C’è stato un tempo, che oggi mi appare avvolto in una nebbia di nostalgia e naftalina, in cui il dibattito pubblico dei grandi si consumava su vette intellettuali di tutto rispetto: la pignoleria insopportabile dei nati sotto il segno della Vergine o l’eterno dramma shakespeariano del triangolo Al Bano, Romina e Lecciso. Ricordo bene certi afosi pomeriggi estivi della mia infanzia, passati a osservare gli amici dei miei genitori e gli amici degli amici dei miei discutere con una passione degna di un congresso di fisica nucleare su questioni che oggi definiremmo, con un pizzico di snobismo, pura aria fritta.

A scuola ci insegnavano che l’Italia era il giardino d’Europa, ma a casa la geografia si riduceva a una mappa molto più pragmatica: la politica era tutta un magna magna e la vita si decideva tra il bar dello sport e l’oroscopo di fine telegiornale. Era un’epoca felice nella sua inefficienza formativa, dove potevi dichiararti ignorante o geniale con la stessa leggerezza con cui sceglievi tra una birra o un ghiacciolo al limone. Ciascuno poteva esprimere i propri valori, o le proprie voragini culturali, attraverso percorsi narrativi laterali e, tutto sommato, gestibili. Io ascoltavo, facevo dei gran sospiri di contrizione tipici di chi aspetta solo il permesso per alzarsi da tavola, e la cosa finiva lì. La discussione moriva naturalmente con il calare della controra, lasciando spazio a un briciolo di vita vera, alle chiacchiere leggere o a qualche uscita svogliata che serviva solo a far passare il tempo.

Poi, senza che nessuno ci inviasse un promemoria o ci preparasse psicologicamente al trauma, qualcosa è cambiato. Non ricordo esattamente il quando, forse è stato un processo lento, una mutazione genetica del palinsesto televisivo, ma ricordo bene il cosa: siamo stati invasi dai RIS da divano. In un lunedì qualunque della nostra storia collettiva, orde di disegnatori di quadri astrali e scommettitori del Totocalcio si sono trasformati, come per un incantesimo perverso, in esperti di raccolta differenziata di indizi efferati. Abbiamo smesso di guardare le stelle per cercare risposte sul carattere del partner e abbiamo iniziato a fissare ossessivamente i citofoni delle villette a schiera.

La geografia italiana è stata improvvisamente riscritta da una macabra toponomastica del sangue: via Poma, Arce, Cogne, Perugia, Avetrana. Luoghi che una volta evocavano gite scolastiche, sagre della castagna o semplici cronache di provincia sono diventati i set cinematografici di un horror collettivo a puntate. È avvenuta una fusione nucleare spaventosa: Paolo Fox e Cesare Lombroso si sono fusi in un’unica, mostruosa macroentità. Il risultato è una generazione di italiani congiuntivofobici e librorepellenti capace di dipanare i più grandi misteri della cronaca nera attraverso l’osservazione attenta dei movimenti sopraccigliari degli indagati durante le interviste del pomeriggio.

Siamo diventati un popolo di santi, poeti e profiler. Guidati da programmi televisivi sempre più pacchiani, da conduttori sguaiati che confondono l'empatia con il voyeurismo e da inviati con il caschetto che scavano nel fango con lo stesso entusiasmo con cui si cerca l'oro nel Klondike. Abbiamo perso ogni residuo senso del ridicolo e ci siamo ritrovati profondamente allineati al sentire comune: quello del sospetto perenne, del sangue sulla tovaglia buona e del plastico in studio. Ma tutto questo, come avremmo scoperto più tardi, era solo l’antipasto.

Era il percorso formativo, il liceo del crimine che ci ha preparati all’arrivo della definitiva toponomastica criminale: Garlasco.

Garlasco ha spazzato via tutto il resto. Non è stato un semplice caso di cronaca, è stato il Big Bang del nostro nuovo modo di stare insieme. È diventata una forma attualizzata e deforme della Commedia dell’Arte, dove ogni cittadino, dalla trentenne precaria al pensionato annoiato, può scegliersi la maschera da indossare o il bastone da brandire. C’è chi fa lo Stasi, chi il Sempio, chi analizza le impronte sui tappetini della bicicletta con la stessa foga con cui i nostri nonni controllavano i numeri del Lotto. Il dibattito si è spostato dai segni zodiacali al DNA mitocondriale, dalle corna di Al Bano ai fotogrammi sgranati dei parcheggi.

Ma la differenza atroce, quella che a trent'anni mi fa sentire il peso della realtà come un macigno, è che oggi la controra non passa mai. In quei pomeriggi della mia infanzia c’era un momento di catarsi: si chiudeva il giornale, si spegneva la TV e si tornava a vivere, a cercare un sollievo dalla calura che non fosse mediato da uno schermo. Oggi no. Oggi restiamo tutti unticci e sudati h24, prigionieri di un feed infinito di dettagli macabri. Siamo costantemente connessi alla tragedia altrui, trasformata in intrattenimento da consumare tra una pubblicità di detersivi e un post di cucina.

Mi guardo intorno e vedo che non ci sono più silenzi rigeneranti. C’è solo il rumore di fondo di un’Italia che ha sostituito la speranza con l'indagine autoptica, restiamo lì, colpevoli di essere spettatori sfacciati, a chiederci di che numero di scarpe fosse l'assassino mentre la nostra vita scorre via, chiusa in un recinto di nastro giallo da scena del crimine, senza neppure una birra fresca capace di lavare via lo schifo che, purtroppo, abbiamo imparato ad amare.