Parlando di film di fantascienza ‒ Alien, ad esempio ‒ si ha l’impressione che nulla cambi davvero. Umani e mostri, androidi e mammiferi: la scena è sempre quella di un conflitto primordiale, antico quanto l’immaginazione stessa. E alla fine non vince nessuno, perché la saga deve continuare. È curioso: la fantascienza, che pretende modernità, spesso non fa che ripetere la storia elementare della mente che vuole dominare la materia. Una magia preistorica più che una conoscenza. Oggi, poi, se invento una storia mi dicono che diffondo notizie false; ma se una storia inventata dura millenni allora diventa religione. È un trucco troppo facile, quasi da commedia americana. Forse Woody Allen lo spiegherebbe meglio di chiunque altro.

I miti fondatori invece servono, o almeno servivano. Danno una forma alla civiltà, le offrono una ragione poetica, qualcosa che contenga le nostre inquietudini. Mi domando se oggi non ci accontentiamo di lasciar fare questo lavoro alla fantascienza, come se bastasse. Il mito, però, è pensiero; è la capacità di costruire un senso dove la vita quotidiana non ne offre. E già Leopardi, con la sua freddezza sentimentale, aveva capito che “fingere” non significa illudersi; significa dare un volto all’infinito, salvarsi per qualche istante dal nulla con una forma pura ‒ poesia o filosofia, non importa.

Per questo rimango perplesso davanti all’insegnamento di Māluṅkyaputta, quella freccia che vieta di farsi troppe domande. È un invito alla prassi, non alla ragione; e il rischio è che la prassi, senza domande, produca verità ingannevoli, come è successo ai postmoderni che si credevano liberati da ogni principio. Lo capirono anche quelli del ’68, finiti sul Gange a cercare risposte dove credevano di trovare dissoluzione. Fritjof Capra, con il suo misticismo scientifico, fu il loro punto di svolta: contestava la tecnica moderna proprio mentre la tecnica, silenziosa, preparava il futuro. Così Yuval N. Harari ‒ un altro ebreo, come lui ‒ ha portato la technē a un livello che la vecchia metafisica non riusciva più a contenere. Biotecnologie, robotica, anti-invecchiamento, Intelligenza Artificiale: una combinazione che si adatta bene sia al nichilismo del nostro tempo sia alla sua inconfessabile volontà di potenza.

Si dice che lo scopo della tecnologia sia la nascita di macchine intelligenti, magari coscienti; che la fantascienza sia una profezia più che un genere narrativo. Forse. Ma bisogna ammettere che la maggior parte delle storie ‒ non quelle più lucide, come Blade Runner o Matrix ‒ confonde l’intelligenza con la coscienza. Come se, per superare la nostra mente, i computer dovessero per forza innamorarsi di noi o soffrire come noi. Nel film di Ridley Scott è Deckard (Cartesio) ‒ un uomo ‒ a innamorarsi della macchina, non il contrario. E questo dice già tutto. Nella realtà le cose sono più semplici, quasi banali.

L’intelligenza che calcola e la coscienza che sente sono due fenomeni diversi, lontani. Se ne accorge chi gioca a scacchi con il computer: lui vince senza emozioni; lo sfidante perde con un certo fastidio. Noi restiamo mammiferi, nonostante le invenzioni che da centomila anni ci accompagnano come protesi. Risolviamo i problemi in base a ciò che sentiamo, non a ciò che calcoliamo. In questo, bisogna riconoscerlo, siamo più vicini ai gorilla che alle lavatrici intelligenti.

Di questo passo, si dice, l’Homo sapiens scomparirà. E non per un destino biologico, ma per un eccesso di zelo: uomini che imitano Frankenstein, decisi a intervenire sulla natura stessa dell’umanità, a manomettere la genetica, a ritoccare l’epigenetica come fosse un trucco sul volto. Non sarà l’unione tra macchina e uomo fin dalla nascita a cancellarci, ma la graduale convinzione che la nostra carne sia un ostacolo, qualcosa di troppo pesante per la leggerezza della Rete.

Ho letto che, come in certi testi gnostici, la coscienza sarà separata dal corpo, lasciando però intatte le emozioni, quasi fossero un residuo inevitabile dell’organico. Una specie di corpo astrale che si muove nel cyberspazio con la disinvoltura di chi non ha più vincoli. La mente si fonderà con le macchine fino a perdere ogni distinzione, più radicalmente di quanto abbiano tentato per secoli i mistici o i poeti metafisici. A quel punto non sapremo più cosa accadrà. Ci verrà chiesto di abituarci all’impermanenza, come già suggerivano Buddha e gli storicisti; ma più aumenta la potenza dell’uomo, più cresce la sua angoscia, un’angoscia nuda, quasi senza scuse.

L’amico Riccardo, tra androidi, macchine e mammiferi, sembra preferire i primi due. Li considera più adatti a sopportare la smaterializzazione che la Rete impone. In questo assomiglia un po’ a Huxley, che nel Mondo nuovo aveva previsto una società manipolata dalla tecnologia e, al tempo stesso, sedotta da essa, incapace di sottrarsi al suo abbraccio. Da quel mondo non si scappa. E tuttavia, in un residuo di fiducia, ci diciamo che il cervello umano ‒ o almeno la sua corteccia più sottile ‒ manterrà una certa resilienza, una certa capacità di decidere chi vogliamo essere, anche quando saremo diventati ibridi. Il vecchio “conosci te stesso” resta l’unico punto da cui ripartire.

La grande trasformazione ‒ la chiamavano così già nel ’44 ‒ oggi si manifesta come la quarta rivoluzione industriale. La storia sta cambiando cavallo e ancora non sappiamo dove ci porterà. Per ora ci accontentiamo dell’Internet di massa: individui manipolati dai social, pronti a offrire la loro intimità in cambio di un po’ di attenzione. Ma domani dovremo fare i conti con la disoccupazione di massa provocata dall’automazione, e non è affatto chiaro se vivere sarà più facile o più difficile. Ciò che è certo è che cambieranno non solo le condizioni materiali, ma gli individui stessi: la loro mente, la loro anima. Molte funzioni cognitive ‒ la memoria, il calcolo, perfino la capacità di ricordare ciò che abbiamo vissuto ‒ saranno trasferite alle macchine.

La nostra specie, quella che ha abitato la terra per quarantamila anni, è già un ricordo. Siamo nella Post-histoire, come piace dire ad alcuni. E il passaggio dall’animale all’uomo, durato milioni di anni, sembra oggi accelerare fino a diventare quasi un gioco. Una volta cambiava il naso, dal Neanderthal a Pinocchio, che della menzogna fece un’arte nazionale; oggi cambia tutto, tranne la voglia di nascondersi. Ma on-line non ci sono fate benevole che offrono medicine amare. Ci sono figure più anonime, alieni e replicanti che parlano al popolo con una semplicità inquietante.

La riduzione dell’opinione pubblica a passività ideologica l’avevamo già vista. In The Game, Baricco ha descritto la nuova battaglia tra élites e popolo, tra democrazia e risentimento. Qui la rabbia è diventata un progetto politico, e chi la cavalca non si cura di nascondere le proprie intenzioni; tutto è complotto, persino il diritto al dubbio. Baricco tenta di imitare Eco, ma gli manca un volto rassicurante a cui appoggiarsi, un nuovo Mike Bongiorno; e il risultato è una satira triste, consapevole della mancanza di un centro.

Lo spazio digitale ha aggiunto un surplus di godimento ‒ lo chiamerebbe così Lacan ‒ e allo stesso tempo un eccesso di paura: la paura di non farcela, di non appartenere più a nulla. Non c’è passato, e il futuro è diventato un’ipotesi. Le classi medie si impoveriscono; i giovani restano sospesi, arrabbiati, senza una narrativa che li giustifichi. La rivoluzione digitale ha ridistribuito le funzioni del potere, perfino quello accademico, mentre il Web ha dissolto le vecchie categorie ‒ alto e basso, destra e sinistra ‒ fino a far riemergere l’antitesi più semplice e brutale: amico o nemico. Persino il Papa, dal Libano, ha parlato contro il narcisismo digitale come fosse una nuova idolatria. Non è solo l’Occidente di Spengler a tramontare. È la nostra idea di essere uomini, e non androidi, non macchine, che si trova, per la prima volta, davvero in questione.

Penso che, dopo l’oclocrazia, non ci attenda la tirannide ma qualcosa di più scialbo: una serie di tecnocrati grigi, senza volto. È un esito banale ma coerente con la sfiducia populista, la quale, pur non ostacolando il progresso tecnico, finirà per logorare la democrazia liberale molto prima di consumare il capitalismo. Tutti hanno una parte di responsabilità: élites stanche, abituate a sopravvivere più che a governare; politici impreparati; il Web come immensa cassa di risonanza; e infine quei movimenti che pretendono di parlare in nome della “pancia”, come se fosse un’autorità morale.

Qualche tempo fa, Lino Banfi, il principe dei pecorecci ‒ appena nominato all’UNESCO ‒ dichiarò che dei plurilaureati la gente non sa che farsene. Aveva in mente il pubblico americano; ma da noi l’effetto si è sentito lo stesso: un nuovo taglio ai fondi della ricerca. La cultura è diventata un privilegio sospetto, qualcosa da abolire per far posto a una presunta sincerità popolare. Ogni rivoluzione ha iniziato bruciando i libri; e anche oggi, se ci sarà una “seconda navigazione”, sarà controvento. L’avvento dei media e della comunicazione totale ha segnato uno spartiacque: non solo nella produzione culturale, ma nel concetto stesso di autore. L’autorialità si sta dissolvendo, o almeno modificando in modo profondo, e lo stesso vale per la maniera in cui ci informiamo. L’opinione pubblica non nasce più dall’esterno, per convincimento, ma dall’interno: è una sorta di nuova mente, una plastica di massa che opera nel silenzio.

In conclusione, mi pare che la Rete, trasformando i consumatori in produttori di contenuti, dimostri che il libero arbitrio è più un mito che una realtà. Una costruzione teologica per giustificare il peccato, più che un fatto scientifico. Gli algoritmi conoscono già i nostri pregiudizi e le nostre inclinazioni; ce li vendono sotto forma di idee personali. A quel punto non mi fido più nemmeno dei miei sogni. E se davvero le nostre scelte dipendono dai vincoli biologici, allora non possiamo biasimare troppo figure come Harari: descrivono un mondo dove libertà e destino hanno smesso di essere contrari, e la fortuna ‒ oggi sotto forma di virus informatici ‒ diventa l’arbitro di tutto.

Mi chiedo dove stia il vero spreco di tempo: discutere di antiche religioni o di tutto questo brulichio digitale. Le mode, comunque, si libereranno degli intellettuali e si affideranno ad altri sacerdoti: ingegneri, medici, economisti. Giurano su un umanesimo sfigurato, pieno di genetica approssimativa e informatica populista. Nel Crepuscolo degli idoli l’uomo era definito un errore di Dio; oggi resta da capire se Dio sia un errore della ragione o un suo desiderio irrealizzato. Accanto a un’umanità che pensa, esiste da sempre un determinismo tecnologico che spinge in un’altra direzione. Lo si può assorbire, lo si può contrastare, solo rimettendo insieme intelligenza ed etica, calcolo e coscienza. È una posizione antica, probabilmente ingenua.

Ogni epoca ha i suoi cicli, le sue parabole. Lo sciamano cornuto che assaltò Capitol Hill esprimeva l’idea che il potere dovesse essere dissacrato; e con esso qualsiasi teologia politica, qualsiasi impero immaginario. Compresa la “terza Roma” di Dugin, con la sua fede in una guerra religiosa. La libertà conquistata fuori dalle accademie ha prodotto una certa rapacità nelle teorie: l’asse storico-giuridico è stato sostituito da criteri più nebulosi, e intanto ritorna, quasi per inerzia, il tempo dei miti a ritroso. È finito il messianismo marxista, quello vero, quello di Benjamin e dei situazionisti, non la sua caricatura italiana. È finito anche il ciclo della Seconda Guerra Mondiale, compreso il diritto internazionale, la deterrenza nucleare, il “mai più” ripetuto come un mantra. Manca un esercizio di realismo, di ricerca storica adeguata al cambio d’epoca. E soprattutto manca la forza, o la volontà, di riorientare le menti.