In occasione della Design Week milanese, Galleria Vik Milano presenta Design Vik 2026, appuntamento ormai consolidato del suo programma espositivo, che torna anche quest’anno negli spazi di Vik Pellico Otto affacciati sulla Galleria Vittorio Emanuele II. Come di consueto, Design Vik non affronta il design in senso stretto. Non è una mostra di oggetti funzionali né una rassegna di progetti industriali. È, piuttosto, uno sguardo laterale, libero e spesso spiazzante: quello di artisti che incrociano il design, lo attraversano, lo reinventano, lo mettono in discussione.

Il sottotitolo di questa edizione, The other side of design, chiarisce subito il campo: ciò che interessa non è il design come disciplina, ma ciò che accade quando il design viene filtrato attraverso l’immaginazione artistica. Ne nasce un territorio ibrido, in cui oggetti, arredi e forme riconoscibili perdono la loro funzione originaria per trasformarsi in visioni, racconti, dispositivi percettivi.

La mostra riunisce una quindicina di artisti italiani e internazionali che interpretano il design in chiave ironica, visionaria, giocosa, ma anche critica e consapevole, con un’attenzione particolare ai temi della sostenibilità, del riuso e del rapporto con l’ambiente.

Il percorso si articola in una serie di nuclei tematici. Una prima parte è dedicata alla relazione tra natura, materia e progetto. Qui si collocano le opere di Monica Bispo e Vaprio Zanoni, che utilizzano la terra cruda e gli elementi naturali per realizzare una sorta di quadri “vivi”, in cui l’oggetto di design torna a essere organismo, ecosistema, processo. Nella stessa direzione si inserisce l’installazione di Dorota Koziara, che recupera la lavorazione del vimini per costruire un ambiente immersivo fatto di forme organiche, tra artigianato tradizionale e tecnologia contemporanea. Anche Lucia Lo Russo si muove su questo terreno, con opere che integrano materiali diversi e inserti naturali: nei suoi lavori compaiono favi d’api, attraversati da una luce interna, trasformando la materia organica in elemento visivo, evocativo e quasi architettonico. Un secondo ambito riguarda il rapporto tra tecnologia e linguaggio artistico. I Quadri mediali di Davide Maria Coltro trasformano la pittura in flusso digitale continuo, portando l’astrazione dentro una dimensione temporale e mutante. Andrea Crespi, con la sua ricerca tra arte optical e digitale, propone un’immagine che gioca con la percezione e con l’immaginario pop, mentre Matteo Mandelli, con i suoi tappeti ibridi, mette in relazione artigianato e tecnologia, dove il tempo lento del fare incontra la logica elettronica.

Una terza linea di ricerca attraversa il territorio della trasformazione dell’oggetto. Pao, uno dei pionieri della street art milanese, utilizza l’anamorfosi per alterare la percezione dello spazio e degli oggetti quotidiani, che si rivelano solo da un punto di vista preciso. Francesco De Molfetta lavora sull’ambiguità linguistica e visiva con una Electric chair, che riutilizza stilemi e iconografie della cultura heavy metal, diventando insieme seduta e ironico dispositivo concettuale. Massimo Giacon, figura da anni centrale nella contaminazione fra fumetto, arte e design, ripropone alcuni dei progetti che lo hanno reso noto anche in questo ambito: lavori in cui l’oggetto d’uso quotidiano si carica di una vena narrativa, ironica e straniante, nata anche dal suo lungo confronto con il design industriale e sviluppata negli anni più recenti attraverso l’uso del 3D e della modellazione scultorea. Sandi Renko, infine, interviene sull’oggetto e sulla superficie, portando il design verso dimensioni percettive e luminose.

Un ulteriore nucleo è legato alla rilettura dell’immaginario e della storia del design. Tomoko Nagao rielabora icone della tradizione artistica e visiva – dalla grande onda di Hokusai alla Primavera di Botticelli – attraverso un linguaggio iperpop, stratificato e contemporaneo. Ieva Petersone trasforma sedute e oggetti di design in elementi di paesaggi interiori, sospesi tra memoria e astrazione. Il tema della manualità e della materia ritorna nelle opere di Carla Mura, dove il filo di cotone esce dalla superficie pittorica e invade lo spazio, accentuando la dimensione fisica e installativa del quadro. Infine, la mostra accoglie la presenza di Luigi Serafini, figura unica nel panorama contemporaneo, che porta nel percorso una delle sue celebri sedie e una tavola tratta dal suo universo visionario, dove gli oggetti del quotidiano vengono reinventati attraverso un linguaggio impossibile e surreale.

A questi si affiancano gli interventi di Giordano Curreri, con i suoi “anti-ritratti” di oggetti quotidiani realizzati con la tecnica del disegno alla cieca, e di E.T. De Paris, che presenta una serie di piccoli quadri disposti come un polittico contemporaneo, in cui frammenti di quotidiano vengono osservati da un punto di vista laterale, lucido e insieme ironico, capace di trasformare scene ordinarie in micro-narrazioni sospese tra logica e assurdo.

Nel complesso, Design Vik 2026 mette in scena una costellazione di oggetti che hanno perso la loro funzione per acquistarne un’altra: quella di produrre senso, scarto, immaginazione. Il design non viene negato, ma spostato, deviato, talvolta contraddetto. Diventa un campo aperto, dove l’uso lascia spazio allo sguardo, e la forma smette di servire per iniziare a raccontare. È qui che si rivela, senza dichiararsi, l’altro lato del design.