Tria sunt mirabilia: Deus et Homo
Virgo et Mater - Trinus et Unus(Iscrizione della porta residua di Villa Palombara. Piazza Vittorio Emanuele, Roma)
Se c’è nella storia della cultura un qualcosa di difficile da decrittare sono propri i simboli e i motti in latino della cosiddetta seicentesca “Porta magica” di Roma. Sarebbe meglio chiamarla: “Porta alchemica” o “Porta ermetica”, perché questo manufatto “parlante” per segni e scritte tratta solo di una cosa: del segreto dell’alchimia, di cui è solenne quanto laconica sintesi e celebrazione trionfale.
La recente seconda edizione nella sua versione ampliata del volume di Mino Gabriele su questo tema da una parte può aiutarci a contestualizzare storicamente e culturalmente questo monumento barocco e dall’altra pur essendo un ottimo libro, erudito, elegante e dalla preziosa iconografia di comparazione esso stesso ci mostra ciò di cui vogliamo parlare: cioè del problema dell’alchimia quale nodo ed enigma ermeneutico che nessuna pubblicazione fino ad oggi aiuta realmente a decrittare.
Perché questa difficoltà così estrema? Ne parla anche Umberto Eco nella sua opera I limiti dell’interpretazione, dove accenna alla millenaria tradizione ermetica occidentale (editoriale ed estetica) quale “semiotica al cubo” in quanto l’alchimia è la sua lingua e la sua lingua è un codice di segretazione della sua stessa natura e senso. Non solo, la lingua dell’alchimia presenta appunto tre livelli che sembrano vanificare la sua funzione comunicativa e questi sono: l’intento di respingere la comprensione per i non degni (la maggioranza), l’intento di selezionare i pochi degni e l’intento di mnemotecnica per gli adepti. Il tema è reso più complesso anche da altri fattori.
Nonostante ad esempio tutti gli studi su questo tema ricordino, giustamente, che i termini utilizzati nei testi ermetici non sono mai corrispondenti agli equivalenti termini in chimica e nel linguaggio comune, quasi tutti questi autori scivolano poi anch’essi nel parlare del “Mercurio” come fosse qualcosa di simile all’omonimo elemento chimico mentre invece si tratta di una metafora alchemica che cripta ciò di cui si sta parlando.
Secondo elemento di ulteriore complessità: la lingua alchemica usa abilmente e riccamente sia nei suoi testi che nelle sue immagini e simboli elementi, stilemi e forme tratte da altri linguaggi e immaginari come quelli dello zodiaco, della mitologia greca e dei sette astri principali. In questo modo tale lingua si avviluppa su se stessa divenendo come un labirinto che respinge e svia ogni tentativo di semantizzazione.
Gli studi su temi alchemici possiamo ripartirli in tre tipologie: quelli incentrati sull’inquadramento storico-culturale, utili ma solo per una “storia della ricezione culturale dell’alchimia” (e non per la sua comprensione); quelli dove l’autore allude a essere un iniziato ammiccando ma senza offrire in realtà reali criteri o elementi di svelamento; e quelli incentrati sull’iconografia ermetica e sui suoi simbolismi estetici (interessanti ma anch’essi restano essotericamente superficiali).
In tutti e tre i casi gli studi si incentrano su confronti fra testi, simboli e immaginari tutti ermetici ma senza andare oltre il riconoscimento speculare fra segni-immagini e termini del lessico alchemico. Nessuno riesce a ricostruire in modo decrittante la lingua alchemica almeno a livello di una sua grammatica, non dico sintassi. Nessuno fornisce alcuna chiave per decodificare tale lingua a livello semantico in quanto si resta sempre a livello pre-semantico e meramente alfabetico.
Operazioni quindi poco utili anche perché rese vane e obsolete dall’insuperato Dizionario mito-ermetico di Dom Antonie Joseph Perteny che già due secoli fa raccolse un ricco repertorio lessicale e immaginifico relativo all’alfabeto concettuale e grafico dell’alchimia oltre che decrittare i codici mitografici greco-egizi per riportarli alle dinamiche e alle operazioni ermetiche.
A sua volta l’importante operazione culturale e linguistica di questo esoterista appare più complicare che decrittare e questo per due motivi: uno perché l’autore era massone, fondatore degli “Illuminati di Avignone” e quindi avrebbe potuto intrecciare la lingua massonica con quella alchemica; seconda ragione: se si raccolgono un centinaio di termini per indicare il “Mercurio” questo non chiarifica ma oscura la lettura dei testi alchemici anche perché molti termini sono ambivalenti e polisemici.
Termini come “magnesia” e “sale”, ad esempio, nei testi alchemici possono indicare il “Mercurio” quanto altri principi o sostanze. Un approccio più efficace dovrebbe iniziare invece ad essere semiotico e strutturale, come già Eco aveva intuito. Un facile esempio di come sia possibile provare a convertire le immagini in narrazioni dentro l’immaginario ermetico.
Prendiamo il cosmogramma a sette punte della collezione milanese Guido Rossi. Qui il focus fondamentale è dato dal rapporto tra i colori e le forme geometriche. Non serve far comparazioni con altre iconografie se non affrontando attivamente il tema strutturale dell’immagine nelle sue dinamiche interne. Il doppio cerchio azzurro non può che indicare il Mercurio filosofico e il centro rosseggiante il Lapis trasmutatorio.
Il triangolo che tiene in equilibrio “Spirito”, “Corpo” e “Anima” va considerato anche nel rapporto fra i suoi tre lati e la combinazione dei colori del quadrato per cui il “Corpo” è composto da aria e terra, l’“Anima” da terra e acqua e lo “Spirito” da fuoco e acqua. Il rapporto fra i due cerchi azzurri e il triangolo indica il passaggio dal Mercurio doppio al Mercurio rosso o esaltato, androgino.
Questo rapporto esprime le medesime dinamiche che troviamo nell’emblema XXI dell’Atalanta fugiens quanto nel motto della nostra Porta: centrum in trigono centri. Questo è un semplice possibile esempio di traduzione narrativa di rapporti fra campi visivi. Proviamo un altro tentativo di lettura non meramente associativa-descrittiva-alfabetica.
Il sigillo di Salomone che sovrasta la nostra affascinante Porta si trova anche nel trattato alchemico Aureum seculum redivivum (Francoforte, 1677) nel quale il triangolo equilatero si presenta scuro mentre quello che punta verso il basso appare chiaro. Possiamo tradurre testualmente questo sigillo alchemico in questa narrazione: “dentro l’antimonio il Lapis appare quando il Mercurio fecondato sorge dalle nozze tra la radice del fuoco nero e la discesa dell’acqua bianca”.
Oppure, più semplicemente: “i quattro elementi saranno perfetti ed esaltati quando si accenderà l’acqua fiammante alla morte del primo Mercurio”. Abbiamo provato a rendere parlanti dei rapporti visivi-geometrici e simbolici cercando di restare semplici all’interno dell’immaginario linguistico ermetico. Il sigillo di Salomone che sovrasta la Porta quindi potrebbe riassumere tutta l’Opera esplicata sotto nei sette passaggi (o esserne solo la fase di preparazione mercuriale?) Questi giochi di reversione tra testo e immagine possono essere utili quali esercizio di allenamento per fluidificare il ragionamento e abbassare il rischio di decorsi ermeneutici tautologici o autoriflessivi.
Anche qui i cerchi sono due: quello più ampio è il Mercurio originario, passivo e quello piccolo è il Mercurio rosso, esaltato, glorificato. La croce indica i quattro elementi o stati della natura. Proviamo ora a rileggere i sette passaggi inscritti nella nostra Porta. Si inizia a leggere da sinistra a destra in quanto verso il basso abbiamo a sinistra il segno del Mercurio e a destra lo stesso segno rovesciato e siccome questo corrisponde ad un topos della lingua alchemica allora il senso di lettura dovrebbe essere più correttamente quello appunto da sinistra a destra e dall’alto al basso. Si inizia con il segno del piombo e il motto:
Quando nella tua casa i neri corvi partoriscono bianche colombe allora sarai chiamato sapiente.
Qui il pensiero associativo fa scivolare tutti gli interpreti verso il ritenere il piombo la materia su cui si deve agire con una dinamica criptata dal motto in latino. Ma tale motto dice “nella tua casa” e la “casa” non può che essere il Mercurio, unica materia dell’Opera. Anche perché il “piombo” che possa divenire bianco corrisponde ad un’operazione semplice che porta con l’uso dell’aceto alla biacca che i pittori ben conoscono in una lavorazione per nulla alchemica.
L’immagine del piombo associata all’allusione al Mercurio (la “casa”) potrebbe indicare la necessità di “far morire” o “divorare” il Mercurio stesso, altro topos narrativo dei testi ermetici. Similmente la seconda stazione di questo processo reca l’immagine dello stagno mentre il motto appare qui molto preciso a livello di alfabeto e lessico alchemico in quanto indica il salnitro, il vetriolo e l’antimonio (ovviamente sono metafore di altro).
Il dubbio interpretativo è qui precisabile in questo bivio: i tre segni indicano un processo sequenziale oppure vanno assommati in un segno che corrisponde ad un globo crucifero con dentro un tau che ripartisce in tre parti il globo stesso? Anche qui l’alchimia appare ragionevole in quanto chimicamente è possibile realizzare l’ossido di antimonio-stagno, che possiede determinate virtù elettriche. Non sto dicendo che questa è la spiegazione di questo secondo passaggio ma solo che la lingua alchemica si rivela sempre ragionevole e dotata di una sua pragmatica logicità.
Nel terzo passaggio il segnale parla di “ferro” e di un processo d’inversione: “acqua che brucia e fuoco che lava” e ancora: terra che si fa cielo (coelum: nascondere) e viceversa. Ma siderum rinvia alle stelle quindi non sappiamo che sostanza sia in realtà. Possiamo dire che anche qui è possibile parlare metaforicamente di tali ibridazioni chimiche; pensiamo ad esempio all’acido solfidrico o al solfuro di idrogeno.
Il rame è il segno della terza tappa e anche per il rame appare patafisico un processo d’inversione (indicato dal motto in latino) perché questo metallo può essere gassificato quanto ri-solidificato. Similmente per il quinto passaggio, dedicato al Mercurio, dove la chimica ci ricorda che esiste un mercurio bianco: il tiocianato di mercurio, sostanza che ha connessioni con l’azoto.
La stazione successiva esprime, come dicevamo, un topos della narrazione alchemica: la morte-inversione del “Mercurio” affinché si trasformi da bianco a rosso, da femmina a maschio, da doppio a “Mercurio androgino”, a cui corrisponde (nel lato essoterico) il cinabro o solfuro di mercurio. Qui il segno introduce un’anomalia innovativa nella rappresentazione grafica del “Mercurio rovesciato”: una sorta di “z” al contrario che sembra rinviare allo zinco che, forse non a caso, compare essotericamente come metacinnabarite proprio in associazione con il cinabro.
La lingua esoterica è specchio (pur confuso) della lingua alchemica quale codice esoterico? La nostra Porta infine mostra nel suo fondo e al centro un segno grafico nuovo, anomalo che non si trova in nessun’altra rappresentazione ermetica. Si tratta ovviamente di un “geroglifico” alchemico indicante il Lapis finale e non a caso l’originale segno riassume in se stesso elementi di tutti gli altri metalli: la freccia del ferro, la croce del rame e del mercurio, un dettaglio del segno del piombo, raddoppiato in una sua inversione, e una croce più grande che richiama il piombo e lo stagno.
Il Lapis infatti è la radice di tutti i metalli oltre che il varco della loro trasmutabilità. Questi esperimenti mentali e linguistici di cui ho accennato alcuni esempi ci ricordano come il pensiero alchemico derivi ab origine per l’occidente dalle teorie di Anassagora sui “semi” (omeomerie) sparsi ovunque per cui si può dire che “tutto sia in tutto”. Proprio per questo il processo creativo deve procedere (come Dio in Genesi) per graduali separazioni per estrarre il fuoco dall’etere, l’aria dal fuoco, l’acqua dall’aria e la terra dall’acqua (e viceversa).
Tutto è già in tutto!














