Ciò che non è detto è l’anima segreta della fiaba .

(Ioan P. Culianu, I Viaggi dell’anima)

Fate la nanna e possiate dormire
Il letto sia tutto fatto di viole
E le coperte di quel panno sottile
Il copriletto di penne di pavone.

(Ninna nanna toscana).

Questa ninna nanna famosa, di origine toscana ma diffusa in tutta Italia, mi ha sempre tanto affascinato quanto inquietato. Perché i bambini vengono assimilati ad una parte di animale commestibile?

La risposta che di solito si dà è superficiale nel suo sentimentalismo: i bambini piccoli, i neonati sono teneri come delle coscette di pollo. Non mi soddisfa ermeneuticamente questa risposta in quanto nel testo non si tratta si un semplice paragone metaforico en passant ma appare un’identificazione persistente e totale fra il neonato e la coscia di pollo tanto che viene ribadita fuori dal contesto implicito della tenerezza nel proseguio della quartina traslando sull’altro tema della “vestizione” delle “coscine” con un enigmatico e non comprensibile “gonnello” ricamato tutto attorno (lo smerlo).

L’idea è quella di un “fasciare” quasi rituale per propiziare il sonno. Sembra di essere di fronte ad un rito dove le parole e la musica soporifera si intrecciano con un’attività compiuta da chi canta verso chi deve essere addormentato. Nei riti dell’antica cucina francese le estremità delle cosce di pollo venivano “vestite” a scopo decorativo, e anche per coprire le sporgenze dell’osso. Se il senso del paragone è dato semplicemente dall’idea di tenerezza perché il testo continua su questa immagine di animalizzazione dei bambini con l’accenno alla vestizione dei bambini-coscine?

E perché la gonna è resa linguisticamente al maschile? Questa vestizione rituale ambigua sessualmente ricorda i vestiti femminili degli sciamani asiatici (Testi dello sciamanesimo siberiano e centro asiatico, a cura di Ugo Marazzi, I Nuovi Sciti di Pavel Zarifullin, Sciamanismo di Mircea Eliade). Bambini con il “gonnello” sembrano trasformati simbolicamente in pupazzi, bambole, fantocci.

Questo segno appare connesso con i sacrifici umani sia nel rito romano arcaico degli Argeis riletto da Robert Graves quale ricordo di antiche offerte umane, sia nei temi greci dionisiaci-matrocratici delle bambole appese e delle altalene, come nelle storie di Erigone, Arianna e della “misteriosa” fine di Elena a Cipro in un bosco sacro ad Afrodite (I giochi e gli uomini, Roger Caillois; Fantocci nei rituali festivi, Gabriele Tardio). La seconda quartina aggiunge due dettagli significativi alla luce, questa volta, della mitografia greca: il lenzuolo fatto “di viole” e il copriletto “di piume di pavone”.

Le viole richiamano Io la sacerdotessa di Hera trasformata in bovino e guidata da Hermes fino in Egitto dove riappare come Iside e il pavone ricorda il suo custode insonne Argo. Due segni, la viola e il pavone, che rinviano quindi miticamente all’episodio della liberazione di Io da parte di Hermes musico e pastore tramite l’addormentamento del pastore-mostro Argo (nome fotosforo e dal sapore egizio).

Hermes lo addormenta con il racconto della storia della ninfa Siringa suonando appunto lo zufolo e poi lo decapita con una spada ricurva, lunare. Le viole stesse sono un fiore psicopompo, come Hermes e come gli occhi del pavone che Hera fa apparire sull’uccello a ricordo dei cento occhi dell’insonne guardiano (come i draghi custodi) al momento della sua catasterizzazione. La luce, Argo, viene addormentata e uccisa, per essere traslata in cielo e (in forma di segno) nel mondo animale. Non a caso il pavone maschio è anche segno solare, per la sua ruota, e nella filastrocca gli occhi dei bambini addormentandi vengono paragonati al sole: “fate la nanna begli occhi di sole”. Un sole che deve essere spento, decapitato. Questa insistenza quindi sull’animalità dei bambini che vengono presentati come cibi imbanditi e sul loro essere fasciati, circondati e avvolti in viole e piume di pavone (con un lenzuolo sottile alluso ma non illustrato) implicitamente sembra alludere alla loro prossima consumazione come cibo da parte di chi li addormenta.

La viola e gli occhi della coda del pavone quale elementi di annunzio e di sigillazione (alfa e omega) di una vicenda dove il sonno porta alla morte in un rito sacrificale di liberazione. Prima Io-mucca si ciba di viole e poi viene liberata con un’uccisione di Argo che rinnova la natura sia tra le stelle che nel segno del pavone sacro ad Hera, nume tutelare di Io. La viola nella mitografia greca viene associata a Persefone-Kore e il suo colore è il ciano come per i capelli delle Muse secondo Esiodo, il colore scuro degli abissi marini e che richiama la ninfa Ciane del seguito di Kore che viene trasformata in sorgente al rapimento della fanciulla. Che la viola sia un fiore sacrificale e psicopompo lo conferma la sua associazione al sangue di Attis oltre che la sua presenza presso la sede omerica delle pericolose dee Calipso e Circe.

Questa ninna nanna veicola quindi il ricordo orrifico di pratiche di cannibalismo antico? Possiamo rileggerla quale ricettacolo dell’eco del tema fiabesco degli orchi? Se così può essere allora la citazione di “Gesù” potrebbe spiegarsi quale inserzione successiva a scopo di protezione dallo stesso timore ancestrale evocato. In un’altra celeberrima ninna nanna la mamma simula-minaccia la consegna del bambino all’ “uomo nero” o alla “befana”, dimostrando quindi come non sia un caso unico l’evocazione del male in un contesto intimo e bambinesco in cui ci aspetteremmo solo tenerezza e parole dolci. Il rapporto fra sonno e omicidio cannibalico da parte degli orchi trova la sua espressione narrativa più celebre e paradigmatica nella favola di Pollicino di Charles Perrault.

Qui Pollicino salva se stesso e i suoi sei fratelli scambiando i loro berretti da notte con le coroncine delle sette orchettine figlie dell’orco affamato di carne umana. Anche qui il tema della vestizione notturna si intreccia con quello del sonno e della morte. Non và sottovalutato il ruolo narrativo potente dell’interdizione-divieto nella strutturazione delle fiabe europee da cui derivano le più antiche filastrocche e ninna nanne come ha acutamente sottolineato Emil Mazzoleni nella sua importante opera: Il diritto nella fiaba popolare europea. Una filastrocca strana, allusiva, misteriosa. Non si spiega di cosa sia fatto “quel panno sottile” ma sembra rinviarsi rinvia ad un codice già conosciuto da un tipo di potenziali lettori, sia in questo dettaglio di “rivelazione criptata” che nella segnaletica a cui abbiamo accennato. Certe volte il “non detto” opera come motore del racconto, suo cuore segreto.