Il nuovo paradigma dell’antropologia fondamentale richiede una ristrutturazione della configurazione complessiva del sapere. Non si tratta solo di stabilire relazioni diplomatiche e commerciali tra le discipline, dove ognuna si confermi nella sua sovranità. Si tratta di mettere in causa il principio di discipline che mutilano con l’accetta l’oggetto complesso, il quale è costituito essenzialmente dalle interrelazioni, le interazioni, le interferenze, le complementarità, le opposizioni tra elementi costitutivi ciascuno dei quali è prigioniero di una disciplina particolare. Perché esista una vera interdisciplinarità, c’è bisogno di discipline articolate e aperte sui fenomeni complessi, e, ben inteso, una metodologia ad hoc. C’è bisogno anche di una teoria – un pensiero – transdisciplinare che si sforzi di abbracciare l’oggetto, l’unico oggetto, continuo e discontinuo a un tempo, della scienza: la “physis”.

Si tratta, dunque, non soltanto di far nascere la scienza dell’uomo, ma di far nascere una nuova concezione della scienza, che contesti e sconvolga, non solo le frontiere stabilite, ma le pietre angolari dei paradigmi, e, in un certo senso, l’istituzione scientifica stessa. Noi sappiamo che l’idea sconvolgente è sempre accolta male, e che le nostre proposizioni ci varranno lo sfavore di tutti quelli a cui il concetto attuale di scienza sembra assoluto ed eterno. Ora noi sappiamo anche che la nozione di scienza è cambiata, e sentiamo sempre più forte l’esigenza del suo cambiamento.

La Scienza nuova, o scienza generale della “physi”s, dovrà stabilire l’articolazione tra la fisica e la vita, cioè tra entropia e antientropia, tra la complessità microfisica (ambiguità corpuscolare-ondulatoria, principio di indeterminazione) e la complessità macrofisica (autorganizzazione). Essa dovrà stabilire l’articolazione tra il vivente e l’umano.

(Edgar Morin, Il paradigma perduto)

Una volta scomposta la nostra realtà in parti sempre più piccole, non è più possibile ricostruirla seguendo gli stessi criteri. L’analisi per scomposizione e riduzione ha decostruito il nostro sapere, frazionandolo fin nelle sue componenti infinitesime: dalle organizzazioni sociali all’individuo, dall’individuo alle leggi biologiche, dalle leggi biologiche a quelle della chimica, da quelle della chimica a quelle della fisica delle particelle, nella ricerca di una causa ultima che possa svelare il funzionamento di questo complicato meccanismo che è la vita.

Le diverse discipline, specializzate nei loro saperi, hanno arricchito enormemente la nostra conoscenza, lasciandola tuttavia mutilata, incapace di colmare una lacuna che loro stesse hanno creato. Come ci ricordano Mauro Ceruti e Francesco Bellusci nel loro libro Abitare la complessità: “L’ostacolo alla comprensione delle crisi attuali non sta solo nella nostra ignoranza: si annida anche e soprattutto nella nostra conoscenza.”

Come ricostruire tutto ciò che è stato separato? Come risalire dall’infinitesimo al macroscopico? Viviamo in tempi in cui il “pensare male” – riduzionista, semplificatore, compartimentato – ci caratterizza e ci impedisce di avere una conoscenza complessa, l’unica possibile per affrontare le sfide attuali.

La peculiarità dello studio dei sistemi complessi è la sua trasversalità e universalità. Questo spesso porta chi non la conosce a credere che si tratti di una forma un po’ new age del sapere, in cui “tutto è uno e uno è tutto”, confondendo la caratteristica di trasversalità della complessità con una forma semplificata di olismo. Le molteplici dimensioni dello studio dei sistemi complessi rende difficile parlarne in termini di “scienza della complessità”. E questo non perché non sia una scienza in quanto tale, quanto piuttosto perché affonda le sue radici in discipline diverse che, spesso, sono giudicate molto lontane tra loro.

Sarebbe perciò una forzatura considerare lo studio dei sistemi complessi come una scienza a sé, almeno nel senso tradizionale assegnato a questo termine. Proprio perché ha come oggetto di studio le interrelazioni tra i fenomeni, essa non è circoscrivibile come avviene per le altre discipline. Il suo ambito di studio si estende dai comportamenti delle particelle elementari per risalire alle molecole e alle cellule fino agli esseri viventi e alle organizzazioni che questi generano, e poi ancora più su fino al cosmo e all’origine dell’universo. Non c’è ambito disciplinare che non sia toccato dall’approccio complesso. Spesso si preferisce parlare di “paradigma complesso” proprio per sottolinearne il cambio radicale di osservazione: dalle parti separate tra loro alle relazioni tra le parti e a ciò che scaturisce da queste relazioni.

La complessità, per essere studiata, esige che si osservino i fenomeni collettivi, in cui più parti interagiscono tra loro mostrando comportamenti che, individualmente e separatamente, non potrebbero avere. Comportamenti che possono caratterizzare le cellule del cervello così come le molecole dell’acqua o le aziende progettate dagli uomini.

Per ricostruire la realtà che viviamo, occorre capire come l’interazione tra tanti elementi simili generi nuove proprietà: scoprire come ciò che collega le diverse parti tra loro faccia emergere la realtà che viviamo.

Dal ridurre a parti sempre più elementari, come una freccia che punta verso il basso - secondo l’approccio tradizionale delle scienze classiche - all’emergere di sistemi sempre più complessi, come una freccia che punta verso l’alto: questo è l’approccio della scienza della complessità. Capire come, da particelle elementari in interazione tra loro, studiate dalla fisica, possano emergere gli atomi e le molecole, studiati dalla chimica; come dalle interazioni tra le molecole possano emergere le cellule, studiate dalla biologia; come da queste possano emergere gli organi, i tessuti, i corpi, studiati dalla medicina; come da questi possano emergere la mente, il pensiero, la coscienza, studiati dalla psicologia, le neuroscienze, la filosofia; come da questi possano emergere le società umane, la cultura, le organizzazioni, studiati dalla sociologia, dall’economia, dall’antropologia.

La complessità come “scienza delle scienze”

“Ad ogni livello di complessità compaiono proprietà nuove”, afferma Philip W. Anderson in un articolo del 1972 considerato pionieristico nello studio dei sistemi complessi e dei rapporti esistenti tra le discipline scientifiche. È ora fondamentale comprendere come, dai comportamenti collettivi di parti elementari in interazione tra loro, possano emergere nuove qualità, proprietà che non esistevano a quel livello di realtà, e che indicano un livello di complessità maggiore: si genera così una nuova scala gerarchica dal basso verso l’alto delle diverse scienze, per livelli di complessità sempre più elevati.

La classificazione classica delle discipline perde così completamente la sua efficacia, sia per incapacità manifesta di leggere il presente, sia per il superamento metodologico che il paradigma complesso consente. Per affrontare le crisi del nostro presente, non si tratta solo di studiare uno stesso problema da diversi e molteplici punti di vista - secondo un approccio multidisciplinare - né solo di cercare i punti di contatto già esistenti tra le diverse discipline integrandoli tra loro - secondo un approccio interdisciplinare – approcci di studio già di per sé indispensabili per non continuare a ragionare per silos che non comunicano tra loro.

Per riuscire a traghettare il pensiero di questo nuovo secolo da modalità ormai incapaci di affrontare i problemi interconnessi e interdipendenti che stiamo vivendo a livello globale a modalità che favoriscano la presenza umana sulla Terra in modo sostenibile, è indispensabile non solo connettere tra loro le diverse discipline facendole dialogare secondo un approccio interdisciplinare e multidisciplinare, ma riconoscere la necessità di un nuovo tipo di conoscenza umana che organizzi i saperi secondo i criteri e la metodologia della complessità.

Si tratta di far emergere, attraverso una modalità transdisciplinare che vada oltre le specifiche aree del sapere, una “Scienza Nuova”, la scienza della complessità, da considerarsi come “scienza delle scienze”, un meta-criterio di osservazione della realtà, che consenta di includere le diverse discipline in una organizzazione che non segue un principio di derivazione logica, quanto un principio di emergenza di livelli di osservazione di scala di complessità sempre maggiore, focalizzandosi sulle relazioni tra gli elementi anziché sui singoli elementi separatamente. Questo consentirebbe di superare anche la contrapposizione che si è creata nella nostra cultura tra le discipline umanistiche e quelle scientifiche, agevolandone la reciproca contaminazione.

Sentire la complessità

La comprensione cognitiva di ciò che riguarda l’approccio complesso - sia negli studi scientifici sia in quelli umanistici - è fondamentale per coglierne gli aspetti concettuali ed essere pronti ad applicarli.

La conoscenza della teoria delle reti, dei criteri dell’auto-organizzazione, della legge di potenza, della variazione esponenziale, della circolarità dei feedback, dell’emergenza dal basso, della teoria del caos, dei frattali, dei sistemi gerarchici bottom-up: questi sono solo alcuni degli approfondimenti legati alla teoria della complessità, fondamentali per comprendere il mondo interconnesso, interdipendente, imprevedibile in cui siamo completamente immersi. Non ci possiamo più permettere di non conoscere questi temi, e la loro introduzione nei programmi educativi e formativi è d’obbligo se non vogliamo continuare a guardare il mondo attraverso una cultura ancora di stampo ottocentesco.

Nonostante questa impreparazione riguardo ai concetti base della complessità, non è solo attraverso il loro studio che saremo pronti ad affrontare efficacemente ciò che ci aspetta, spesso sotto forme che non ci piacciono affatto: dall’epidemia alle disuguaglianze sociali, dal cambiamento climatico alla crisi delle istituzioni democratiche, in un crescendo accelerato di eventi connessi e interdipendenti, da cui non riusciamo e non possiamo più a chiamarci fuori.

Per capire la complessità, dobbiamo viverla, provarla fisicamente ed emotivamente per imparare a darle un nome che abbia un senso per noi. È un sentire personale, intimo, che penetra in noi e che ci cambia per sempre. Senza questo passaggio, studiare la complessità per conoscerla rischia di non essere sufficiente a renderci persone consapevoli del fatto che noi siamo dentro i sistemi che osserviamo e che, a loro volta, ci osservano. Chi ci ha preceduto in questo percorso nella complessità – come Heinz von Foerster – ci ha insegnato che siamo sistemi che osservano sistemi, che siamo dentro a ciò che osserviamo, e che la nostra osservazione modifica non solo noi stessi, ma anche ciò che osserviamo.

Questo coinvolge i nostri sistemi percettivi – da come osserviamo a come tocchiamo o siamo toccati – alle emozioni che proviamo nel farlo e, infine, a come interpretiamo ciò che percepiamo: se come un’entità separata e indipendente da noi, oppure come un’entità connessa e interdipendente con noi.

Dare un ‘senso’ a ciò che facciamo o che altri fanno e che diviene per noi il significato che diamo a ogni momento della nostra vita, trasformandosi nella nostra esperienza, nella nostra storia personale, nella nostra stessa vita, è un processo continuo che cerca di rendere coerente ciò che percepiamo attraverso i nostri sensi con ciò che sentiamo a livello emozionale. Solo se riusciamo a sentire questa coerenza stiamo dando un significato alla nostra esperienza, facendo emergere la consapevolezza della complessità del mondo che abitiamo. Il sentire complesso non è quindi solo un sentimento o un’emozione: è anche un sentire con il corpo e attraverso il corpo. I sensi danno ‘senso’ alla nostra esperienza della complessità, che diventa incarnata in noi – embodied.

Attraversare la complessità

Questo sentire complesso ci lascia trasformati per sempre. Solo così il nostro pensare complesso diventa agire complesso: non possiamo più farne a meno. L’esperienza in prima persona della complessità diventa l’elemento scatenante del comprendere che siamo tutti interconnessi e interdipendenti.

Della complessità occorre fare esperienza, in modo che pensare il complesso e sentire il complesso divengano un’unica cosa attraverso il nostro agire nel mondo, imparando e sperimentando l’importanza dell’ecologia dell’azione a cui fa più volte riferimento Edgar Morin nei suoi studi.

Senza questo sentimento profondo, senza questa percezione fisica della complessità che passa attraverso la consapevolezza dell’ecologia del nostro agire, il pensare complesso rischia di divenire presto sterile, un mero esercizio di stile. Un chiamarsi fuori da ciò che si studia e che si definisce.

Il compito a cui siamo chiamati è quello di passare attraverso la complessità. Ed è difficile come per un cammello passare per la cruna di un ago.

Da questo punto di partenza - che diviene anche un punto di arrivo - comprendere l’interdipendenza, le interconnessioni, l’imprevedibilità, l’incertezza, l’emergenza, le dinamiche collettive, le gerarchie dei sistemi, gli anelli di retroazione, non è più uno sforzo cognitivo ma una forma di rammemorazione di un’esperienza profonda, che ci costituisce e al tempo stesso ci relativizza nel mutamento che ci coinvolge con tutto il nostro essere: corpo, mente, pensiero, parola, azione.