Le abitudini sono tanto importanti quanto difficili da contraddire e dei luoghi comuni meglio non parlare… In relazione al tema esposto nel titolo, il riferimento più scontato è al bicchiere mezzo vuoto o mezzo pieno: qual è la giusta riposta? È un giochino, capace però di attirare la nostra attenzione anche oggi. Vero che sul tema è stato scritto anche troppo, però una brevissima analisi ha dell’irresistibile…
Come sanno tutte le persone ragionevoli, nessuna delle due è corretta o, se si preferisce, lo sono entrambe, perché il bicchiere, con buona pace di tutti quelli che si schierano da una parte o dall’altra, auto-etichettandosi come “ottimisti” o “pessimisti”, perché l’ottimista ci vede la ricchezza, per quanto parziale, del contenuto nel bicchiere e tutte le possibilità che ciò comporta mentre, in modo assolutamente speculare, il pessimista nota la mancanza di metà del contenuto, e tutte le conseguenze del caso, ignorando l’altra parte, quella piena: è contemporaneamente mezzo vuoto e mezzo pieno.
Naturalmente non ci sono errori, nessuno sbaglia, la cosa non può che essere vera - in entrambi i casi - e dimostra, sola cosa degna di nota, che nel guardare non facciamo altro che proiettare all’esterno quello che vogliamo vedere. Questo è il motivo per cui - inevitabilmente, dopo tutto il lavoro che facciamo per costruire le nostre ipotesi - non possiamo che ri-vedere (nel mondo “reale”) ciò che vogliamo (frutto delle elaborazioni interiori). In sintesi nessuno nota altro che la parte capace di confermare la propria teoria, frutto dell’indole evidentemente innata.
Lasciamo agli psicologi l’analisi del nostro bisogno di certezze e facciamo un semplicissimo ragionamento, anzi forse due: il bicchiere non è mezzo vuoto e nemmeno mezzo pieno, molto semplicemente è entrambe le cose, mezzo vuoto e mezzo pieno. Al pessimismo, immotivato visto che nel bicchiere c’è metà del contenuto, e all’ottimismo, ingiustificato perché il cinquanta per cento di quanto “serve” non c’è più, deve essere sostituito un sano realismo, quello che guarda e vede, prende atto delle cose e si comporta di conseguenza.
In architettura la cosa è più bella da raccontare, si pensi al rapporto tra muri e fori, letteralmente pieni e vuoti, in teoria in tutti i fabbricati, in pratica più visibile - e apprezzabile - in alcuni degli edifici più noti, e naturalmente iconici, dell’intera storia dell’architettura. Personalmente stravedo per Palazzo Ducale a Venezia e per Palazzo Chiericati a Vicenza, dove questo rapporto è estremamente chiaro. In entrambi, infatti, vi è una chiarissima divisione tra il pieno - le murature - e il vuoto - le bucature -, oltre tutto ponendo la parte più pesante, visivamente ma anche concretamente, superiormente, lasciando quella inferiore alla più leggera.
Questo rovescia i principi logici e costruttivi più elementari e diffusi, dimostrando una capacità costruttiva e - vista l’eleganza del risultato - anche progettuale semplicemente straordinari.
Il confronto tra le “situazioni” appena proposte non mostra una perfetta coincidenza tra gli atteggiamenti e nemmeno un parallelismo, sicuramente la cosa non è casuale, semmai causale. Nel primo caso, non vi è dubbio, il pieno costituisce una piccola ricchezza, il vuoto invece è un’assenza o, se lo si preferisce, una privazione. Nell’ultimo caso, invece, è il vuoto ad avere la maggiore importanza, impreziosito com’è da ciò che lo delimita! Si tratta del portico, della loggia, delle porte e delle finestre contrapposti alle murature, queste ultime, pur se finemente decorate, respingono lo sguardo, al massimo lo trattengono, facendolo vagare sulle immagini in superficie, senza mai farsi attraversare, come invece avviene invece nei vuoti, per questo molto più interessanti.
Questo giudizio non è banale e, anzi, è trasferibile in settori apparentemente del tutto diversi, se non opposti. Non scomodiamo l’horror vacui però come non notare che tutto ciò che ci circonda, e naturalmente viviamo, si caratterizza per l’assenza di vuoti.
Alcuni esempi possono essere di aiuto nel comprendere quanto qui si cerca di esprimere. Potremmo partire dai bambini super-impegnati, tanto da non avere un solo momento libero, quale il senso? Prepararli alla competizione ed alla tensione cui saranno sottoposti da adulti, anche se non tutti faranno il CEO (Chief Executive Officer, in Italia AD, Amministratore Delegato) - quindi saranno a capo - di imprese dall’altissima produttività e nemmeno decideranno i destini del mondo… Più probabilmente, non sarà che non si vuole che pensino con la propria testa neppure per un attimo?
Sempre di tempo dobbiamo parlare quando ci spostiamo sulla quantità di informazioni da cui siamo Ietteralmente bombardati, meglio: cecchinati, e a cui siamo chiamati a rispondere - chissà perché? - in tempo reale. Questo il motivo che ha portato all’invenzione delle notifiche, quella sorta di avvisi, ovviamente sia visivi che sonori, che di continuo quasi obbligano ad interagire online, invitandoci ad “essere attivi” quanto prima: altro esempio di pieno rovesciato sul vuoto, in questo caso fino ad annullarlo del tutto!
Siamo a livello patologico, anche senza arrivare al livello da record di chi si è licenziato per poter dedicare tutto il tempo a questa nobile occupazione ma anche di chi, più sommessamente, soffre della paura di perdersi qualcosa, come non sottolineare con la dovuta forza che si tratta, nella stragrande maggioranza dei casi, di cose di nessuna importanza, per non dire di stupidaggini assolute, a meno che… non si abbia altro! Se l’asticella che separa il valore dalla sua assenza viene posto in alto, diciamo un immaginario “100”, è una cosa ma se la abbassiamo, ad esempio un ipotetico “1”, tutto cambia! Questo bisogno di riempire il vuoto ancora una volta si affaccia sulle nostre vite.
Un piccolo ragionamento può essere fatto pure sulla continuità ininterrotta come valore da perseguire. In parole poverissime, quasi indigenti, tutto deve essere presente in ogni dove ed in ogni momento, di nuovo con il solo scopo - implicito ed esplicito - di evitare il vuoto, in questo caso il silenzio, visivo e sonoro. Come non notare, infatti e ad esempio, come il lavoro del disk-jockey non sia solo quello di scegliere la musica da far ascoltare e ballare ma pure di riuscire a dare continuità a quanto si sente, sovrapponendo la parte finale di ogni pezzo con quella iniziale del brano successivo, anche in questo caso evitando del tutto il silenzio. Non è diverso il ruolo del presentatore e del conduttore dei programmi televisivi, sempre presenti per garantire la continuità, senza soste, al punto che pure gli applausi devono essere interrotti…
La nostra attenzione viene quindi orientata di continuo, senza che mai si abbia un momento di rilassatezza. Anzi, sembra che la velocità della narrazione e del susseguirsi degli episodi sia desiderabile, forse mai sufficiente, quindi in continuo aumento.
Non tutto si muove in questa direzione, così come più di qualcuno ha già realizzato opere che vanno verso il recupero di cui si è detto, proponendo una lenta attenzione al posto di una veloce occhiata distratta, è la profondità che scava la superficie, di cui ovviamente non rimane alcunché! Non mancano, pur non essendo numericamente rilevanti, opere pittoriche ed architettoniche, allestimenti museali e teatrali che basano l’esperienza del fruitore su quanto è appena stato suggerito: forare quei pieni “gonfiati”, bastano poche domande per riappropriarsi del proprio tempo, il che, fino a prova contraria, è tutto ciò che possediamo.
Non è, e non c’è, retorica, non interessa il bel parlare, nemmeno se fossimo convinti fosse davvero arte, piuttosto chiediamoci se si può continuare a vivere “come sempre”, quindi come abbiamo fatto in passato e fino ad un momento fa, oppure sia da preferire il prendere posizione sul crinale, succeda quel che succeda, e mettere sotto stress non il cuore – poveretto - ma le nostre convinzioni e abitudini, quelle che sono state citate in apertura… quelle di cui alcuni illuminati sottolineano l’importanza mentre la maggior parte di noi le considera un qualcosa di inevitabile, automatico e di scarsa importanza: come respirare.
Ha senso affrontare il paradosso? La risposta è positiva, un gran bel sì! Non è banale, come invece potrebbe sembrare, non è troppo diverso da quanto stiamo affrontando in questa sede. L’inarrivabile maestro sosteneva che Less is more, generalmente tradotto con Il meno é il più, vero e proprio inno al togliere, che però non sembra dare il giusto valore alla cosa, che è ben altro rispetto al minimalismo in voga presso alcuni, decluttering compreso… Semplificare, infatti, non è affatto semplice, e non è un gioco di parole! Tutti sanno aggiungere, pochi riescono a limitare i componenti, naturalmente senza che il ridurre la quantità comporti la perdita della qualità.
Questo processo è quello che porterà a ridare valore a ciò che lo merita, il che, nel nostro mondo quotidiano, troppo pieno di tutto, significa molto, anche per invertire la tendenza in atto, che, con ogni probabilità, ci porta a non notare molte cose, poco importa il motivo, quindi se avviene è perché qualcuno le nasconde! Gli esempi, come sempre e già scritto, non mancano e, in genere, sono di una certa utilità. Il primo potrebbe essere sonoro. Isolare i suoni dai rumori, infatti, rende tutto più chiaro, il motivo, se c’è, le doti canore di chi canta, di nuovo: se ci sono… Sommare di tutto oscura completamente, altro che autotune!
In cucina significa eliminare tutti quei cibi frutto dell’accozzaglia di ingredienti per tornare ad assaporare i sapori genuini, fatto peraltro pericoloso, non potendo nascondere piatti malfatti se non addirittura con componenti non freschi, forse scaduti, tornati così a nuova vita.
In architettura, come nelle arti visive in genere, è molto più facile complicare - aggiungendo - che avere un disegno – togliendo - semplice. Vero che l’inquietudine del presente, recente passato compreso, ci porta a riproporre le tensioni che viviamo, però questa presunta autenticità porta a giustificare “quasi” tutto. Inutile, ma soprattutto davvero poco rassicurante, evidenziare come di fronte a un edificio estremamente semplice, ad esempio un parallelepipedo, se non ben progettato, sia facile acquisire le peggiori critiche mentre quando lo stesso viene “arricchito” con ulteriori elementi, strutturali ma anche solo decorativi, l’acquisizione di qualche forma di consenso è quanto meno più probabile…
A questo punto, dopo aver citato Ludvig Mies van der Rohe, diviene necessario ricordare Adolf Loos, il quale sosteneva che “L’ornamento è delitto”, al punto da auspicare che per inasprire le pene dei condannati si dovesse applicare alle pareti delle celle la carta da parati, con lo scontato risultato di aumentarne la sofferenza. Analogamente, e anzi, visto quanto riscontriamo ogni giorno, anacronisticamente, il ragionamento porta a definire come potenziali delinquenti tutti coloro che hanno un tatuaggio! Esagerando, la gravità della cosa dovrebbe essere proporzionale all'"estensione" del decoro.
Comunque la si pensi, un minimo di ragionamento sul tema dovrebbe essere effettuato, anche senza scomodare gli antropologi. Magari approfondendo la cosa pure su un paio di esempi presi dalla cronaca recente: uno ci narra della cattura di un malvivente riconosciuto per il particolare tatuaggio visibile al di fuori di quanto indossato per il travisamento, l’altro raccoglie il lamento di chi si è fatto tatuare l’intero corpo - quindi anche tutto il viso - come gesto di protesta contro i benpensanti, salvo poi lamentarsi riscontrando come questi “omologati allo status quo” si rifiutino di assumerli nella loro attività, magari proprio in un ruolo che preveda il contatto con il pubblico…
Scendendo sulla terra - la nostra - possiamo ragionare sul ridimensionamento anche di attività forse perfino meno che basilari, perché parlare ininterrottamente se è possibile fare la stessa comunicazione con molte meno parole, e quindi sforzo, tempo ed energie, da parte di chi emette-parla ma pure di chi riceve-ascolta? Il motivo è, evidentemente e incontestabilmente, il bisogno di stare al centro dell’attenzione, di essere ascoltati, indipendentemente dal fatto di avere qualcosa da dire, ovviamente anche non rivoluzionario, ma banale…
Dell’uso delle pause, meglio ancora dei veri e propri silenzi, ha senso ragionare? La risposta è scontata, la stessa frase isolata con il silenzio dal contorno non può che risultare avvalorata rispetto al suo essere solo un inciso in un flusso che sembra non avere fine. E se fosse pronunciata solo questa? A chi mancherebbero tutte le cose dette prima e dopo?
In conclusione, quasi fosse un gesto di buona volontà, per non dire un impegno da far sfociare in una vera e propria promessa, pubblico una riga del tutto bianca, priva di qualsiasi termine:
Qualcuno mi aiuta? Non è la cosa più importante del mondo, però aumentare la qualità della vita - nostra e di chi ci circonda - non è proprio pochissimo…
Una sola indicazione, ad uso e consumo di chi non sapesse da dove cominciare o fosse in difficoltà nell’uscire dall’inerzia, potrebbe consistere in una semplice richiesta da porre ai propri interlocutori: puoi essere più chiaro?
Non è escluso che ci si crei qualche nemico...















