La vendetta è un sentimento, direi, abietto, e lo è ancora di più se è autodistruttiva, eppure nell’uomo è frequentissima. Nell’uomo ne abbiamo un’infinità di esempi, mentre nelle altre specie animali quella autodistruttiva è quasi assente. È difficile che gli animali pur di vendicarsi per un torto subito mettano a repentaglio la loro vita. Gli animali non arrivano mai a queste conclusioni estreme. Riflettono prima di agire. Calcolano sempre molto bene e con accuratezza le conseguenze delle loro azioni verso colui o coloro ai quali la vendetta è rivolta. Non si buttano mai allo sbaraglio. Sanno che è necessario mettere in campo una strategia che porti ai risultati desiderati senza danni. Indugiano, ma quando entrano in azione sanno quello che fanno e quello a cui vanno incontro e non affidano mai niente al caso.

Le scimmie in tutto questo sono delle maestre e noi uomini dovremmo imparare da loro, anche per il fatto che hanno avuto un percorso evoluzionistico molto più lungo del nostro e hanno sperimentato meglio di noi queste esperienze. Chi conosce questi animali e li segue per un lungo periodo di tempo, per mesi o per anni interi, come per esempio fece con gli scimpanzé del Gombe Stream Reserve Jane Goodall, che ha passato gran parte della sua vita tra questi animali, capisce quello che può passare per la testa di un individuo che è in procinto di attivarsi in questo senso, cioè quello di mettere in campo una vendetta.

La vita sociale di questi animali, come anche di molti altri, è molto articolata e complessa; le relazioni possono andare incontro ad attriti, ci possono essere delle rivalità, persino delle invidie, dei sotterfugi, dei tradimenti e vecchi rancori nascosti. I gruppi possono dividersi e poi congiungersi di nuovo e possono ristrutturare le loro società, possono cambiare le gerarchie sia quelle maschili sia quelle femminili. Questo a volte può creare dei problemi e gli scimpanzé non hanno mai una memoria corta. Si ricordano anche dopo molto tempo, persino anni, un torto subito, addirittura quando erano ancora piccoli, o un torto subito dalle loro mamme o dai loro fratelli e sorelle.

Quindi covano vendetta e se ne hanno l’opportunità e se si trovano nelle giuste circostanze passano quasi sempre all’azione, non ne aspettano un’altra anche perché potrebbe essere l’ultima occasione. Hanno quindi la capacità intellettiva e cognitiva di rappresentarsi quello che potrebbe accadere in una circostanza di questo genere. In alcuni casi, quando ritengono che è difficile agire da soli, formano delle alleanze e i partecipanti all’azione non vengono quasi mai scelti a caso. Il vendicatore sa quali potrebbero essere gli eventuali interessi dei partecipanti a collaborare e che quindi non serve molto tempo per convincerli. Certo, se a essere l’obiettivo di una cosa del genere è un leader, i “cospiratori” devono fare molta attenzione affinché i propositi vadano a termine positivamente, altrimenti è meglio che nemmeno inizino (ça n’en vaut pas la peine).

Ma che cos’è più esattamente la vendetta? Si tratta di un lungo processo psicologico nel quale pensiamo e ripensiamo, rimuginiamo continuamente un fatto negativo accadutoci nel passato, una violenza fisica, anche psicologica, una forte discriminazione sociale, una prepotenza gratuita, un atto di bullismo, una coercizione da parte di qualcuno che in quel momento ha il potere di esercitare violenza su di noi: una brutta esperienza che è difficile rimuovere anche dopo molto tempo o che addirittura può affiorare nella nostra mente dopo avere decantato nella nostra memoria per molto tempo. Può ritornare in mente istantaneamente anche perché un’altra circostanza, un ricordo, un fatto al quale non l’avremmo mai associata l’hanno fatta riaffiorare.

Per quanto riguarda la vendetta autodistruttiva, cioè quella che implica la distruzione di un nemico a costo della propria rovina, per esempio quella di Sansone (muoia Sansone e tutti i filistei), una vendetta biblica e mitologica, è uno degli esempi in cui noi esseri umani ci distinguiamo da tutti gli altri esseri animali, anche dagli scimpanzé che di vendette ne perpetrano e ne mettono in campo molte senza però mai arrivare a sacrificare la loro vita a questo scopo.

Se vogliamo pensare a una vendetta più sottile e molto più vicina a quella degli scimpanzé, è quella del Conte di Montecristo (in arte Edmond Dantès), protagonista del romanzo omonimo di Alexandre Dumas, una vendetta attesa a lungo e paziente, quasi burocratica, con lo scopo finale di distruggere chi ha distrutto la sua vita da giovane e lo ha fatto imprigionare ingiustamente. La vendetta architettata da Edmond Dantès è molto sottile e avvincente perché diventa un sentimento comune e condivisibile da noi uomini che in passato hanno subito un’ingiustizia dalle conseguenze molto gravi. Qui entra in gioco una lotta molto sottile tra il bene e il male tra croce e delizia come recita Alfredo in La Traviata di Verdi anche se qui il tema è diverso.

C’è comunque un aspetto molto interessante che è molto evidente negli scimpanzé ma anche nell’uomo: una forma di vendetta che ha a che fare più di ogni altra cosa con il senso e il desiderio della paternità, comune a tutti gli esseri viventi. Ci sono molti scimpanzé, soprattutto maschi dominanti, che si vendicano per presunte infedeltà di alcune femmine del loro harem e quindi sul fatto che i figli di queste femmine possano essere stati generati con il seme di maschi periferici e sottomessi che non avrebbero dovuto avere accesso al loro harem.

Questi maschi giungono qualche volta a delle soluzioni estreme uccidendo i figli nati da tali relazioni proibite quando ancora sono in tenera età. Questo non deve meravigliarci perché sottilmente è valido anche per gli uomini. Alcuni che pensano per qualche indizio o sospetto che i loro figli siano stati concepiti con un tradimento, possono giungere a soluzioni estreme, maltrattando e perfino uccidendo le mamme a volte insieme ai loro figli. Molti fatti di cronaca registrano avvenimenti di questo genere senza che vengano davvero indagate le vere motivazioni che spingono alcuni uomini a manifestare atrocità di questo genere: il senso e la certezza della paternità.

Tenendo conto che secondo alcune statistiche americane, un bimbo su dieci viene concepito fuori dal matrimonio, non è un caso che questi reati siano abbastanza frequenti e non soltanto in America. Il fatto è che i diretti interessati e la società tendono a nascondere quanto sia forte e pregnante in ognuno di noi il senso della paternità. Questo ovviamente non giustifica il reato, ma potrebbe essere però una spiegazione atavica, lontana nel tempo, un fattore che ha condizionato la vita dei nostri lontani antenati. Loro certamente non si relazionavano sessualmente formalmente come facciamo noi con il matrimonio, ma questo non toglie il fatto che i legami che stabilivano i partner avevano come unico scopo quello di garantire la paternità del partner maschile. Questo era dovuto anche al fatto che in funzione di tale certezza i maschi avrebbero così garantito protezione e cibo ai figli. Pochi maschi l’avrebbero fatto se non avessero avuto la certezza di esserne i padri biologici.

Dalla nostra origine sulla Terra, molte cose ovviamente sono cambiate, sono cambiate la cultura, la tecnologia e tanto altro, ma quello della paternità è un sentimento permanente che è ancora forte come lo era in passato. Non sarà forse un caso che per esempio tutto il melodramma italiano sia infarcito di amore e morte, tradimento e vendetta, e di sopraffazioni del più forte verso il più debole, come possiamo leggere nelle parole molto significative di Otello (“son scellerato, perché son uomo”), di Turandot (“io vendico quel grido e quella morte”) e anche del Rigoletto (“Sì, vendetta, tremenda vendetta. Di quest’anima è solo desio”) anche se in quest’ultimo caso a essere annientato è l’amore di un padre che grida vendetta rivolto alla sua dolce e unica figlia Gilda.