La biografia del Buddha storico, il principe Siddhārtha Gautama, è intrecciata da eventi eccezionali che servono a collocare Siddhārtha in una dimensione eccezionale, pur mantenendolo radicato nell’esperienza umana.

Da ragazzo la sua storia mi aveva affascinato. Una volta divenuto padre, mi rendo conto di quanto ci sia da imparare non solo dal suo insegnamento, ma dagli errori di chi lo ha cresciuto. Che i fatti si siano svolti in questo modo o meno è una discussione secondaria. A me interessa discuterli per il loro valore simbolico, archetipico: costituiscono l’articolazione chiara e lineare di qualcosa di cui i genitori e i figli fanno esperienza, nessuno escluso.

Siddhārtha nasce a Lumbinī, nell’attuale Nepal, nella famiglia reale degli Shākya, dopo che la sua venuta è stata annunciata a sua madre Māyā in sogno. Quando viene alla luce nasce non dal grembo di Māyā, ma dal fianco, a significare il distacco dalla sfera sensuale e dalla sofferenza ad essa associata. Appena nato è immediatamente in grado di camminare e di parlare, che sono due delle categorie del karma: azione tramite il gesto e azione tramite la parola, e dichiara di essere venuto a condurre tutti gli esseri senzienti sul cammino della liberazione. Māyā, tuttavia, muore poco dopo avere dato alla luce Siddhārtha.

A questo punto c’è un colpo di scena molto interessante. Invece di fare come Gesù, che troviamo neanche adolescente nel tempio a discutere della Legge con i dotti con abilità tale da ammaestrarli, Siddhārtha cresce in modo diverso. Per paura della sofferenza, o meglio, dal mio punto di vista, per paura di dover guidare il proprio figlio a confrontarsi con la realtà della sofferenza, suo padre Śuddhodana lo fa crescere all’interno di un palazzo meraviglioso, circondato solo da persone giovani e belle, e fa in modo che trascorra il tempo tra giochi e piaceri di ogni sorta. Ha una moglie, Yaśodharā, e un figlio, Rāhula. Per i nostri standard, è un uomo realizzato: ricco, potente, popolare, appagato.

Fino a quando, uscendo dal palazzo per trasferirsi in una dimora diversa, incontra delle tipologie di persone come non ha mai visto: vecchi, malati, morti. Il suo servo gli rivela quindi la verità: quello è il destino di ogni essere umano, anche di Siddhārtha. E qui Siddhārtha si manifesta per chi è in realtà. Invece di fuggire, ignorare la realtà, cercare rifugio nei piaceri che non sarebbero mai cessati, abbandona ogni fasto, ogni gloria e ogni legame per diventare un sadhu, un asceta nella foresta, manifestando l’intenzione di trovare il modo di spezzare l’inevitabilità della sofferenza per tutti gli esseri senzienti.

Siddhārtha, in altre parole, compie il gesto tipico associato all’essere umano adulto e al padre: prende su di sé la responsabilità della propria famiglia al livello più alto possibile e accetta un enorme carico di sofferenza per trovare il modo non di evitare che la propria famiglia soffra, ma per trovare il cammino attraverso il quale anche la propria famiglia potrà liberarsi dalla sofferenza.

Le cose non sono facili per Siddhārtha. Per sei lunghi anni si sottopone alle pratiche ascetiche più rigorose, mortificandosi nelle maniere più estreme, compresa la coprofagia, pensando, erroneamente, che la chiave della propria ricerca fosse nel “più”: più difficoltà, più privazioni, più intensità. Siddhārtha è un uomo e, come tutti gli uomini, è portato a cadere. La sua disciplina estrema si incrina quando incontra per caso Sujātā, una ragazza che si è recata al fiume per presentare un’offerta come ringraziamento per avere dato alla luce un figlio. Dopo essersi rimessa dallo spavento di vedere Siddhārtha emergere dalla foresta irsuto ed emaciato, Sujātā gli offre del riso da mangiare. Siddhārtha lo accetta, infrangendo i propri voti. E in quell’istante, scaturita da un gesto comune, gli si presenta l’intuizione: fino ad ora ha fallito perché il successo è diventato la sua ossessione. È ciò che continua a imprigionare la sua mente e a turbare il suo cuore.

Il fatto che se ne accorga incontrando una ragazza è sia un rovesciamento che una continuazione della tradizione classica hindu: la ricerca del piacere fisico, non esclusivamente sessuale, cioè del kāma, era lo scopo della vita accettabile per la classe dei contadini, ma non per quella dei brahmani, che ambivano invece alla moksha, la liberazione; e ovviamente il rapporto sessuale con la donna è l’epitome del kāma, come ben dimostra il classico del Kāma sūtra, cioè degli insegnamenti sul kāma, che non ha in sé nulla di pornografico o di volgare: è una spiegazione dettagliata di come perseguire e ottenere uno scopo legittimo per una determinata classe sociale.

D’altra parte, esisteva anche la pratica della prostituzione sacra, tale per cui in prossimità del tempio si trovavano donne [devadāsī], che avevano lo scopo di consumare il rapporto con l’uomo e, in questo modo, portare in essere l’unione con l’Assoluto. L’esperienza di Siddhārtha rimuove il gesto, ma conserva gli agenti, e dunque Sujātā, una ragazza comune che compie un gesto spontaneo, fornisce a Siddhārtha l’opportunità per cogliere l’intuizione che gli serve.

L’ultima parte del cammino di Siddhārtha si svolge sotto un albero, in una condizione di immobilità che è lo specchio della sua mente e del suo cuore. Ecco allora che, con il sorgere della stella del mattino, raggiunge il Risveglio (non l’illuminazione, come lo si trova di solito banalizzato) rispetto al problema che si era posto e formula le Quattro Nobili Verità:

  1. La sofferenza esiste

  2. La sofferenza ha una natura precisa

  3. La sofferenza può essere estinta

  4. La via per estinguere la sofferenza esiste

L’azione di Śuddhodana è comprensibile dal punto di vista umano, ma è sbagliata dal punto di vista pedagogico. Invece di essere l’iniziatore del proprio figlio, come il suo ruolo richiede, Śuddhodana cede alla paura della sofferenza per la morte di Māyā e cerca di costruire un mondo artificiale in cui Siddhārtha non debba mai venire a contatto con ciò che egli ha sperimentato. E, come invece spesso avviene, Siddhārtha, spinto da una chiamata più grande di sé, si immerge precisamente nel mondo che suo padre ha cercato di evitargli.

Mediare la sofferenza: l’esempio di Siddhartha

Qualche tempo fa abbiamo avuto un contrattempo e ho dovuto portare uno dei miei figli in ospedale. Era necessario un prelievo di sangue. Non avendone mai fatto uno prima, mi ha chiesto se gli avrebbe fatto male. Sono stato tentato di mentire, da bambino che a suo tempo ha avuto il terrore degli aghi e delle iniezioni. Non è tanto questione della realtà oggettiva: è evidente che un’iniezione in quanto tale non è una tragedia, ma razionalizzare le cose sulla base della logica e dell’esperienza è una prerogativa dell’adulto. Nel caso di mio figlio si trattava di affrontare qualcosa di sconosciuto, di cui aveva paura, e che avrebbe provocato un dolore senz’altro tollerabile, ma comunque un dolore.

Gli ho detto senza girarci troppo intorno che cosa poteva aspettarsi. Gli ho detto che a me gli aghi e le iniezioni non piacciono e che, in effetti, fanno ancora paura a una parte di me, e che sarei rimasto con lui per tutto il tempo. Non è stato facile per me, ma ha avuto due conseguenze importanti. Mio figlio ha trovato il suo modo di affrontare il problema, che si è ripresentato pochi giorni dopo per un secondo esame, e la fiducia tra di noi ha acquisito una sfumatura diversa.

Fuggire dalla sofferenza non è possibile. Affrontarla e superarla, sì. Il nostro compito come genitori non è replicare l’errore di Śuddhodana: è testimoniare ai nostri figli che hanno la possibilità di essere loro stessi Siddhārtha. In effetti, dal punto di vista buddhista è solo il singolo individuo che può incidere veramente su di sé. E, dal punto di vista pedagogico, è l’esperienza diretta – calibrata correttamente per l’età ma non corrotta dalle menzogne – a costituire la base della crescita dell’individuo.