8 giugno (mercoledì). È giugno e sono a Londra ospite di Peter, Maggie e Chris, cari amici conosciuti in Marocco e facenti parte del gruppo musicale Henry Cow, il gruppo emergente che questo mese si è guadagnato la copertina della prestigiosa rivista Time Out. Da Modena mi raggiunge Valentina e insieme decidiamo di fare un viaggio “al caldo” cercando qualche volo speciale e a buon mercato dall’Inghilterra. La scelta è facile: la Pan American Airways propone un “biglietto a miglia” molto vantaggioso che offre l’opportunità di visitare alcune tra le isole più suggestive dell’oceano Pacifico. Dopo avere consultato le diverse tappe proposte dall’agenzia, l’itinerario scelto da 1020 US$ a testa è il seguente: da Londra a Toronto e Vancouver in Canada, poi Los Angeles e da qui a Tahiti, American Samoa, Western Samoa, Fiji e Tonga, prima di giungere in New Zeland e in Australia.
A Los Angeles abita mio cugino Tony e decido di chiedere il visto per fargli una visita. Giunti all’ambasciata USA, dopo una lunghissima fila, l’arcigno funzionario in modo rude e accusatorio chiede: “Perché non avete chiesto il visto in Italia?”. Rispondo: “Perché è qui a Londra che abbiamo deciso di fare questo viaggio”. Senza chiedere altro, in un nano secondo timbra un grosso “no” sul modulo e sentenzia: “Rifiutato! Avanti un altro!”, mettendo i nostri nomi sul famigerato black book, come persona non grata. Non gli siamo piaciuti, vedremo di farcene una ragione e di rimediare una volta tornati in Italia. Partiamo da Londra con 2500 dollari in due ed una semplice ma solida macchina fotografica Zenit russa, acquistata qui a Londra usata e senza custodia per 33 pound.
17 giugno (venerdì). Alle 10 atterriamo a Toronto. All’ufficio informazioni ci indicano la zona degli alberghi economici e dopo un bus e un metrò alloggiamo al YMCA per 15 US$, un ostello ben curato affacciato sul lago Ontario. Toronto è una delle città più multiculturali al mondo: oltre la metà dei suoi abitanti sono nati fuori dal Canada. Quartieri come Chinatown, Little Italy e Greektown riflettono questa grande diversità culturale. A noi basta andare in giro a respirare l’atmosfera di dinamismo che regna in downtown. Rispetto ad altre grandi città nordamericane, Toronto ha un’atmosfera percepita come più ordinata e sicura, con persone generalmente cordiali e rispettose.
Saliamo sulla piattaforma panoramica in cima alla CN Tower di 553 metri, la struttura di telecomunicazioni più alta al mondo e principale punto di osservazione, con una vista spettacolare su Toronto e sul lago Ontario. Giornata stupenda, unico neo il costo della vita: noi abbiamo sempre il problema di prestare particolare attenzione alle spese e da questo punto di vista Toronto non è il nostro genere; in tutto il giorno abbiamo mangiato solo piccoli snack per strada e ci sono partiti 50 dollari. D’altronde, tutto questo viaggio nel Pacifico saltella in luoghi dove vige una semplice economia basata su perle e pesca, ogni cosa è importata ed occorre essere bravi e attenti nel gestire il denaro. Ciò detto, la priorità per noi rimane il viaggio, osservare l’atmosfera che regna nei vari luoghi, cercare di capire di cosa parla la gente e per cosa ride, ovvero “come ottenere il massimo con il minimo”, tutto il resto viene dopo.
18 giugno (sabato). Alle 8 prendiamo il bus per l’aeroporto dal Royal York Hotel, vicino alla stazione dei treni, e alle 12 siamo a Vancouver, sulla costa occidentale del Canada. Abbiamo cinque ore di transito e corriamo giù in città: di fronte a noi tante belle isole e il Pacifico, ci stiamo avvicinando!
Vancouver è una città davvero affascinante e dal ritmo tranquillo, costruita tra oceano da un lato e montagne dall’altro e avvolta da una natura superlativa. Se Toronto è energia urbana, Vancouver è equilibrio tra città e natura. Giriamo brevemente per lo Stanley Park, un enorme parco pieno di foreste, piste ciclabili e viste mozzafiato, prima di fare ritorno in aeroporto e volare a Los Angeles. Nella mega metropoli californiana abbiamo 6 ore di transito, dalle 19 all’una di notte, ma siamo senza visto. Il funzionario di colore che ci prende in consegna è una pasta d’uomo e accetta di trattenere i nostri passaporti e lasciarci andare in giro nei dintorni dell’aeroporto.
L’aeroporto di Los Angeles è praticamente in città e mio cugino, che non abita distante, in breve ci raggiunge con sua moglie Nancy. Incontro strabiliante per la gioia e la sorpresa di abbracciarci in questo insolito contesto. Saliamo a festeggiare al ristorante panoramico del Theme Building, costruzione dalla forma che ricorda un disco volante o anche un grosso ragno, appoggiata al suolo su quattro ampi archi.
19 giugno (domenica). Se diretto, il volo da Los Angeles a Papeete durerebbe 8 ore, ma la PanAm a sorpresa ci porta prima alle Hawaii in un ampio giro di circa 11 ore. Questi 90 minuti di transito inaspettato ad Honolulu ci creano la frustrazione di trovarci in una parte di mondo straordinaria e non poter visitare neppure Waikiki o Pearl Harbour, sia per il poco tempo a disposizione e sia perché sprovvisti di visto. Dopo mezzogiorno siamo finalmente a Tahiti, l’isola più grande e popolata della Polinesia francese, ricevuti all’aeroporto Faa’a da una danza di benvenuto eseguita da una decina di sorridenti ragazzine al suono di strumenti semplici dal ritmo dolce e armonioso. Ci spiegano che sono danze ispirate alla natura e a storie locali e, seppur in chiave turistica, siamo ora in quel mondo da cartolina a cui aspiravamo in questo viaggio.
Al terminal prendiamo nota che la banca cambia il dollaro USA a 86,5 FP (franchi polinesiani), mentre nei chioschi cambiavalute danno 85; ciò che invece ci allarma per il caro vita è la monetina di 100 franchi, bella con le palme ma che pare senza valore. I taxi per la capitale Papeete, distante appena 6 km, chiedono da 300 a 600 FP, l’alternativa è il servizio di camion che ci porta direttamente in centro per 50 FP a testa.
Dopo aver perlustrato una manciata di alberghi, scegliamo di alloggiare al basic Metropolitan Hotel in Rue Edouard Ahnne per 700 FP, il più a buon mercato. Il Metropolitan è un vecchio hotel costruito nel 1883 visibilmente trascurato ed anche, però, parecchio seducente per l’architettura francese adattata al clima tropicale del Pacifico, con un bel giardino al suo interno ed ampie verande coperte per il sole e la ventilazione. Oggi è un hotel postribolo, con camere ad ore frequentate da solari tahitiane dedite alla vida alegre, ubicato in una strada centrale ricca di colore e parecchio movimentata, proprio come piace a noi. L’addetta alla reception, Madame Vaiana, spiega che il matrimonio per i tahitiani non ha senso e i preti qui faticano a convincerli del contrario: “Per noi polinesiani, due che vivono assieme sono già sposati, mentre quei pochi che accettano di farlo in chiesa sono detti sposati-sposati, ripetuto due volte”.
Il centro ruota attorno alla semplice cattedrale di Notre-Dame, la principale chiesa cattolica di Tahiti costruita il secolo scorso dai missionari francesi, con la particolare torre campanaria che domina sul circondario. Girando per le strade, scopriamo che Papeete è piccola ma vivace, con molte case in stile coloniale ed un’atmosfera piacevolmente paesana. Conta appena 25mila abitanti ed è il cuore amministrativo ed economico di questo territorio francese d’oltremare: i suoi abitanti sono a tutti gli effetti cittadini francesi. Quello che colpisce subito è la luce brillante del Pacifico che pare rendere i colori più intensi, effetto dovuto ad una combinazione di fattori naturali che la rende unica.
Le zone più caratteristiche sono il lungomare, il porto col viavai di catamarani a vela di viaggiatori occidentali da invidiare e soprattutto il “Marché de Papeete” in Rue Françoise Cardella, uno dei luoghi più animati, pieno di frutta tropicale, pesce, fiori, articoli d’artigianato, cibi, pasticceria e un forte profumo di vaniglia. Nel settore del pesce vendono anche grosse tartarughe di mare, ovviamente morte. In genere questo mercato alla domenica è aperto solo in prima mattinata, dalle 5 alle 10 per le colazioni dei nativi, ma non oggi: per qualche motivo particolare è aperto come tutti gli altri giorni. Un po' dovunque stanno montando allestimenti per qualche evento importante. Un graduato al porto ci spiega, con fare paziente e informale, che sono i preparativi per la festa nazionale francese del 14 luglio, ovvero anche a Tahiti si festeggia la presa della Bastiglia:
Per mesi sulle spiagge delle diverse isole si fanno i preparativi e le prove delle danze e delle esibizioni che si svolgeranno il 14 luglio alla capitale. Sono gare che vedono dei premiati. Neppure in Francia fanno tanta festa come a Tahiti, la ragione sta nel fatto che noi tahitiani più che festeggiare la Francia festeggiamo noi stessi. Questa celebrazione è diventata l’occasione per ritrovare noi stessi e secondo noi, essere noi stessi vuol dire fare spettacolo con gare di piroghe, giochi popolari, danze, musiche e canti.
Un suo collega di nome Rangi interviene nella conversazione per illustrarci le bellezze della sua isola di origine, Tubuai, situata nell’arcipelago delle Australi, molto a sud di Tahiti: “Lì trovate case intere in affitto per 7000 FP alla settimana e 16000 per un mese”. Certo, bisognerebbe fermarsi a lungo e dividere la spesa con altre persone.
Per noi il nome Tahiti è legato in buona parte alla vita dell’artista Paul Gauguin che ha reso leggendarie le isole Marchesi nei primissimi anni del Novecento, arcipelago situato però molto lontano verso nord.
Per l’altra isola leggendaria di Bora Bora, più vicina verso ovest, c’è un servizio traghetti da Papeete che impiega 24 ore e lungo il tragitto ferma in altre due isole al costo di 13 US$ andata e ritorno in Deck Class, senza letto e cibo. Avverte che spesso l’oceano da quelle parti è parecchio mosso. Racconta della roccia di Bora Bora che a batterci sopra con un sasso emette un forte suono metallico ed era il sistema usato dai sacerdoti per richiamare i fedeli. Per l’andata e il ritorno nella vicina Moorea, il battello costa 700 FP e l’attraversata impiega solo 1 ora e 15 minuti: parte ogni giorno alle 9:30 e fa ritorno a Papeete alle 16. Giunti a Moorea, nel prezzo c’è compreso il trasporto in bus dal porto alla spiaggia. Lamenta che i Club Mediterranee di Moorea e Bora Bora hanno fatto un po' perdere quell’alone da sogno che circondava queste due isole, che pur tuttavia rimangono bellissime. E ammette: “Se in certe isole la gente non è più spontanea come un tempo, ci si può anche stancare di vivere in un paesaggio da cartolina. Per fortuna solo dieci isole su 130 sono turistiche”.
Rangi tiene poi a sottolineare che la gente di Papeete e i polinesiani in genere sono culturalmente molto legati alle relazioni umane: “Il nostro modo di vivere è più lento rispetto voi europei. La puntualità e la fretta non sono così prioritari, per noi conta di più la qualità della vita e il tempo condiviso con famiglia e amici”. In effetti, per quel poco che stiamo vedendo, incontriamo solo persone amabili, cortesi e sempre sorridenti, di chiara indole pacifica.
È giunto il momento di valutare le varie tipologie dei locali di ristoro, uno ad uno, ed essendo Tahiti una realtà notoriamente molto cara, molto più dell’Italia e perfino di New York e del Giappone, non sarà facile trovare dove rilassarsi e rifocillarci restando contenuti nella spesa. I primi ad essere esclusi sono i ristoranti in genere, quelli veri, per noi proibitivi. A Papeete si mangia soprattutto pesce freschissimo, cocco e prodotti tropicali, con un mix unico tra Polinesia, Francia e Asia. Rimediamo con ananas e papaya al parchetto di Place Vaiete, un mercatino di bancarelle situato tra il porto e l'ufficio del turismo, e a seguire, seduti in un chiosco tra il verde, con un classico hamburger, patatine, bibite e caffè per 760 FP in due.
Tornati in hotel, sul banco della reception mi incuriosisce un opuscolo dell’ufficio del turismo locale che racconta la storia di queste isole; mi segno in sintesi i vari passaggi poiché la storia di Tahiti è certamente collegata alle storie delle altre isole del Pacifico che ci apprestiamo a visitare, con la descrizione di realtà, fatti, episodi, nomi e regni talmente lontani da noi da trascinarmi con interesse nella lettura. Tahiti fu colonizzata intorno al 300-800 d.C. da navigatori dell’Asia sud-orientale.
Queste popolazioni svilupparono una società organizzata in clan e capi, con il culto degli antenati e grandi capacità nella navigazione oceanica. Il primo europeo documentato fu il britannico Samuel Wallis il 23 giugno 1767, passato alla storia per aver circumnavigato il globo ed essere stato il primo europeo a scoprire ed esplorare Tahiti e diverse altre isole della Polinesia. James Cook arrivò due anni dopo e a seguire i missionari cristiani che, guarda caso, cambiarono profondamente la società locale. In questo periodo Tahiti era vista dagli europei come un “paradiso terrestre”.
Fu uno Stato insulare polinesiano del Pacifico meridionale col nome di Regno di Tahiti dalla fine del 1700 fino al 1880, una monarchia unificata sotto la dinastia Pomare. Nel 1842 Tahiti diventa protettorato francese e nel 1880 avviene l’annessione ufficiale con la regina Pomare V che cede il potere alla Francia ed inizia l’era coloniale con la lingua e la cultura francese predominante. Le isole sono oggi suddivise in 5 gruppi principali: Isole della Società, dove si trova Tahiti, Tuamotu, con molti atolli disabitati difficili da raggiungere, Marchesi a nord, Australi a sud e Gambier a est, per un totale di 118 tra isole e atolli, delle quali solo 67 abitate.
20 giugno (lunedì). Gira e rigira, ci sediamo a fare colazione al Lys Restaurant - Salon de Thè in Rue Edoard Ahnee, pulito e popolare, non distante dal nostro hotel: pane, burro, marmellata, caffè e thè per 120 FP a testa. Qui conosciamo Mathis, uno svizzero di Ginevra che come noi ha acquistato a Londra un biglietto a miglia, ma scegliendo un itinerario più esteso e costoso: Caraibi e Sud America fino in Chile, poi isola di Pasqua, Tahiti, Samoa, Fiji, Nuove Ebridi, Australia, Indonesia e infine Bangkok per 1650 US$ spesi bene.
Mathis è un tipo smilzo, biondo con capelli lunghi e di carattere mite, ben disposto a concordare di viaggiare insieme visto che la nostra prossima destinazione, Samoa, è la medesima. Racconta di essere stato all’isola di Tahaa, vicino a Bora Bora, ed avere fatto un’escursione nell’altra isola confinante di Raiatea, bellissima e selvaggia, per visitare il sacro altare di pietra detto marae, nel villaggio di Taputapuatea, dedicato al dio Oro, divinità della guerra e della fertilità. Questo altare è considerato il centro spirituale di tutto il Pacifico meridionale, punto d’incontro per sacerdoti e base delle grandi navigazioni polinesiane. Da qui si partiva per le Hawaii, la Nuova Zelanda, le isole Cook e dovunque.
La conversazione con Mathis lentamente assume il tono sociopolitico, come spesso accade tra viaggiatori nel desiderio di comprendere un po' meglio la realtà del luogo che ci circonda: “La vita dei polinesiani è completamente diversa dai nostri schemi di lotta e sopraffazioni. I colonizzatori hanno in buona parte cancellato il senso di libertà delle popolazioni locali. I missionari poi portarono i tabù e la vergogna del sesso e i bianchi in generale le malattie e l’avidità del consumismo”. In effetti, leggevo ieri che l’unico scritto ufficiale in lingua tahitiana è la Bibbia.
Oggi proviamo a vedere altri punti interessanti in città e cerchiamo pure di fare un giro lungo la costa. Due parallele dopo il mercato troviamo la Cattedrale di Notre-Dame de Papeete, costruita nel 1875, la chiesa cattolica più antica di Tahiti che testimonia l’arrivo e l’influenza dei missionari in Polinesia. È in uno stile coloniale semplice, con la facciata bianca ed un interno luminoso, meno elaborato rispetto alle cattedrali europee: sobria ma molto suggestiva. A pochi passi, in rue Paul Gauguin troviamo il Municipio, qui chiamato “Hotel de Ville de Papeete”, uno degli edifici più eleganti e riconoscibili in città, costruito in stile coloniale con influenze neoclassiche ed una torre dell’orologio sul tetto, ricco di colonne, archi, balconi e logge aperte, progettato per il clima tropicale, caldo e umido.
Altro monumento da non perdere, che troviamo nei giardini botanici di Bouganville Park in pieno centro, è quello legato alla famosa nave britannica HMS Bounty e al suo ammutinamento che simboleggia l’incontro e lo scontro tra due mondi. Diversi cartelli esposti ricordano il passaggio della spedizione a Tahiti e gli eventi che seguirono, in sintesi: la nave arrivò a Tahiti nel 1788, l’equipaggio rimase per mesi sull’isola, molti marinai si legarono alla vita sociale e durante il viaggio di ritorno avvenne l’ammutinamento guidato da Fletcher Christian.
Tahiti è quindi centrale nella storia perché rappresenta il “paradiso” che molti marinai non volevano lasciare ed evidenzia il contrasto tra disciplina europea e libertà polinesiana. In quei mesi di sosta diversi marinai ebbero relazioni con donne polinesiane e in alcuni casi formarono vere coppie e famiglie; si trattò di legami stabili e affettivi, non solo temporanei, con un forte attaccamento alla vita sociale dell’isola ed alcuni ammutinati tornarono e continuarono a vivere a Tahiti. A rendere questo fatto famoso in tutto il mondo è stato lo scrittore americano James Norman Hall per la trilogia di Mutiny on the Bounty, poi tradotta in film nel 1962 con Marlon Brando nei panni di Fletcher. James si trasferì a Tahiti negli anni ’20 e vi rimase fino alla morte nel 1951. La sua casa si trova ad Arue, poco a est di Papeete.
Parlando con la gente emerge che nella mitica isola di Tahiti non ci sono spiagge superlative, infatti, una volta giunto qui scopri che Tahiti non è famosa per le spiagge da cartolina come altre isole della Polinesia. Su questa isola molte spiagge sono di sabbia nera vulcanica, la costa è spesso rocciosa e con onde forti; Tahiti è più apprezzata per montagne, cascate e la città, tra mercati e vita sociale. Le lagune spettacolari si trovano su isole come Bora Bora o Moorea e tante altre. Le spiagge migliori a Tahiti sono Plage de Maui a 55 km, una delle poche con sabbia chiara, e Plage de Vaiava a 12 km, con acque calme e parecchio frequentata, specie nei fine settimana. Valentina ed io proviamo a fare l’autostop per vedere personalmente un tratto di costa verso sud-est. Pochi minuti e ci carica una signora tahitiana di nome Hoku, gentilissima, che va al Punatea Village distante 25 km e ci invita ad andare e tornare con lei.
Appena fuori dal centro di Papeete attraversiamo una periferia dominata da quartieri di bidonville, in contrasto con la Polinesia da sogno del nostro immaginario, ed un paio di chilometri dopo l’aeroporto vediamo la modesta Maeva Beach, dove vorremmo fermarci al ritorno. Lungo il tragitto, Hoku inizia a lamentarsi, prima dei francesi in generale e dopo la presenza soffocante dei militari nei siti nucleari: “Con la Francia siamo passati dall’era nucleare, non ancora conclusa, all’era dei tour operator”. E aggiunge: “Già dalla prima atomica fatta esplodere nell’aria, a fungo, nel remoto atollo di Mururoa, non è stato considerato che venti e piogge avrebbero trasportato le particelle radioattive anche verso isole abitate, incluso Tahiti, causando un notevole aumento di tumori della tiroide e leucemie. Ora continuano con i test sotterranei, secondo loro più sicuri”.
Hoku vede che ascoltiamo con interesse e sforna svariati esempi di malcontento generale. Mi segno quello che più evidenzia il contrasto tra due culture e filosofie opposte: “Con una legge fatta apposta per le grandi navi frigorifero francesi, il governo di Parigi ha portato da 12 a 200 miglia marine i confini territoriali, dove l’oceano è particolarmente pescoso. I polinesiani lo ritengono un grave affronto poiché la loro legge non scritta gli impone, al contrario, di pescare solo lo stretto necessario per mangiare quel giorno, in un patto con l’Assoluto che li fa sentire in armonia con la natura”. A onor del vero, non è proprio corretto dire che la Francia abbia “spostato” i confini della Polinesia da 12 a 200 miglia: si tratta di due tipi diversi di zone marittime, definiti dal diritto internazionale del mare; tuttavia, questo genere di scelte non sono gradite ai polinesiani. Grazie alle sue isole nel Pacifico, la Francia controlla una delle aree marittime più vaste del mondo.
Lungo il percorso vediamo che, in effetti, la costa è prevalentemente frastagliata con tratti di sabbia nera in baie isolate, senza tanti punti invitanti al bagno. Per giungere a Punatea, un piccolo resort affacciato sull’oceano, attraversiamo una stretta fascia di terra che ci introduce a “Tahiti Piccola”, ovvero la penisola orientale visibilmente più intatta e selvaggia. Hoku ci fa notare che in questa parte dell’isola ci sono ancora molte “farè”, le tipiche capanne tahitiane in legno e foglie, che stanno scomparendo altrove, sostituite da brutte case in mattoni o di lamiera.
Torna a lamentare che negli ultimi dieci anni la vita è cambiata: “Prima i tahitiani erano più sorridenti e spensierati, ora sono più tristi, colpa della vita moderna e del consumismo. Prima si pescava con arpioni, fiocine e denti di squalo costruiti con grande abilità, adesso con gli ami come fanno i francesi. La pesca era un’attività comunitaria con ruoli distinti, legata al prestigio del pescatore e al concetto di “mana”, energia spirituale, ed esistevano dei tabù, ovvero periodi o zone dove era proibito pescare per proteggere le risorse in una forma antica di sostenibilità. Tutto o quasi oggi non esiste più, è stato abbandonato”.
Completa il concetto in tono di sentito rammarico: “Oggi siamo costretti a lavorare per poter mangiare e vestirci, prima era sufficiente un po' di pesca e la natura. Le giovani generazioni sono molto diverse, hanno perso anche la conoscenza della lingua tahitiana, sostituita dal francese, nelle scuole insegnano la storia e la cultura francese e non la nostra. La mitologia tahitiana è ricchissima, con il culto degli antenati, delle numerose divinità divise in ranghi ed i sacrifici umani di prigionieri catturati nelle guerre tra un’isola e l’altra, ma tutto questo non lo insegnano”.
La brava Hoku consegna alcuni cartoni di cibarie e oggetti vari alla reception dell’hotel e ripartiamo per fare ritorno. Giunti nella zona di Punaauia, ad una dozzina di chilometri da Papeete, Hoku si ferma davanti al Musée de Tahiti et des Îles per mostrarci la scultura in pietra di un “Tiki”, che troviamo nel giardino alle spalle del museo: “Una figura sacra che rappresenta antenati, divinità o spiriti protettori”. La sua forma umana è stilizzata, con la testa grande, gli occhi marcati dall’espressione intensa e misteriosa, ma Hoku spiega pure che i Tiki hanno caratteristiche diverse a seconda dell’isola. Definisce questo museo il più importante della Polinesia Francese, per la storia, l’arte, la religione e la cultura polinesiana in genere. È però passato mezzogiorno e noi preferiamo farci lasciare, per un po' di relax, alla spiaggia di Maeva Beach, nei pressi dell’aeroporto.
Salutiamo l’amica Hoku con un caloroso abbraccio e ci adagiamo sull’erba a contemplare la suggestiva sagoma dell’isola di Moorea proprio davanti a noi oltre lo stretto. La spiaggia è veramente modesta, misto prato, ma per fortuna leghiamo con Moana (“Oceano”), una ragazza polinesiana che ci fa meglio comprendere la scelta di Paul Gauguin e cosa intendessero i primi europei nel definire questa parte di mondo un paradiso terrestre.
Arriviamo a Papeete in minibus che è già tardo pomeriggio e ci sediamo nel bar accanto al nostro hotel per una birretta locale da 100 FP, mentre quella estera ne viene 160. Ci accorgiamo ora della folta presenza di negozi gestiti da cinesi. A tal proposito il barista ci risponde citando un detto locale: “Più il cinese lavora e più il tahitiano riposa”, intendendo che, secondo la filosofia polinesiana, per loro è molto meglio vivere alla giornata. Si aggrega lo svizzero Mathis e dopo un paio di sorsi ci accordiamo per andare domani assieme a Pago Pago col volo PanAm delle 7:15. Avremmo dovuto stare a Tahiti più giorni, perderci negli atolli, sai che bello, ma così sarà pure per le altre isole a seguire, a causa dei costi per noi eccessivi: guardiamo, tocchiamo, annusiamo e via per un altro luogo da guardare, toccare e annusare di nuovo. Di più non possiamo! Invece di vedere un solo luogo con calma, abbiamo scelto di vederli tutti con fretta, allo scopo di “prendere le misure” con il Pacifico.
Lo consideriamo un viaggio sopralluogo per vedere se ci sarà, appunto, un luogo capace di farci tornare con più calma e mezzi in futuro.















