Pasione, il banchiere più famoso nell’Atene classica del IV secolo a.C., iniziò la sua carriera professionale come schiavo (forse di origine orientale) di proprietà dei banchieri Antistene ed Archestrato, due trapezìti, anch’essi di probabile origine servile o “metèci” (stranieri residenti), i quali gestivano in forma associata una trápeza (“tavola” o “banco” del cambiatore di monete o cambia-valute) e che, ritirandosi dall’attività verso la fine del V secolo a.C., agevolarono il subentro del loro ex collaboratore subordinato, del quale avevano potuto osservare nel tempo le competenze, l’abilità, l’operosità e l’integrità.
In base alla ricostruzione cronologica della sua biografia, Pasione, intorno al 395 a.C., fu manomesso dai vecchi padroni diventando così liberto o schiavo affrancato; in questa nuova condizione, nonché da meteco (straniero residente), ebbe la possibilità di assumere il controllo della banca ed, inoltre, ottenne dal patrono Archestrato una garanzia di 7 talenti (1 talento = 60 mine da 100 dracme = 6.000 dracme) per la nuova gestione imprenditoriale.
In questi stessi anni, Pasione sposò Archippe e il matrimonio generò due figli maschi: il primogenito Apollodoro, nato intorno al 394 a.C., e Pasicle, nato intorno al 380 a.C.
Durante il periodo di impiego servile presso l’azienda bancaria associata, Pasione apparteneva alla categoria degli schiavi chorís oikùntes (“che abitano a parte, per conto proprio”) che, a differenza degli schiavi domestici (oikétai) - collocati costantemente sotto il controllo del padrone -, vivevano e lavoravano autonomamente, spesso gestendo, in qualità di “schiavi-amministratori”, botteghe, laboratori artigianali, banchi finanziari.
Tale sistema generava un potente incentivo economico: il rapporto tra lo schiavo ed il padrone-proprietario si concretizzava nel pagamento, da parte del primo, di un canone periodico (apophorá), mentre il guadagno conseguito in eccesso (rispetto a tale versamento a titolo di “affitto d’azienda”) costituiva una sorta di peculium, un capitale proprio, separato di fatto (anche se non di diritto), da accumulare utilmente anche in funzione del conseguimento della libertà: Pasione, all’inizio della sua carriera, si era dimostrato schiavo degno di fiducia (pístis) ed aveva così convinto i suoi padroni ad impiegarlo con maggiore profitto riconoscendogli un’adeguata autonomia manageriale rispetto a semplici mansioni manuali.
Secondo alcuni degli studi più moderni (cfr. E. Cohen, Athenian Economy and Society. A banking perspective, 1992), i banchieri ateniesi preferivano impiegare schiavi o liberti con doti e funzioni manageriali per un duplice ordine di motivi: innanzitutto, il “commercio del denaro”, oggetto specifico dell’attività bancaria, era considerato indegno del cittadino per eccellenza, ideologicamente legato alla proprietà terriera; inoltre, lo “schiavo-manager”, in quanto privo di legami familiari e politici, nonché giuridicamente vulnerabile (tanto è vero che nei processi poteva anche essere sottoposto a tortura), offriva garanzie di segretezza e di fedeltà aziendale difficilmente assicurabili da un cittadino libero.
Pasione, una volta divenuto liberto, operava da appartenente ad un altro pilastro dell’economia ateniese, costituito dalla categoria dei métoikoi, “metèci” (letteralmente “coloro che abitano con o tra” e, quindi, insieme ai cittadini), che erano stranieri residenti, liberi ma privi di cittadinanza: mentre il cittadino (polítes) godeva dei diritti politici - quali erano, in particolare, il diritto di voto, l’eleggibilità alle cariche pubbliche, la partecipazione ai Tribunali -, nonché del diritto di possedere terra e case (énktesis), il metèco, pur essendo di condizione libera, era escluso totalmente dai diritti politici e patrimoniali (il divieto assoluto di proprietà immobiliari poteva essere superato soltanto in caso di concessione speciale o privilegio, pronomía).
Lo statuto giuridico dei metèci comportava l’adempimento di alcune obbligazioni fiscali, tra le quali era previsto innanzitutto il pagamento di una sorta di “tassa di residenza”, il metòikion, pari a 12 dracme all’anno per gli uomini e 6 dracme all’anno per le donne; tale tassa personale / capitaria, che era il segno più tangibile della condizione di straniero residente, non era di importo rilevante, tenuto conto che 1 dracma d’argento in epoca classica rappresentava all’incirca la paga giornaliera di un operaio che lavorava nei cantieri dell’Acropoli, ma costituiva comunque una fonte di entrata non trascurabile per la pólis ateniese, se si considera che in questo periodo storico il gruppo sociale dei metèci era molto numeroso, stimabile in circa 10/15 mila persone, probabilmente di poco inferiore alla metà dei cittadini complessivamente residenti.
Gli altri doveri fiscali erano i medesimi che gravavano sui cittadini e configuravano una condizione di “parità tributaria” (isotéleia), considerata un privilegio: infatti, anche i metèci erano soggetti all’imposta straordinaria di guerra (eisphorá) - nonché a partecipare alle operazioni militari arruolandosi in fanteria e marina, esclusa la cavalleria -, ed erano tenuti a finanziare le “liturgìe”, le contribuzioni volontarie che assicuravano un servizio pubblico, quale poteva essere l’organizzazione di un banchetto comunitario, il mantenimento di un coro teatrale, fino all’impegno più costoso, ma anche più prestigioso, la “trierarchìa”, ovverosia l’armamento di una trireme (equipaggiamento e comando di una nave da guerra).
Altre due disposizioni rilevanti, correlate alla condizione giuridica dei metèci, riguardavano: l’obbligo di avere un patrono (prostátes) cittadino - quale era spesso l’antico padrone, nel frequente caso di ex schiavi affrancati -, che si prendeva cura dei loro interessi, anche in qualità di rappresentante legale in eventuali procedimenti giudiziari; il divieto di contrarre matrimonio con cittadine/i, pena la schiavitù per usurpazione, in quanto la legge di Pericle del 451-450 a.C. aveva stabilito una rigida regola di “endogamia civica”, riconoscendo validità e legittimità soltanto al matrimonio contratto tra cittadini ateniesi, ritenuto l’unico tipo di unione familiare che poteva assicurare la piena cittadinanza ateniese ai figli (che, pertanto, a tal fine dovevano nascere da genitori entrambi cittadini, padre e madre ateniesi).
Alla luce del quadro giuridico e politico dell’Atene classica (V-IV secolo a.C.), finora delineato, il divieto di possedere beni immobili fu il fattore determinante che indirizzò la classe dei metèci verso le attività economiche che consentivano l’accumulazione della ricchezza mobile: artigianato, manifattura, commercio marittimo ed attività bancaria; non potendo investire nella terra, la fonte di prestigio tradizionale, il metèco Pasione, nella fase intermedia della sua vita, si dedicò pertanto ad investire in depositi, prestiti ed attività produttive.
La banca (trápeza) di Pasione era un’impresa finanziaria, di natura privata, indissolubilmente legata alla persona del banchiere ed alle sue qualità di affidabilità e reputazione. Essa offriva tutti i principali servizi relativi all’intermediazione: il cambio (katallaghé) delle valute, essenziale in un mondo ellenico caratterizzato da centinaia di póleis emittenti monete diverse; il deposito (parakatathéke), sia infruttifero (solo con funzioni di custodia e sicurezza) sia fruttifero (da investire ad interesse in operazioni speculative); il prestito (dáneion), sia al consumo sia produttivo, spesso ad alto rischio, come il prestito marittimo (nautikón dáneion).
Tali attività bancarie furono esercitate da Pasione in modo eccellente, consentendogli di accumulare un patrimonio enorme che, al momento della sua morte, avvenuta intorno al 370 a.C., era stimabile nell’ordine di circa 70 talenti (20 talenti di immobili e 50 talenti di crediti), come precisa Demostene nell’orazione Per Formione (la n. 36 del Corpus Demosthenicum, databile intorno al 350 a.C. circa ): si trattava di una cifra senza subbio straordinaria, se si tiene conto che era pari a 3-4 talenti il censo necessario ad appartenere alla classe liturgica, vale a dire al gruppo dei soggetti più ricchi che, in quanto tali, erano tenuti a sovvenzionare le liturgie della pólis, contribuendo così al parziale finanziamento della spesa pubblica.
Pasione, tuttavia, da liberto e metèco quale era, comprendeva bene che la ricchezza realizzata era sempre precaria, soprattutto perché la mancanza di protezione politica lo rendeva vulnerabile e costantemente esposto a denunce, ricatti e confische: l’unica vera assicurazione era costituita dalla cittadinanza che, nel suo caso, pur non potendo essere conseguita direttamente per nascita, poteva essere acquisita indirettamente attraverso l’“evergetismo”, (dal verbo euerghetéo, “operare bene”, “essere benefattore”), ovverosia tramite la “beneficenza pubblica” che poteva creare i presupposti di onore e merito per ottenere lo statuto giuridico di cittadino ateniese.
Alcune orazioni di Demostene (cfr. n. 45, Contro Stefano I, e n. 59, Contro Neera) ci informano, infatti, che Pasione donò alla pólis 1.000 scudi, verosimilmente prodotti nella sua fabbrica di scudi; equipaggiò a sue spese cinque triremi, sostenendo così gli oneri della trierarchia volontaria; contribuì finanziariamente in momenti di crisi militare. In contropartita di tali servizi e benefici pubblici, il popolo ateniese votò un decreto (pséphisma) che concedeva (al più tardi nel 376 a.C.) la piena cittadinanza a Pasione ed ai suoi discendenti (ékgonoi), generando con tale deliberazione una trasformazione radicale della posizione giuridica del banchiere e della sua famiglia: Pasione conseguì il diritto di acquistare terreni e case, investendo così parte della sua ricchezza mobile, ed i suoi due figli, Apollodoro e Pasicle, divennero cittadini a pieno titolo.
In progresso di tempo, Pasione, divenuto anziano e di salute inferma, si trovò di fronte al classico dilemma dell’imprenditore che, dovendo pianificare la successione, doveva risolvere un difficile problema di scelta: trasmettere l’azienda al figlio maggiore, Apollodoro che, nato nell’agio e nella ricchezza, manifestava ambizioni aristocratiche, criticava la “sordida” attività bancaria e tendeva a spendere denaro in lussi ed attività politiche; oppure, garantire la continuità aziendale e patrimoniale attraverso la sperimentata competenza manageriale dello schiavo Formione, che per anni aveva collaborato attivamente negli affari bancari, dimostrando affidabilità, operosità ed integrità.
Pasione scelse la competenza tecnica di Formione che, probabilmente affrancato e divenuto così liberto e metèco, subentrò nella gestione operativa della banca e dell’azienda industriale (fabbrica di scudi) in base ad un contratto di locazione (místhosis) che, stipulato poco prima della morte dell’ex padrone (oppure in sede testamentaria), prevedeva i seguenti termini, rivelati da Demostene (cfr. orazione n. 36, Per Formione): entrambe le aziende venivano cedute a Formione a titolo di affitto per otto anni, contro il pagamento di un canone totale annuale di 2 talenti e 40 mine (1 talento e 40 mine, cioè 100 mine, per la banca + 1 talento, ovvero 60 mine, per la fabbrica di scudi).
Le disposizioni testamentarie di Pasione prevedevano, inoltre, che sua moglie Archippe contraesse matrimonio con Formione, il quale diventava altresì tutore di Pasicle, fratello minore di Apollodoro, fino a quando poi, intorno al 362 a.C., le due aziende furono prese in carico dai due figli di Pasione: Pasicle, raggiunta la maggiore età, prese possesso della banca, Apollodorò subentrò nella fabbrica di scudi, mentre Formione, che in questo periodo conseguì la cittadinanza, avviò una propria trápeza.
Il Diritto ateniese non richiedeva il consenso della donna in materia di matrimonio che, infatti, si configurava come un contratto (engýe, “promessa di matrimonio”) tra il kýrios (“tutore” legale, sempre di sesso maschile: padre, fratello, nonno) ed il marito, futuro sposo, con la finalità di assicurare la procreazione di figli legittimi (gnésioi) per la continuazione dell'òikos, da intendere come casa e beni familiari.
La legge permetteva al marito di disporre della moglie anche post-mortem tramite testamento: tale istituto, noto come "fidanzamento testamentario", permetteva al marito morente di dare in sposa la vedova a un uomo di fiducia, garantendole così protezione e, spesso, assicurando per questa via la conservazione e gestione del patrimonio a beneficio dei figli.
In questo contesto, assumeva grande rilevanza la “dote” della donna: indicata con il termine pròix in Lingua greca (letteralmente “dono”), non era semplicemente un dono, ma una sorta di “capitale di garanzia” che accompagnava la figura femminile; dal punto di vista economico, la dote era infatti la contropartita della donna nel matrimonio e fungeva da riserva patrimoniale destinata a garantirne il mantenimento in caso di divorzio o vedovanza, assicurando che non gravasse sulla sua famiglia di origine.
La dote, nella sua duplice funzione di contribuire al mantenimento della moglie nel nuovo òikos e fungere da "assicurazione" in caso di divorzio o vedovanza, non diventava proprietà del marito, che ne aveva soltanto l'usufrutto: se il matrimonio si scioglieva (per morte o divorzio), la dote doveva essere restituita alla donna (o meglio, al suo kýrios originale) per sostenere il suo futuro.
Nel caso di Archippe, non abbiamo informazioni specifiche in merito alla dote originaria (probabilmente di importo minimo, o addirittura inesistente), mentre conosciamo la dote a lei assegnata da Pasione in sede di testamento, descritta da Demostene (cfr. Contro Stefano I, 45.28), che ne riporta l’inventario dettagliato: investimenti finanziari (crediti, depositi e liquidità per 2 talenti, pari a 12.000 dracme); investimenti immobiliari (synoikía, una casa che veniva concessa in affitto, valore 100 mine = 1 talento e 40 mine); schiave, gioielli d’oro e suppellettili di casa, per un totale complessivo compreso tra 3 talenti e 40 mine, importi espressamente indicati nell’orazione, e 5 talenti stimabili considerando anche gli altri beni.
Si trattava, evidentemente, di una dote straordinaria, di valore eccezionale, soprattutto se posta a confronto con la dote media dell’epoca, che raramente superava il mezzo talento (30 mine = 3.000 dracme); pertanto, se consideriamo che, ad esempio, la dote della madre di Demostene, considerata una donna molto ricca, era pari ad 80 mine (1 talento e 20 mine), Archippe si collocava senza dubbio al vertice dell’élite finanziaria del suo tempo, grazie alla dote assegnata da Pasione in sede testamentaria, che costituiva una porzione separata dal patrimonio ereditario.
Lo status giuridico di Archippe, moglie dei due banchieri più ricchi e famosi del mondo greco, è stato molto indagato negli studi specialistici e nel dibattito accademico moderno, ma rimane controverso: probabilmente, l’ipotesi più plausibile è che Archippe fosse originariamente metèca (forse anch’essa legata all’ambiente servile e bancario) e che la sua condizione sia stata elevata o “sanata” grazie al decreto onorifico (che poteva anche essere retroattivo) concesso a Pasione, permettendo così ai figli di accedere alla piena cittadinanza.
Al di là dello status formale, comunque, le orazioni di Demostene, nostre principali fonti, hanno tramandato un’immagine di Archippe che, nonostante fosse sempre un soggetto giuridicamente passivo (in quanto sottoposta ex lege alla tutela maschile), sfidava lo stereotipo della donna segregata nel ginecèo, affermandosi come una donna d’affari pienamente consapevole delle dinamiche aziendali, partecipe di tutte le operazioni della banca, libera di accedere ai documenti e registri contabili (grámmata), dimostrando così un’elevata alfabetizzazione finanziaria : la sua dote non era “denaro morto”, passivamente depositato in uno scrigno, ma era capitale attivamente investito nell’esercizio della trápeza.
A distanza di circa venti anni dalla morte di Pasione (databile al 370 a.C. circa), e a distanza di circa dieci anni dalla morte di Archippe (databile al 360 a.C. circa), esplose in Tribunale la faida legale e familiare nascente dal conflitto latente tra il figlio maggiore Apollodoro, che aveva nel frattempo sperperato parte della sua quota di eredità, e l’ex amministratore Formione, patrigno sempre mal tollerato.
Apollodoro, che aveva già avviato nel 368 a.C. una prima vertenza, poi sospesa e definita anche per intervento della madre Archippe, citò di nuovo in giudizio Formione, accusandolo di avere sottratto 20 talenti (120.000 dracme) di capitale bancario, importo del quale, pertanto, veniva richiesta la restituzione.
In difesa di Formione, Demostene, intorno al 350 a.C., scrisse l’orazione (Per Formione, 36) nella quale oppose una paragraphé, un’eccezione procedurale che bloccava il processo sostenendo l’inammissibilità della causa, in quanto: in base a testimoni e documenti, risultava che Apollodoro avesse già firmato in passato un accordo transattivo di carattere liberatorio (áphesis), rinunciando così ad ogni pretesa futura, ed erano trascorsi inoltre circa venti anni dai fatti contestati, cosicché il lungo tempo decorso aveva creato le condizioni di una sorta di prescrizione (anche se tale istituto non era previsto formalmente dal Diritto ateniese).
Demostene, inoltre, evidenziò alla Giuria l’ampia diffusione della pratica, propria dei banchieri, di trasmettere il ruolo di guida della banca secondo le modalità seguite da Pasione: destinare per testamento la propria moglie in sposa al successore designato, quasi sempre un ex schiavo che avesse dimostrato particolare abilità e perizia nella gestione degli affari trapezitici; e Demostene citò a supporto altri tre casi analoghi, relativi ai banchieri ateniesi Sofocle e Socle, ed a Strimodoro, banchiere di Egina, aggiungendo che gli esempi al riguardo avrebbero potuto essere anche più numerosi.
Dopo aver perso la causa principale, Apollodoro, nell’intento di proseguire la vertenza giudiziaria e vendicarsi, attaccò Stefano, accusandolo di essere pseudomartýrion (“colpevole di falsa testimonianza”), in quanto era uno dei testimoni che avevano giurato di aver visto l’atto di liberatoria ed il testamento di Pasione: nelle orazioni demosteniche Contro Stefano I e Contro Stefano II (n. 45 e n. 46), databili intorno al 349 a.C., la strategia processuale cambia e risulta concentrata sulla diffamazione sociale (con i temi della retorica servile dello schiavo che sposa la padrona e della presunta illegittimità del matrimonio) e sulle accuse di falsificazione del testamento ad opera di Formione al fine di appropriarsi della banca e della dote di Archippe.
Nel momento della sua morte (intorno al 360 a.C.), Archippe lasciava eredi della sua immensa dote i suoi figli maschi, che erano complessivamente quattro, in quanto, oltre ai due figli avuti con il primo marito Pasione (Apollodoro e Pasicle), la donna aveva avuto altri due figli, nati entro il 365 a.C., in seguito alle seconde nozze con Formione, celebrate intorno al 368 a.C.: nell’orazione in difesa di quest’ultimo, Demostene evidenzia che Apollodoro aveva comunque accettato “la quarta parte” (tétarton méros) dei beni materni, riconoscendo così la legittimità degli altri eredi e della quota-parte spettante a ciascuno di essi.
La dote della moglie del banchiere fu il veicolo che permise l'integrazione definitiva della famiglia di Pasione nell'élite ateniese: attraverso la ricchezza dotale, Formione fu in grado di finanziare le sue attività ed infine ottenere la cittadinanza; anche i figli di Archippe e Formione, dotati di parte di quel capitale, divennero cittadini a pieno titolo, completando il percorso di assimilazione a suo tempo iniziato da Pasione. In conclusione, possiamo dire che la dote di Archippe agì come una sorta di "lavaggio" del denaro bancario, trasformando i profitti commerciali (spesso stigmatizzati dalla pubblica opinione) in patrimonio familiare legittimo e trasmissibile.
Secondo alcuni studi, si ipotizza che Formione “il banchiere” potrebbe essere identificato con l’omonimo trierarca attivo intorno alla metà del IV secolo a.C., anch’egli del demo del Pireo; e poiché suo figlio, a sua volta trierarca intorno alla metà degli anni trenta, significativamente si chiama Árchippos, tale nome potrebbe essere interpretato come un omaggio alla donna che per circa quarant’anni aveva caratterizzato la storia della più grande famiglia di banchieri ateniesi.















