Amerai il Signore tuo Dio da tutto il tuo cuore
e in tutta la tua anima e in tutta la tua forza
e in tutta la tua mente.

(Luca, 10, 27)

La carità non è qualcosa di creato nell’anima
Ma è lo Spirito Santo medesimo che abita in essa.

(San Tommaso d’Aquino, Somma Teologica, seconda parte, sez.II, Q.23, art.2)

Non possiamo dire che i Vangeli non siano stati chiari su quale sia il primo volere di Dio per la nostra vita e la nostra salvezza. Tre evangelisti ripetono il comando biblico, ripreso dal Cristo: amare Dio in modo totale e il prossimo come se stessi. Eppure oggi in questa società televisiva e iper-emotiva paradossalmente si è perso proprio il senso delle proporzioni, del reale e con esso lo stesso senso dell’amore, ridotto a facile ed epidemico sentimentalismo di massa, fittizio e artificialmente celebrato a distanza in un rito vuoto e non reale.

Oltre a questo assistiamo ad uno svuotamento spirituale del Cristianesimo cattolico, spesso da parte degli stessi fedeli e delle stesse gerarchie ecclesiali che sembrano aver perso la passione per il kerigma, cioè l’annuncio del Vangelo quale novità rivoluzionaria, radicale, e con esso ogni respiro cosmico, mistico, escatologico.

La spiritualità cristiana appare ridotta a mera filantropia sociologica, ad etica di un “buon sentimento” tanto vago quanto generalizzato e indistinto. Talvolta facendo leva proprio sul celebre passo citato, quello del primo e più grande dei voleri divini, già israelitico e riconfermato dall’insegnamento di Cristo. Anzi ulteriormente chiarificato con la parabola del “buon samaritano” che l’evangelista Luca narra appena dopo la conferma cristica del più grande comando divino che tutti gli altri riassume e realizza.

Ma è veramente possibile ridurre la radice del Cristianesimo a un semplice sentimentalismo di massa? No. Ed è così facile interpretare il massimo comando cristiano? Ancora: no! Sono necessari dei chiarimenti.

L’equivoco culturale e linguistico sul tema dell’ “amore” oggi è drammaticamente massimo per cui il Cristianesimo, che è Rivelazione metafisica e mistica, appare per via “d’emozione” e tramite tale “equivoco di massa” profondamente pervertito e falsificato. Occorre quindi tornare “alle fonti” e mostrare come il cuore spirituale della fede cristiana sia radicalmente differente da quanto si percepisce o si predica comunemente. E lo possiamo facilmente dimostrare proprio rileggendo attentamente il testo greco dei Vangeli di Matteo (22,37-39), Marco (12,29-31) e Luca che indicano questo massima prescrizione biblico-cristiana.

In primo luogo, la domanda del fariseo a Gesù non è stupida ma è una domanda pratica e necessaria in considerazione dei 613 precetti della Tōrāh. Molti rabbini avrebbero risposto: il comando primo è rispettare il Sabato, oppure è il primo del Decalogo: Non avrai altro Dio all’infuori di me! Cristo invece dà quasi per scontata la Legge, forse ben sapendo la debolezza e stupidità umana, e punta il focus della Legge non in senso prescrizionale-etico-normativo ma in un “movimento d’essere” fondamentale “dentro” la Legge e la Fede stessa senza il quale nulla avrebbe senso.

In secondo luogo va considerato come tutti e tre gli evangelisti usino il termine greco agapeseis da agapao, cioè l’amore nel senso più profondo, pieno e unitivo. Un amore di cui neppure l’apostolo Pietro è stato capace in quanto Pietro nel suo intenso dialogo finale con il Cristo risorto nel Vangelo di Giovanni utilizza il termine fileo per esprimere il suo amore verso il Maestro. E lo fa alla triplice richiesta di conferma di questo amore da parte di Gesù in un dialogo finale che rappresenta la conferma divina del suo ruolo ministeriale-pontificale (Gv. 21,16-17).

Ad un Cristo che usa il termine agapao Pietro non riesce a rispondere che con un più debole: ti voglio bene. Dio ama, l’uomo: vuole bene. La differenza è chiarissima e non eliminabile da parte umana. E parliamo del primo tra gli apostoli, e costui sta parlando con il Figlio di Dio risorto. Ma non va oltre il “voler bene”. Dio conosce bene la debolezza umana. E si accontenta! I Vangeli poi indicano come si debba amare Dio, a detta di Dio: non solo di un vero amore, superiore quindi all’emozione e al mero sentimento, un amore quindi amplessivo e ontico, che vuole farsi unità piena con l’amato, cioè con Dio, ma pure un amore che coinvolga tutte le dimensioni dell’essere umano: cuore, anima, mente e forza.

Il cuore per le Sacre Scritture è la sede della volontà e della sapienza. Svolge un ruolo attivo, dinamico e indica stabilità e profondità. L’anima mostra un aspetto più passivo, “femminile” e delicato dell’interiorità dell’essere umano. La “mente” (dianoia) è il pensiero, la capacità di pensare e meditare e ragionare, la persuasione, il significato. La forza (ischus) indica la forza fisica, lo spirito vitale, il vigore.

Dio chiama l’uomo ad un amore totale, completo, assoluto ma nel contempo concreto, personale, voluto, singolare, che coinvolge anche il corpo. Dio chiama l’uomo ad amare Dio in modo divino, annullante, oltrepassante l’ego e l’individualità dell’umano per farsi uno con Dio stesso, amando. Un umano che torna puro essere nell’amare il suo Essere, cioè Dio, “suo” Dio. Già questa dimensione elimina ogni facilità e superficialità dell’uso del termine “amore” che per il Cristianesimo dovrebbe non uscire da questi connotati radicali ed esigenti. Termine che bisognerebbe usare il meno possibile, come lo stesso nome di Dio.

Modello e archetipo vivente di ogni amore è quindi l’amore di Dio che ci chiede un amore simile al suo e prima di tutto verso di Lui. Un amore del tutto verticale, ultra-umano, adorante e d’adorazione. Chiarissimo parla il Dio dei Vangeli, proprio per evitare che il termine “amore” verso Dio sia confuso con altre realtà, inferiori e differenti, come oggi accade. Un amore incompatibile con l’ego, che oltrepassa e annulla ogni dimensione d’ego: emozioni, suggestioni, infatuazioni, attrazioni.

Una sola realtà rimane per il cristiano: l’iniziativa umana, attiva, dinamica di movimento d’amore verso Dio. Un amore attivo quindi. Dio ci chiede non un ricevere passivo, un accogliere un qualcosa di già dato, come suggeriscono invece le suggestioni da fiction televisiva che oggi si spacciano per “amore” nella recita socio-massmediale. Ma ci chiede di attivarci per andare oltre noi stessi verso l’assoluto di Dio.

E Giovanni ci ricorda nel suo Vangelo che “Dio è amore” (1Gv. 4,16). Anche qui appare quanto mai necessaria una chiarificazione: il termine greco usato è ancora: agape, in latino: charitas, cioè grazia, dono. Non sentimento, non emozione, né “amore” come comunemente inteso. Giovanni è l’evangelista che più ha parlato di amore cristiano, cioè divino e ha chiarito anch’egli perfettamente che non si tratta di un amore umano. Conferma ne dà quando sancisce che l’amore verso Dio si prova con il vivere il Suo volere, cioè la sua Parola, i Suoi Vangeli: “questo è l’amore di Dio: custodire (tereo: tenere in sé stessi) i suoi voleri” (1Gv. 5,3).

“Amore” è questione di fede, di “credere all’amore” che Dio ha verso di noi (1Gv. 4,16), di fedeltà provata nel tempo. Questione di volontà, di scelta. Di-ligere, cioè amare nella sua forma più alta nella lingua latina, viene da eligere, cioè scegliere. L’eletto che ama l’Eletto. Giovanni è chiarissimo: l’amore perfetto è “avere parresia (libertà, fiducia, potere) nel giorno del giudizio” (Gv.1Gv, 4,17), cioè certezza escatologica, al di là del principio di piacere e di corrispondenza.

Che amare sia conoscere Dio in Cristo lo troviamo ancora nella preghiera sacerdotale notturna del Cristo che ricorda l’essenziale di cosa sia la vita eterna, aionica: “conoscere” Dio e il suo Cristo (Gv. 17,3) Ancora: “se osservate i miei voleri (anche il verbo: tereo) rimarrete nel mio amore” (Gv.15, 10). Una questione di volontà, di scelta radicale, di conservare in interiore hominis un dono divino, non di sentimento o emozione o di “voglia” effimera dell’ego o sua altrettanto effimera passione o suggestione.

Amore come uniformazione-interiorizzazione a Dio e in Dio, non una forma d’esprimersi, o di comunicazione sociale. Mentre l’“amore” comunemente inteso è in realtà un auto-appagamento, un amare sé stessi, il proprio ego, l’amore cristiano è un amore che vince il proprio ego e per questo i Vangeli insistono nel quadruplice “olos” del cuore-mente-anima-forze. Ad indicare un amore che è vita, integralità vivente, unità.

Già nell’Iliade il cuore del guerriero viene indicato come doverosamente “unito” e non “diviso” se si vuole vincere il nemico, diventare e rimanere eroe. Se il cuore è diviso in sé stesso si muore, prima dentro e poi anche fuori. Il “compiacimento” è contrario per sua natura alla fede cristiana: “se ancora piacessi agli uomini non sarei servo di Dio” (Gal. 1,10). Il cristiano ha un solo desiderio, unico e totale: farsi Dio in Dio. Il resto non gli interessa: è vanità, vuoto.

Questa chiamata all’amore mistico e divino secondo il Vangelo è il “primo” e il “più grande” dei voleri divini sull’umanità. Qui abbiamo il singolo uomo chiamato a prendere iniziativa verso Dio come fosse già divinizzato. E amando Dio ci si divinizza perché si “entra in Dio” come Giovanni nell’Apocalisse “entra nello Spirito” (Ap.1,10). Il primo comando quindi riguarda il rapporto fra Dio e se stessi. Non c’entra la presunta fratellanza umana.