Nel cuore verde dei Giardini Margherita a Bologna, Kilowatt ha rigenerato uno spazio pubblico abbandonato per restituirlo alla città con attività accomunate da una visione di sostenibilità e collaborazione. Tra questi, il centro di produzione culturale Serra Madre che promuove un’immaginazione ecologica diversa, attraverso il dialogo tra arte e scienze. A maggio, partirà la sua IV edizione della School of Ecological Imagination, tutta dedicata al Mediterraneo, che proseguirà poi a Palermo.

La visione antropocentrica della realtà ormai non regge più. Sono tante le voci del coro, basti ricordare Stefano Mancuso, che vorrebbe una Fitopolis, o i registi Jennifer Baichwal e Nicholas de Pencier che, insieme al fotografo Edward Burtynsky, raccontano i danni dell’Antropocene, nell’omonimo documentario canadese.

Il modello di sviluppo attuale, di crescita continua, non va, ce lo siamo detti in mille modi. Serve ripensare tutto. Magari insieme. Nel capoluogo emiliano, qualcosa bolle in pentola.

Kilowatt e Serra Madre: luoghi rigenerati dove la scienza dialoga con l’arte

Nel cuore verde pulsante dei Giardini Margherita a Bologna - storia e memoria della città, dal 1879 - uno spazio pubblico abbandonato è stato restituito alla città. Una rigenerazione illuminata, realizzata dalla cooperativa di lavoro e incubatore innovativo Kilowatt, che ha consegnato al pubblico uno spazio vivo e vivace di incontro, dialogo, condivisione e collaborazione: le Serre dei Giardini.

Fra progetti e attività, immerso nella natura, qui troviamo Serra Madre, un centro di produzione culturale transdisciplinare, nato nel 2024, dove la scienza dialoga con l’arte. Quello che la sua direttrice culturale e co-fondatrice di Kilowatt, Nicoletta Tranquillo, definisce un “laboratorio di immaginazione ecologica”, per costruire insieme futuri desiderabili, immaginare un futuro diverso dal presente.

L’obiettivo del progetto è riscoprirsi parte di un ecosistema interconnesso e armonico, fuori dall’eccezionalismo umano, un luogo per tutti in cui si ibridano competenze e saperi, dove la tecnologia è “morbida”, ovvero capace di adattarsi e interagire con l’ambiente anziché imporsi su di esso. Un’utopia? Pare proprio di no.

La School of ecological imagination: nuove visioni sulle rive del Mediterraneo

La School of ecological imagination nasce come un laboratorio di mondi possibili, un luogo e un tempo di formazione e confronto dove teoria e pratica si fondono per esplorare nuove alleanze tra sapere scientifico, pratiche artistiche e pensiero ecologico.

«Abbiamo pensato che fosse ormai necessario», ha raccontato Tranquillo, «superare la visione lineare e dualistica del dibattito attuale e immaginare come andare oltre le logiche estrattive di produzione e consumo. Il corpo umano, tradizionalmente pensato come separato e superiore, può essere ripensato come parte di una rete di relazioni interspecie. Soprattutto nei laboratori, lo esploreremo come sistema metabolico, in connessione con gli altri esseri viventi, per riflettere su come le pratiche ecofemministe e le nuove ecologie possano trasformare la nostra comprensione delle dinamiche di potere e favorire un cambiamento radicale nei nostri rapporti con il vivente», ha continuato.

La crisi ecologica, grande acceleratore di disuguaglianze, che oggi è anche una crisi culturale, non si presenta dunque come un futuro da prevenire - anche perché è già pienamente in atto - ma come una condizione da abitare, con corpi, territori e relazioni. Servono diversi linguaggi, urgono alleanze, rispetto della natura e consapevolezza dei limiti, serve un’empatia fatta anche di comprensione del contesto in cui ci troviamo e viviamo. Nel nostro caso, il buon vecchio e caro Mediterraneo.

Il Mediterraneo, che Stefano Liberti, nel suo “Tropico Mediterraneo”, ricorda essere un mare tra le terre, quindi da considerare come un sistema complesso fatto di come tutte le terre che ci sono intorno, un unicum nel pianeta, il territorio fino a dove crescono gli ulivi (per ricordare Fernand Braudel), sarà il fulcro della IV edizione della “School of Ecological Imagination”, intitolata Mediterranea appunto.

Un Mediterraneo, che, come racconta lo studioso e divulgatore Gian Maria Sonnino, è un organismo vivente che, come tutti gli altri organismi, deve bere e alimentarsi; un mare con una bocca, lo stretto di Gibilterra da cui beve, e due polmoni, uno nel golfo di Lione e uno nell’Adriatico del nord, dove l’acqua si raffredda e, scendendo verso il basso, produce un movimento di ventilazione che permette cambio di ossigeno e alimentazione della vita negli strati più bassi. L’aumento delle temperature aumentano porterebbero anossia e riduzione della vita nel mare. Un corpo di cui prendersi cura, insomma.

Liberti sarà ospite della scuola che si terrà, in due tappe fruibili anche singolarmente, dal 14 al 17 maggio 2026, in Serra Madre a Bologna e, dal 13 al 15 novembre 2026, a Palermo, negli spazi dell’Ecomuseo Mare Memoria Viva, diretto da Cristina Alga, una realtà che lavora molto sulle connessioni tra giustizia ambientale e giustizia sociale. Due luoghi che fanno del pensiero ecologico la vita di ogni giorno.

Il giornalista-scrittore racconterà perché il Mar Mediterraneo è un hotspot climatico che si riscalda a una velocità venti volte superiore a quella degli oceani, cosa che incide sulla circolazione delle correnti e su flora e fauna (portando effetti come quelli del granchio blu), le storie e le voci di chi, ogni giorno, ne vive le conseguenze, un viaggio nel Mare nostrum, trasfigurato in modo irreversibile. Il tutto provocato da mancanza di un’azione collettiva coordinata e da una politica verso il mare sbilanciata verso lo sfruttamento delle risorse.

Ci farà guardare al Mediterraneo come a un dispositivo che permetta di decentrare lo sguardo, per vedere le cose da altri punti di vista, mettendo in crisi le dicotomie Nord/Sud, centro/periferia, modernità/tradizione, cultura/natura, per immaginare una nuova convivenza dentro una trama di relazioni esistenti.

Il programma in dettaglio

Il Mediterraneo è un luogo geografico, ma è anche un immaginario, un approccio culturale, un posizionamento, un’identità, una memoria collettiva, una storia comune. Uno spazio dato sempre e troppo per scontato, dimenticato, mentre il baricentro si spostava altrove.

Partendo da questo ambiente meraviglioso, la scuola presenta il suo approccio ecocentrico e non più antropocentrico: vuole “scaldare i dati” della scienza, anche con i corpi, per creare relazione con l’ambiente e gli altri.

«Per questo, la prima giornata avrà un focus che passa dal singolo individuo a un noi complessivo», racconta Tranquillo in un webinar dedicato alla presentazione della IV edizione, «capendo come la crisi climatica impatti su di noi, a livello anche di corpo, come si costruisca una collettività e come ciò si rispecchi in un territorio. Il lavoro alternerà momenti di analisi teorica e di confronto collettivo, mettendo in discussione l’idea che il sapere possa essere separato dall’esperienza».

Il territorio verrà poi analizzato da punto di vista più tecnico attraverso lo sguardo di esperti del think tank Ecco Climate (fra cui Eleonora Cogo, responsabile del team finanza), che presenteranno il Mediterraneo come uno degli hotspot climatici più vulnerabili al mondo ma anche le politiche in atto (come il nuovo Patto per il Mediterraneo), le alleanze e le tensioni esistenti, con un ritorno alle persone tramite giochi di ruolo.

I giornalisti di Facta.eu - con esperti come la sua fondatrice Elisabetta Tola -, parleranno di inchieste climatiche e comunità, per spiegare come coinvolgerle nelle decisioni climatiche che possono impattarle e dar loro strumenti di empowerment. La domanda chiave sarà: come trasformare le informazioni su clima e ambiente in strumenti reali di partecipazione, democrazia ecologica e giustizia sociale, in una prospettiva decoloniale?

Non mancheranno approfondimenti sul tema delle IA, da come sono costruite a che tipo di comportamenti e decisioni generano (dialogo con l’esperto Luca Baraldi). Si discuterà su domande quali: in che modo modelli linguistici addestrati su contenuti prevalentemente anglofoni tendono a standardizzare significati e narrazioni? Come lo spazio digitale riformula il modo in cui pensiamo? Quali forme di esclusione o di potere simbolico si riproducono attraverso l’automazione? E quale ruolo possono assumere le istituzioni culturali come luoghi di esercizio di un’intelligenza collettiva, capaci di usare criticamente l’IA invece di assorbirne l’omologazione?

Il sabato in natura sarà guidato dagli artisti Andrea Caretta e Raffella Spagna. Qui i partecipanti vivranno un’esperienza immersiva lungo il fiume Reno, tra sedimenti e boschi ripariali. Perché si è parte di una geologia. Attraverso azioni sul campo, praticheranno un esercizio radicale di presenza che mette in discussione la premessa novecentesca che l’osservatore è esterno all’esperimento. Il corpo diviene luogo di conoscenza e la comprensione nasce dall’esperienza condivisa di un contesto specifico. Rocce, acqua, piante e suolo da oggetti di osservazione diventano soggetti e interlocutori attivi. Sarà un esercizio di “ontologia selvaggia”: un modo di stare al mondo che mette in discussione la separazione tra umano e natura, tra soggetto e oggetto, tra osservatore e contesto, e prova a costruire conoscenza a partire dalla relazione tra gli elementi. Sempre in nome di quella dualità da superare di cui si diceva. Perché per Andrea e Raffaella, «la crisi ecologica è una crisi di tipo estetico, di percezione, un’anestesia che ci porta a non reagire a qualcosa che pare il massimo dell’inaccettabile, in un’epoca di totale distrazione».

La giornata di domenica sarà un momento informale di confronto, per rielaborare collettivamente l’esperienza e lasciare riflessioni e suggerimenti per le prossime edizioni.

Sempre tenendo a mente il punto di partenza: la crisi ecologica non è più un futuro da prevenire, ma una condizione presente da abitare che sta già trasformando corpi, territori e relazioni. Agire ora significa cambiare il modo in cui leggiamo e affrontiamo la crisi, immaginando soluzioni e progetti che non producano nuove ingiustizie. Insieme.

Perché basta parlare di ecologia, molti, ormai, sono i dati disponibili, è ora di farla.