La nostra relazione con gli strumenti di uso quotidiano passa pure per il rendersi conto di forme di controllo del nostro operato, il che, inutile nasconderlo, può risultare inquietante, indigesto o quanto meno fastidioso.

Non stiamo disquisendo delle onnipresenti telecamere, che legittimamente o meno ci riprendono, men che meno delle intercettazioni telefoniche, che se avvengono un motivo -almeno in teoria- dovrebbe esserci, e via discorrendo. Molto più semplicemente qui e adesso ragioniamo sull’esperienza, comune a tutti coloro che navigano in rete, di essere destinatari di “suggerimenti” tanto mirati da dimostrarci come, inequivocabilmente, siamo fatti oggetto di studio da chi gestisce le piattaforme che utilizziamo nella navigazione in Internet!

Innanzitutto, la maggior parte di noi ha attivato alcuni dei servizi che utilizza senza leggere, nemmeno distrattamente o velocemente, le norme che regolano la fornitura e l’utilizzo del servizio.

Due i casi più eclatanti e diffusi.

Il primo riguarda il servizio di posta elettronica più noto al mondo, per poter utilizzare il quale abbiamo esplicitamente autorizzato la lettura dei contenuti da parte del fornitore! Non si tratta di aver acconsentito a far sì che qualcuno origli dalla stanza vicina o ci guardi dal buco della serratura, ma di certo la discrezione ne risulta minata.

L’altro è la cessione al social network dei materiali che inviamo per la pubblicazione, frutto anche in questo caso di un’autorizzazione tanto esplicita quanto in realtà ignota. Forse non ci è chiaro cosa comporti la pubblicazione nel più frequentato social network della foto del compleanno del figlioletto, ma in altri casi potremmo perfino inguaiarci...

Quasi altrettanto noto è ormai il fatto che dati personali vengono raccolti - più o meno a totale insaputa dei diretti interessati - e utilizzati in modi diversi: dall’ascolto a cura del microfono dei nostri smartphone, sempre attivo, anche quando non stiamo telefonando, alla più banale raccolta delle nostre preferenze di navigazione, che indubbiamente ci rendono noti a entità, cacofonicamente parlando, a noi non note...

Tralasciamo iI resto, che di certo non manca, ad esempio i rilevatori presenti nei nostri elettrodomestici mobili - i cosiddetti “robottini” per la pulizia - che generano la mappa della casa, che da qualche parte potrebbe ovviamente finire, ed ancor di più l’uso illecito di immagini comunque acquisite, dalle videocamere “nascoste” a quelle dei pc portatili, attivate a distanza contro la volontà dell’utilizzatore.

Limitiamo la nostra attenzione ai risultati di quanto già indicato, è ormai noto, infatti, di come la nostra attività online e offline, ci ha resi (quasi) privi di segreti per cui, grazie all’arci nominato algoritmo, durante la navigazione ci viene suggerito/proposto quanto viene ritenuto di nostro interesse.

Come giudichiamo tutto ciò? Siamo solo spiati o beneficiari di un servizio, peraltro non richiesto? In altri termini, per noi si tratta di un danno o di un vantaggio?

Naturalmente non tutti la pensano allo stesso modo, due - come le opinioni - sono gli schieramenti che si contrappongono.

La maggior parte delle persone ritiene si sia all’interno di una situazione negativa: siamo spiati ed assoggettati a leggi di mercato ed a pubblicità, risultati di ricerca ed altro di tipo aggressivo. Tutto ciò spinge a chiudersi a riccio, come fa chi sente di doversi proteggere.

Un gruppo ben ristretto la pensa diversamente, anzi in modo contrario. Questi ritengono che ricevere dai motori di ricerca le risposte più pertinenti, perché siamo un libro aperto, oppure pubblicità mirate sui nostri bisogni e desideri, anziché a caso, sia un vantaggio.

Come valutare le due opzioni? Risulta possibile, in modo equilibrato, esprimere pareri, non giudizi, capaci di farci comprendere cosa sia meglio fare, quale sia la causa da far propria?

I fautori di quella che potremmo definire “riservatezza a tutti i costi” non possono che sostenere, accettare e diffondere la necessità di una protezione totale di tutto ciò che appartiene a ciascuno di noi, aspetto quindi non negoziabile. Tutto ciò è facilmente comprensibile e condivisibile, sembra però l’ennesima questione di principio, come spesso accade, per cui a causa di un valore ritenuto nobile vengono calpestati altri aspetti, evidentemente, ma non esplicitamente, ritenuti meno importanti ed anzi sacrificabili.

Un’analisi nemmeno troppo approfondita ci porta però altrove.

La prima osservazione, tanto ovvia quanto imprescindibile, è che pubblicando, cioè rendendo “di pubblico dominio”, qualcosa - poco importa se testo, immagine, video o altro - ciò non è più nostro. Vero che l’autorizzazione esplicita e formale è, quanto meno apparentemente, molto diversa dal suo contrario, però nel mondo reale come potremmo tutelare le nostre “opere”? Teoria a parte, come possiamo proteggerci nei confronti di chi si appropria del lavoro altrui, piccolo o grande che sia?

Ad esempio, un pensionato o uno studente che per uso personale - quindi senza scopo di lucro - abbia ripubblicato sul proprio sito una nostra foto, magari priva di ogni originalità? E se invece fosse una grossa società dalla parte opposta del mondo, dove vigono norme diverse dalle nostre… Riteniamo di essere il novello Davide che, in Cina o giù di lì, sconfigge Golia?

Inoltre, siamo così sicuri che quanto abbiamo partorito sia meritevole di tutela? Il detto recita che saremmo tutti cattivi giudici di noi stessi, o siamo convinti che la cosa riguardi solo gli altri?

A seguire, se davvero fossimo in possesso, per qualsivoglia motivo, di qualcosa di valore, lo pubblicheremo? Analogamente, nel caso della riservatezza per quale motivo dovremmo dare in pasto agli utenti della rete i fatti nostri?

Rovesciando la cosa, a chi possono interessare le cose che “emettiamo”? Siamo seri, la cosa spessissimo non è capace di suscitare l’attenzione di nessuno. Perché pubblicare allora? Personalmente ritengo che la risposta stia nella vanità, che evidentemente fa il paio con l’autoreferenzialità… Niente di male, sia chiaro, la cosa deve essere accettata, meno il costruirci attorno significati che a molti appaiono del tutto fuori luogo.

Venendo alla seconda ipotesi, dobbiamo considerare che ufficialmente la società che gestisce il più utilizzato motore di ricerca, e pure una delle intelligenze artificiali più in vista, si è data come scopo l’organizzazione delle informazioni dell’intero mondo per renderle universalmente accessibili e utili a tutti, ma che per farlo si autosostiene - e ovviamente non solo - vendendo una forma aggiornata di inserzioni pubblicitarie a pagamento. Questo lo scopo delle attività messe in atto, far fare un salto di qualità alle promozioni, richiamando così grandi quantità di investimenti su questo strumento, generando introiti colossali.

Non è solo la rete a garantire il successo, altrimenti tutti i motori di ricerca sarebbero equivalenti, piuttosto sono proprio le capacità di rispondere alle specifiche richieste ad aver fatto fare un salto in avanti, sbaragliando la concorrenza. Questo è però reso possibile solo tramite quella conoscenza degli utenti di cui si argomentava in apertura, delle due una: riservatezza e segnalazioni generiche oppure far sapere chi siamo (meglio: cosa ci interessa, non è proprio la stessa cosa) ed ottenere risultati più mirati?

La pubblicità generalmente ci infastidisce, in particolare quella televisiva - troppo invadente - ma anche quella che dobbiamo subire in certi siti - sicuramente figlia di quella - pur se è possibile fare diversamente, ottenendo un risultato di maggior successo, sia per l’emittente che per il ricevente.

Come fare, allora? Scontato, non il prezzo, ma il modo, come sia necessario generare interesse. Qual è la cosa migliore da fare se non il proporre ciò che sappiamo, perché lo abbiamo già visto fare, e riteniamo apprezzamento nell’utente?

Ineccepibile, ma possibile solo previo il raccogliere i dati del caso. Nulla di sensibile, quindi, anzi oserei considerarle banali abitudini di navigazione, perché, con non troppe eccezioni, siamo assai ripetitivi, nel lavoro, negli affetti e pure in ciò che di più personale abbiamo.

Quale di queste attività potrebbe, se conosciuta da terzi, danneggiarci o almeno metterci in difficoltà? Aggiungiamo che non siamo in presenza di persone fisiche che ci ascoltano, prendendo nota e magari pure danno giudizi. No, sono apparecchiature che in modo del tutto automatico ed impersonale ricordano le nostre preferenze, nulla di più.

D’altra parte, se davvero volessimo stare al riparo dai tipici guai cui la rete ci espone, ben altre sono le cose che dovremmo fare. Il problema non è risolvibile, per cui, in mancanza di accettazione di quanto indicato, potremmo - malgrado tutto - subire, non resta che rinunciare. Non è un fatto teorico o filosofico, semplicemente si tratta del fatto che non è possibile rimuovere ogni tipo di rischio. Un paragone quasi chiarificatore è quello con l’automobile: chi può ritenere di essere esente dalla possibilità di venire coinvolto in qualche sinistro? Il saper guidare più o meno bene non è determinante, come sa chi è stato tamponato mentre era fermo al semaforo…

Senza essere integralisti, come la mettiamo con la gestione delle password che lasciamo fare ai software: molto comodo ma sicuramente pericoloso, dato che pure la super affidabile società cui abbiamo confessato le nostre “parole d’ordine” potrebbe venire attaccata da persone altamente capaci, che non è escluso riescano ad impossessarsi dei nostri segreti, che finiranno per essere utilizzati in modo illecito, dal ricatto diretto alla vendita nel dark-web di quanto sottratto.

L’uso “normale” di chi naviga in rete - su siti e social network - avviene però senza questi rischi, non facciamo terrorismo!

Ognuno la pensi come meglio crede, ma una persona accorta non può valutare solo gli aspetti di un solo tipo ma considerare tutto, pregi e difetti, vantaggi e svantaggi. Anche perché non è possibile il comportamento caratterizzato dal completo isolamento!

Personalmente mi ritengo piuttosto accorto ma non rinuncio ad essere operativo, pur con i rischi generati ed apprezzo quanto mi viene restituito dalla sola “messa a disposizione” di alcuni miei dati, peraltro affatto segreti e francamente di ben poca importanza.

I risultati sono degni di nota, dalle ricerche alla navigazione sui social network. Nel primo caso dal mare magno delle possibilità emerge proprio quanto mi è utile, nell’ultimo, specificato - a costo di sembrare antisociale - che il mio interesse non è, riferendomi al notissimo social, quello di curiosare nei fatti altrui ma di come quotidianamente mi vengano suggeriti eventi, notizie, gruppi e via dicendo - di mio interesse!

Allora, chi non si è stancato delle pubblicità “old-style”? Pure dal punto di vista di chi la paga - profumatamente! - non tutto torna: abbiamo la più vaga idea del rapporto tra quanto investito e quanto raccolto? Non ci interessa la difficoltà e la modalità di misurazione del dato, impossibile nel tradizionale ma precisissimo nel digitale, quanto il fatto che nel primo caso viene “sparato nel mucchio”, per cui non richiede alcuna dimostrazione il fatto che il denaro così utilizzato viene letteralmente buttato. Non bastasse l’entità del “raccolto”, impossibile non rendersi conto come, nei casi più eclatanti, si finisce per farsi odiare da clienti potenziali che rimangono tali, proprio a causa del fastidio provocato dai “consigli per gli acquisti”.

Cosa succede, invece, nell’altro caso? Lo abbiamo già accennato, se accettiamo di venire profilati, la pubblicità sarà coerente, a cosa? Ma a noi, cosa e chi altro? E, nel pratico, cosa comporta? Un esempio può essere chiarificatore: tutti abbiamo fatto qualche domanda online, con ogni probabilità utilizzando il più diffuso e quotato motore di ricerca, almeno i più attenti dovrebbero aver notato come i risultati che appaiono per primi sono in parte pubblicitari ed in parte no, ma in entrambi i casi quello che ci viene proposto è davvero “centrato”!

Con l’Intelligenza Artificiale la cosa non cambia, anzi una buona interazione consente al “sistema” di conoscerci ancor meglio.

Il problema non è capire quanto sono stati bravi gli strateghi digitali, quelli che hanno operato per far sì che a questo, con le “inserzioni” a pagamento e senza, si arrivasse, è invece acquisire la capacità di scegliere tra le due opzioni.

Chi ci mette in relazione con i contenuti di nostro interesse è l’ultra nominato “algoritmo”. Si tratta di una formula complessa e di continuo aggiornata, pressoché sconosciuta ai più. Nulla di personale, quindi, ma, come scrivevamo in apertura, un modo per sfruttare quanto la conoscenza odierna ci mette a disposizione: conosco i rischi ed i pericoli della contemporaneità, con la consapevolezza del caso non rinuncio all’energia elettrica, ai telefoni cellulari e navigo in rete accettando i “biscottini” e quanto altro migliora la fruizione di internet, non facendomi perdere tempo ma -al contrario- sottoponendomi quasi sempre cose interessanti: viva l’algoritmo!