Il Prof. Claudio Saporetti (1938-2025), purtroppo recentemente scomparso, è stato uno straordinario studioso ed un insigne docente di Assiriologia, nonché prolifico autore di un’infinità di splendide pubblicazioni sul Vicino Oriente Antico, tra le quali mi piace ricordare in questa sede, il saggio Prestiti privati dei mezzi ufficiali di scambio nel periodo medio-assiro (Collana di studi mesopotamici, 2012), ricerca monografica che approfondisce in modo magistrale, con grande cura di dettagli e con un’impostazione affascinante, le diverse tipologie e caratteristiche del credito concesso nel territorio assiro durante i secoli XIV-XII a.C., allorquando molti piccoli proprietari in difficoltà finanziaria erano costretti a rivolgersi a latifondisti e a grandi funzionari, che agivano come se fossero banche, erogando prestiti in orzo ed in stagno a condizioni spesso molto vantaggiose per il creditore, con la previsione di interessi molto elevati ed impegnative garanzie pignoratizie a carico del debitore.
In appendice al testo in esame viene raccontata la sfortunata vicenda del personaggio Lā-qīpu, che ho il piacere di riportare di seguito, in memoria del Prof. Saporetti e dei suoi illuminanti studi, in quanto, come sottolinea l’autore, è emblematica di tante altre storie socio-economiche, incorporate nelle migliaia di tavolette d’argilla assire e babilonesi, già decifrate o in corso di decifrazione, che riescono a dare un’idea concreta della vita quotidiana e degli affari del tempo.
Il nome Lā-qīpu risulta registrato in quattro documenti rinvenuti in archivi del periodo medio-assiro (XIV secolo a.C.), appartenenti ad altri personaggi contemporanei, presenti ad Assur, capitale dell’Assiria; tutti e quattro i testi evidenziano il declino inesorabile della situazione patrimoniale di Lā-qīpu e, di conseguenza, della sua onorabilità, minata già forse dallo stesso portato semantico del nome: infatti, qīpu significa “fido”, “fidato”, cioè colui su cui si può fare affidamento, ma lā iniziale equivale alla negazione “non”, cosicché il nome designerebbe un soggetto di cui non bisogna fidarsi, oppure potrebbe ricollegarsi ad un soprannome che gli fu attribuito in un certo momento della sua vita a causa del carattere falso ed infido.
Il testo più antico riguarda la vendita di un terreno (tre ettari circa) che Lā-qīpu possedeva in comproprietà con un suo cugino: l’atto di trasferimento immobiliare, con le clausole contrattuali, i testimoni e la data, è annotato su una tavoletta di terracotta, conservata dall’acquirente per comprovare il suo diritto di proprietà; nel documento, inoltre, si legge che il compratore si era impegnato a non avvicinarsi ad un’aia, ad una strada e ad un sistema di irrigazione, cioè non doveva avanzare rivendicazioni o alterare altre proprietà limitrofe, che verosimilmente dovevano essere rimaste disponibili nel patrimonio di Lā-qīpu e del cugino.
Successivamente Lā-qīpu figura da solo, avendo presumibilmente diviso i beni fino ad allora gestiti insieme al cugino, ma la situazione patrimoniale peggiora ulteriormente in seguito ad un’altra vendita fondiaria, preceduta da un’operazione di finanziamento: infatti, il nostro personaggio aveva richiesto, qualche tempo prima, un prestito di 30 mine di stagno (la “moneta-merce” più in uso all’epoca), ovverosia circa 15 kg di metallo, che erano stati ricevuti a fronte della costituzione in pegno di tre ettari di terreno, clausola di garanzia molto rischiosa, in quanto Lā-qīpu si impegnava a restituire la somma entro un preciso periodo di tempo, decorso il quale il terreno dato in pegno sarebbe passato senz’altro nella proprietà del creditore.
I documenti del periodo medio-assiro evidenziano che, di solito, i beni concessi in pegno dai debitori valevano circa tre volte l’importo prestato (in forza del cosiddetto “scarto di garanzia”), cosicché Lā-qīpu, in caso di inadempimento, rischiava di perdere un terreno in cambio di una somma di valore tre volte inferiore; tuttavia, anche se la vicenda sembrava svilupparsi in questa direzione, Lā-qīpu scongiurò il pericolo di perdere il suo terreno a fronte di una cifra esigua, grazie ad un’operazione di compravendita: egli, infatti, in vista della data di rimborso del prestito, decise di proporre al creditore di acquistare il terreno, che già deteneva in pegno, versando un importo aggiuntivo, ad integrazione di quello dato in prestito (da considerare, a questo punto, come un anticipo dell’acquisto); il creditore accettò e versò altri 35 kg di stagno a saldo della transazione, cosicché Lā-qīpu si ritrovò più ricco di denaro “liquido” ma al contempo privo di altri tre ettari di terreno.
Il terzo documento sembra provare che, ad un certo punto, Lā-qīpu rimase senza altro patrimonio immobiliare, escluso il terreno necessario alla sopravvivenza, che era tuttavia sprovvisto della semente per la coltivazione: pertanto, egli decise di contrarre un prestito d’orzo (circa 370 litri), da restituire dopo il raccolto; ma, naturalmente, anche in questo caso il creditore pretese un pegno a garanzia dell’esatto adempimento alla scadenza pattuita e Lā-qīpu, disponendo soltanto del terreno di sussistenza, che non poteva cedere in pegno, dovendo seminarlo con l’orzo chiesto in prestito, fu costretto a vincolare in pegno la moglie, una certa Alānītu, “donna vivente all’estero”, in lingua assira, che era forse una straniera residente fuori dalla patria d’origine.
Si può ipotizzare che i frutti del raccolto non furono abbondanti e tali da consentire a Lā-qīpu di rimborsare il debito e liberare sua moglie: infatti, la tavoletta che registra il prestito d’orzo, custodita presso il Museo di Berlino, risulta intatta, testimoniando così, verosimilmente, la mancata restituzione del prestito, tenuto conto che la procedura ordinaria, in caso di regolare estinzione di un debito, prevedeva la riconsegna della tavoletta al debitore che, con grande soddisfazione, procedeva alla rottura materiale del documento per celebrare, in modo palese e tangibile, l’avvenuto adempimento dell’obbligazione a suo carico.
Secondo i termini del contratto, una volta decorsa la data di scadenza, era previsto il conteggio degli interessi sull’importo prestato, la cui elevata misura (50%) rendeva oggettivamente impossibile onorare il rimborso del prestito e liberare la moglie di Lā-qīpu che, pur non divenendo di proprietà del creditore, era tuttavia obbligata a lavorare per quest’ultimo fino al completo ripagamento del debito.
Alla perdita del coniuge si accompagnava anche la perdita di credibilità ed onorabilità, essendo a tutti nota la conclamata insolvenza di Lā-qīpu: a quel tempo, infatti, esisteva una specie di “protesto” che colpiva le tavolette di prestito rimaste insolute: tali documenti venivano esposti al pubblico dominio, appesi ad una porta (della Città o del Tempio), dove gli scribi di professione potevano leggere a tutti gli interessati i nomi delle persone insolventi; vi era anche la possibilità di interrompere tale procedura versando una parte dell’importo dovuto ed impegnandosi a saldare il residuo entro una determinata scadenza, ma verosimilmente Lā-qīpu non riuscì a rimediare neanche mediante una tale forma di rinegoziazione del debito.
Nel quarto e ultimo documento, il nostro personaggio sembra essere ormai in uno stato di estrema difficoltà e povertà: il testo registra un contratto di prestito di una pecora, ricevuta contro cessione dell’ultimo pezzo di terra disponibile (meno di un ettaro); ma, anche in questo caso, la circostanza che la tavoletta sia rimasta intatta consente di ipotizzare che Lā-qīpu non restituì mai la pecora, perdendo così la sua ultima proprietà immobiliare, non essendo riuscito a realizzare gli utili che si proponeva di ottenere speculando sull’animale (ad esempio, in termini di latte, lana, agnelli).
In assenza di altri documenti, si può soltanto ipotizzare che la sfortunata vicenda di Lā-qīpu abbia avuto un epilogo altrettanto infelice, che potrebbe vederlo molto probabilmente schiavo per debiti in casa di qualche creditore, ma rimane comunque una speranza: in altri documenti contrattuali figurano come testimoni almeno due figli di Lā-qīpu e tale evidenza consente di ipotizzare che la fortuna abbia abbandonato il nostro personaggio nella parte finale della sua vita, quando i figli erano già adulti, altrimenti essi sarebbero stati ceduti in pegno nel corso delle speculazioni sbagliate del padre e non li ritroveremmo menzionati nelle tavolette in veste di testimoni, uomini liberi.
Si può, pertanto, sperare che questi figli di Lā-qīpu, ad un certo punto della sua storia, siano venuti in soccorso del padre (ad esempio, mediante accollo e sistemazione dei suoi debiti), al fine di evitare, a lui ed a tutta la famiglia, l’onta derivante dal fallimento e dalla schiavitù per debiti.
Rimango profondamente grato al Prof. Saporetti per l’eredità culturale che ci ha lasciato, essenziale fonte di conoscenza per tutti gli appassionati, studiosi e ricercatori.















