La fioritura del castagno non è solo un passaggio botanico: è una promessa fuori stagione. E un evento da non perdere. Diciamo subito che siamo di fronte a un anticonformista: il castagno si desta tardi dall’inverno, dopo mesi di letargo e nutrimento sotterraneo. Lo fa con calma guardando le altre piante affrettarsi a sbocciare per abbellire boschi e prati, inseguendo le bizzarrie del clima.
Pianta monoica (produce fiori maschili e femminili) guarda i colleghi del bosco e gongola d’esser di tanta bellezza circondata, perché le rende più piacevole il lavoro che svolge seraficamente. E quando il clima primaverile, così umorale, avrà nutrito ma certe volte anche danneggiato la beltà di alcune fioriture (degli altri) a quel punto – siamo a giugno e luglio - il castagno sboccerà. E non sarà solo bellezza, ma anche promessa di nutrimento: da quei fiori estivi nasceranno i frutti dell’autunno. Al solstizio dell’estate, però, nulla di concreto è ancora manifesto: solo possibilità. Un po’ com’è accaduto a un irriducibile “innamorato” dei castagneti e del loro senso nel mondo: Massimo Seragnoli, consulente di marketing territoriale, nato e cresciuto a Fontanelice, tra i castagneti della Valle del Santerno, regno del Marrone di Castel del Rio IGP.
Un emiliano-romagnolo, ora con base a Imola, pragmatico e sognatore insieme che guardando la luce filtrare tra le foglie del castagneto della sua infanzia, nell’estate del 2025 gli fiorisce un’idea in testa da concretizzare in autunno: dedicare uno spazio alla pianta più antica e resiliente e ai prodotti che ne derivano con la collaborazione degli umani. Nasce così nel dicembre 2025 la prima edizione di Castanea Expo1, nel contesto di Firenze Fiera: registra oltre duemila partecipanti e più di centocinquanta espositori.
Anche se il settore è in riduzione strutturale, l’Italia ha una superficie castanicola molto ampia e la filiera mantiene un peso occupazionale significativo, come spiega Massimo Seragnoli: «Nel nostro Paese si contano circa 900.000 ettari di castagneti; 18.000 aziende attive; circa 25.000 persone occupate direttamente; un indotto che coinvolge circa 50.000 addetti, tra i quali circa il 20 per cento formato da giovani sotto i quarant’anni».
E poi c’è il potenziale turistico tra le vie dei castagneti: sul nostro territorio si snodano poco meno di 500 percorsi organizzati (a fronte di un migliaio nel resto d’Europa). I numeri incoraggiano e la partecipazione nutrita a Castanea Expo ha dato vita a un’altra iniziativa che si terrà tra giugno e luglio 2026: Castanea Flower Festival, evento nazionale diffuso che vede protagoniste le comunità montane con i loro castagneti (e relative produzioni) “aperti al pubblico” per assistere alla fioritura:
perché il castagno viene ricordato soprattutto in ottobre per i suoi frutti, ma in realtà è un albero generoso tutto l’anno: esprime bellezza e in particolare a inizio estate raggiunge il massimo splendore, con foglie di un verde brillante e una fioritura ancora poco conosciuta - racconta Massimo Seragnoli che aggiunge – c’è un rinnovato interesse intorno al castagno ed è legato a due fattori: la resilienza del settore durante la crisi causata dall’attacco del cinipide (insetto fitofago il più nocivo a livello mondiale, causa il veloce deperimento delle piante che attacca, uccidendole, ndr), che negli ultimi quindici anni ha devastato centinaia di castagneti; e un’attenzione nuova delle persone verso la natura e la vita all’aria aperta, soprattutto dopo il periodo pandemico.
Sul fatto che il castagno possa ancora darci tutto quello che ci ha dato in passato, Seragnoli non ha dubbi: «È sempre stato amico degli esseri umani e continua a offrire molto, ma spesso non ne siamo consapevoli».
Assistere alla fioritura dei castagni non è solo un modo per connettersi a una natura con tempi lentissimi, ma è un’esperienza che porta per mano agli albori della vita.
I castagni sono tra i primi esseri vegetali a comparire sul pianeta Terra. Hanno attraversato ere geologiche multiple adattandosi a cambiamenti profondi del clima e dell’ambiente. Sono resilienti, capaci di radicarsi in territori difficili, soprattutto nelle aree collinari e montane dove svolgono un ruolo fondamentale nella stabilità del suolo, nella regolazione delle acque e nella conservazione della biodiversità.
Il loro contributo al paesaggio è inconfondibile: interi versanti disegnati da castagneti hanno modellato nei secoli l’identità di regioni e comunità, diventando parte integrante della cultura e della memoria collettiva. Dall’Africa si sono diffusi nel resto del pianeta grazie a un accordo tacito: gli umani migranti, assaggiandone i frutti, constatarono nella pratica quanto fossero nutrienti e di aiuto ad affrontare anche le peggiori carestie. Non a caso il castagno, per secoli, è stato chiamato “albero del pane”. E questo mutuo scambio ha dato vita a una cooperazione meravigliosa: i castagneti non sono boschi spontanei, ma curati dagli umani, innestati e tramandati di generazione in generazione.
E non ci si ferma ai frutti e al miele: anche il legno resistente e durevole, inattaccabile dai tarli, ha sostenuto abitazioni, attrezzi e perfino città (come parte delle palafitte di Venezia); le sue foglie, la corteccia e i ricci sono stati impiegati dalla medicina tradizionale alla lavorazione artigianale.
È così che questa fagacea è diventata simbolo di continuità: ogni albero può vivere secoli e porta con sé tracce del lavoro umano passato.
Se è vero che, in ragione della pressante industrializzazione, si sono lasciate le aree rurali per le città allentando di molto la relazione tra castagni e umani, è altrettanto constatabile che una nuova coscienza sulla sostenibilità riporta lo sguardo anche sul castagno, più che una pianta un ecosistema che si manifesta in tutta la sua forza tranquilla in estate con i fiori delicati, di un profumo che sfugge qualsiasi paragone, dai quali le apine operose raccolgono il nettare che diventerà miele: scuro, intenso con retrogusto amarognolo, ricco di fruttosio e minerali. E poi il tannino:
I castagni ne sono ricchi e si estrare per utilizzo soprattutto in ambito parafarmaceutico e cosmetico, anche se resta un segmento di mercato molto contenuto.
Spiega Seragnoli che vede il futuro della castanicoltura in due direzioni principali:
nell’incremento dei prodotti alimentari senza glutine (le castagne e la relativa farina sono gluten free, ndr) anche se ovviamente non potrà mai sostituire altre produzioni come il grano, ma può crescere lentamente e in modo sostenibile; e poi c’è il turismo esperienziale lento e il benessere. Un futuro di nicchia ma importante, specie per le comunità montane che di questo hanno vissuto per secoli e poi sofferto per la riduzione della produzione e per i danni del cinipide. Le previsioni sono di una rinascita lenta, costante, che va di pari passo con la crescita di una nuova consapevolezza del valore delle aree montane, fondamentali per l’ambiente e per i cosiddetti servizi ecosistemici. Sarà graduale, servirà un percorso di accompagnamento strutturato delle comunità con nuovi progetti di vita sostenibili per questi territori. In un certo senso rispetterà i tempi del castagno.
Il Castanea Flower Festival, organizzato con l'Associazione Nazionale Città del Castagno, il supporto di ANCI (Associazione Nazionale Comuni Italiani), UNCEM (Associazione Nazionale Comuni Comunità Enti Montani), Legambiente, Slow Food, invita ad andare a bearsi della fioritura dei castagni anche allo scopo di contribuire alla valorizzazione a livello nazionale di un patrimonio diffuso, mettendo in rete diverse realtà locali.
E poi, assistere allo sbocciar dei fiori in controtempo – perché i castagni fioriscono per ultimi – è una meravigliosa esperienza multisensoriale, un momento di benessere naturale che il festival arricchisce con eventi, musica e degustazioni.
Parola di un innamorato.
Note
1 Castanea Expo.
2 Firenze Fiera.















