federale e libera dal giogo straniero. Marianna segue gli eventi con passione, ma senza rinunciare al suo spirito critico. Quando si profila la guerra contro l'Austria, lei, pur fervente patriota, scrive:
Odio la guerra come il più terribile e barbaro flagello. Riguardo con troppa religione la vita ed ogni goccia di sangue umano.
Non è tiepidezza, ma consapevolezza. Sogna un'Italia unita, ma ottenuta con la diplomazia, non con il massacro. E intanto scrive articoli infuocati: su Il Contemporaneo e su L'Osservatore del Trasimeno esorta i fratelli a riscoprire «le idee divine di libertà, di nazionalità», e denuncia l'oppressione austriaca nel Lombardo-Veneto:
Come dunque potrassi dire felice e prospero il Regno Lombardo-Veneto quando in esso è distrutta interamente ogni libertà individuale, quando il tutto è soggetto all'arbitrio di pochi o ignoranti o vili, e quando finalmente l'orgoglio nazionale è ferito nel più vivo dalla dominazione ferrea di estranea gente?
La Repubblica Romana e la voce di una "donna veramente italiana"
La fuga di Pio IX a Gaeta nel novembre 1848 e la proclamazione della Repubblica Romana il 9 febbraio 1849 segnano un punto di svolta. Marianna, monarchica convinta, accetta il nuovo regime per «sentimento patrio», felice che sia finalmente cessata la commistione tra potere politico e potere religioso. «Mi sottometterei a qualunque governo purché non fosse clericale», confida a Ludwig.
A Roma, dove si reca per seguire i lavori dell'Assemblea Costituente, osserva con occhio critico l'inesperienza di alcuni deputati, «giovani inesperti e fanatici». Ma è anche capace di riconoscere il valore di quell'esperimento. E quando le potenze europee si muovono per restaurare il papa, lei scrive al triumviro Aurelio Saffi una lettera che è un capolavoro di franchezza e lucidità politica:
Voi triumviri fate troppo la corte alla plebe ignorante e bassa, e non fate conto del popolo, cioè della massa intelligente. Invece d'innalzare la plebe per mezzo della educazione, non fate altro che degradare il popolo stesso. Parlo a Voi con linguaggio franco, che viene da una donna veramente italiana.
Mentre i francesi assediano Roma, Marianna elabora una strategia disperata: uno scisma religioso per fermare la restaurazione papale. È una provocazione politica, figlia del suo tempo e della sua battaglia per uno Stato laico, non una negazione della fede cattolica. Come molti patrioti del Risorgimento, Marianna distingueva nettamente il messaggio evangelico dal potere temporale dei papi. In un opuscolo anonimo scrive: «È d'uopo ricorrere a uno scisma. Forse il protestantesimo non è religione da compararsi al cattolicesimo? Quando Cristo predicava, predicava al mondo, non all'Italia».
Roma cade il 3 luglio 1849. Marianna commenta con amarezza: «Il Papa ritornerà. Quale calamità! Quanti sacrifici perduti!».
Il testamento spirituale e i manoscritti ritrovati
Negli anni successivi si ritira dalla politica attiva, ma non smette di scrivere e di pensare. I suoi manoscritti, pubblicati oggi grazie al lavoro di Ippolita degli Oddi per l'Università di Perugia, rivelano pagine di una modernità sconcertante.
Sul fanatismo scrive parole che sembrano scritte oggi:
Il fanatismo non ha legge, non ha attacchi. Non ha già mai in mira né l'onore né la carità per gli altri e se a lui giova la diffamazione e la calunnia ricorre a queste; nulla lo ritiene. È intollerante: tutto può sacrificare al suo mal inteso egoismo.
Sulla tolleranza:
La tolleranza giudica senza passione, e poiché obbedisce alla ragione, così cerca l'onesto ed il giusto. Cercate l'uomo onesto, fidatevi di lui: non abbiate timore, egli non manca a sé stesso né a voi.
Sul diritto di giudicare:
Siete voi irreprovevoli? Sapete voi se prima della vostra fine la vostra virtù sarà stata sempre incrollabile? Quanto poco ci vuole a perdersi.
Il 28 marzo 1861, pochi giorni dopo la proclamazione del Regno d'Italia, firma il suo testamento spirituale:
Il vero segreto della tolleranza è quello di porsi nella situazione di coloro che si vogliono criticare e biasimare. Allora si avvererebbe quel sublime detto della Scrittura Santa: chi si sente senza colpa scagli contro l'accusato la prima pietra. Tutto si riassume nel precetto divino: fate agli altri ciò che vorreste fosse fatto a voi stesso.
Parole di una donna che, pur avversando fieramente il potere temporale della Chiesa, fondava la propria etica sul Vangelo e sulla libertà di coscienza.
Un riconoscimento senza precedenti
A suggello di una vita dedicata al pensiero, il 4 luglio 1865 Marianna ricevette un onore che nessuna donna aveva mai ottenuto prima di lei. La Reale Accademia delle Scienze Fisiche e Matematiche di Napoli la nominò socia corrispondente per la classe di Filosofia.
La nomina, riservata a un numero chiuso di soli venti accademici, fu decisa all'unanimità su patrocinio di tre illustri filosofi: Bertrando Spaventa, che già le aveva dedicato una sua opera, Francesco Fiorentino e Angelo Camillo De Meis. Nella lettera di comunicazione si leggeva: «Onore grandissimo, giammai concesso ad alcuna donna per Filosofia, ed a pochi uomini».
Lei, con esemplare modestia, commentò: «Io mi sento nella stessa umiltà perché veramente mi pare sopra il mio merito». Era la consacrazione definitiva di una vocazione filosofica che l'aveva portata dalle conversazioni nei salotti romani alla traduzione di Schelling, dalla corrispondenza con i maggiori pensatori europei alla stesura di saggi originali che spaziavano dalla natura all'immortalità dell'anima.
L'eredità
Marianna Florenzi Waddington muore a Firenze nel 1870, dimenticata. Teresa Gamba Guiccioli muore a Firenze nel 1873. Luisa Murat Rasponi muore a Ravenna nel 1889.
Tre donne, una città, tre modi di fare l'Italia e l'Europa.
Oggi Palazzo Guiccioli, che ospitò Byron e Teresa, è sede del Museo Byron e del Museo del Risorgimento. Nella sua "Galleria degli Illustri" brilla il medaglione di Luisa Murat. Lo stesso palazzo che nell'aprile 2025 ha ricevuto la visita di re Carlo III e della regina Camilla. Una storia che, dalle corti bavaresi ai salotti di Ravenna, parla anche all'America di oggi, ricordandoci come le idee di libertà e tolleranza viaggino sulle gambe di donne coraggiose.
Marianna non ha ancora il suo medaglione. Ma i suoi manoscritti sono pubblicati. E Giovanni Gentile nel 1914 scrisse sulle pagine de La Critica: «Nella storia della filosofia Marianna Florenzi Waddington potrà apparire una luminosa quanto singolare figura, quando saranno conosciuti i copiosi carteggi rimasti tra le sue carte.» Quei carteggi oggi sono noti. Forse un giorno, accanto a quelli di Teresa e Luisa, anche il ritratto di Marianna troverà posto nella Galleria degli Illustri. Perché il trittico di Ravenna sia finalmente completo e la città riconosca tutte le sue figlie.
Bibliografia
Natale Graziani, Maria Luisa Adversi Selvi, Amante Reale, la marchesa Florenzi e il re di Baviera, Mursia, Milano, 2009.
Ippolita degli Oddi, Marianna Florenzi Waddington: dalla vita di una donna alla storia di un Paese. Manoscritti e inediti, Edizioni Guerra, Perugia, 2001.















