"Gli Stati Uniti hanno bisogno della Groenlandia per motivi di sicurezza nazionale", spiega ancora Trump. "È vitale per lo scudo antimissile Golden Dome che stiamo costruendo. La Nato dovrebbe spalancarci la porta per ottenerla. Se non lo facciamo noi, lo faranno la Russia e la Cina, e questo non può accadere".

La stampa internazionale ha raccolto e rimbalzato queste dichiarazioni di Donald Trump, presidente degli USA, in riferimento ad un'annessione quantomeno arbitraria della Groenlandia, regione autonoma di proprietà della Danimarca. E l'annuncio, in effetti, non fa neanche tanto scalpore visto che da quando è tornato in carica il tycoon ha avviato un'aggressiva politica estera che ha raggiunto il suo culmine con l'arresto di Nicolas Maduro, presidente del Venezuela, nella sua stessa camera da letto.

Una violazione di ogni norma di Diritto Internazionale che però non ha prodotto alcuna sanzione. In molti hanno utilizzato come palliativo il fatto che da anni in Venezuela sono denunciati brogli elettorali, sistemi corruttivi a tutti i livelli e sanguinose repressioni. Maduro, tuttavia, è stato arrestato con accuse che vanno dal terrorismo al traffico internazionale di droga. In poche parole, per evitare anche problematiche con gli organi governativi interni, The Donald ha considerato Maduro un criminale internazionale potenzialmente pericoloso per gli States e quindi ha trasformato un'invasione in un Paese estero in un'operazione speciale antiterrorismo. Dietro questo raid, però, c'è molto di più.

C'è la volontà di appropriarsi del controllo delle risorse energetiche del Venezuela (che sono immense e preziose, come ad esempio il petrolio) e di gestire a distanza, magari attraverso politici confacenti, la politica di uno dei Paesi del Sud America strategici in chiave estera. Ma, soprattutto, con l'arresto di Maduro il presidente americano ha lanciato un segnale a tutto il mondo, in particolare alla Russia (alleata di Maduro) e alla Cina: può arrivare ovunque e nessuno può sfuggire agli americani.

Eppure, a ben vedere, non serviva il Venezuela per far capire al mondo quanto Trump avesse mire espansionistiche. Il suo motto: Make America Great Again ("Rendi l'America nuovamente grande"), la dice lunga.

Gli Stati Uniti, notoriamente conosciuti come "America" nonostante quest'ultima sia un continente che comprende molti più Paesi, devono tornare a primeggiare nel mondo. In politica estera, in tecnologia, in cultura, ma soprattutto in armamenti e risorse energetiche. È in questo solco che si inserisce la Groenlandia, ricca di risorse e di "terre rare" (materiali preziosissimi per molti dispositivi tecnologici) e in posizione strategica a livello geopolitico.

Trump, però, sa bene che nel nuovo Millennio non ci si può più muovere senza dar conto all'opinione pubblica. E allora, se proprio non gli si può dire la verità, bisogna almeno costruire una narrazione alternativa credibile. In un mondo sempre più in preda a conflitti e a corse alle armi, con un'opinione pubblica sempre più fragile, la "strategia vincente" è far leva sulle paure. Il timore di avere un narcotrafficante che spedisce chili di droga nelle proprie strade (Maduro), la paura che il nemico arrivi alle porte (la Russia e la Cina tramite la Groenlandia), l'occasione che qualcuno possa avere un'arma più forte della tua (come l'Iran).

Ogni paura provoca una debolezza, ogni debolezza una falla, ogni falla una necessità di avere un uomo forte che salvi la situazione. È in questo sistema che Trump si muove. È con questo paradigma che bombarda lo Yemen e la Nigeria (ormai devastati dalla guerra civile e dal terrorismo) per indebolire l'Iran e i Paesi Arabi, che arresta un presidente in pigiama, che minaccia di invadere un Paese alleato, che dispiega forze interne per "controllare" l'immigrazione. Protezione preventiva, la chiama lui. E in molti ci credono.

Sono ormai in tanti a sacrificare sull'altare della democrazia i valori del Diritto Internazionale pur di sentirsi "al sicuro", in Italia e in tutto il mondo. Che Maduro possa essere un criminale e despota lo si può appurare ed accertare, così come anche per il fatto che l'Iran sia una dittatura, che Putin sia pericoloso e via dicendo. Ma, dopo due conflitti mondiali che hanno raso al suolo tutta l'Europa e parte dell'Asia, pensare che la forza sia ancora lo strumento per dirimere le questioni internazionali è un boomerang che può tornare indietro e sbattere dritto contro il muso della democrazia.

Un sistema messo a dura prova e sempre meno protetto, in primis dall'Unione Europea. Storicamente il Vecchio Continente ha avuto un ruolo centrale nello sviluppo sociale di tutto il globo.

Oggi (ma forse è bene partire indietro ed arrivare all'epoca della Seconda Guerra Mondiale) questo ruolo è sempre più ridimensionato. I leader europei e dell'Unione non hanno la forza politica ed economica per bilanciare la forza di USA, Cina e Russia. La diplomazia non funziona, i governanti si limitano a dichiarazioni e sanzioni più o meno efficaci, ma nella pratica l'Europa vive all'ombra delle tre grandi potenze.

È forse questa la vera vittoria di Trump: la supremazia politica in quel che resta della diplomazia occidentale. Lo dimostra il fatto che i due conflitti più noti (Gaza e Ucraina) trovano in lui un riferimento importante che può spostare gli equilibri. Lo dimostra il fatto che molti occidentali lo prendono come riferimento politico e, a volte, anche morale. Lo dimostra il fatto che può offendere giornalisti,deridere capi di Stato e inventare fake news e restare impunito.

Gli Stati Uniti d'America hanno da sempre condotto guerre oltre confine, nella maggior parte dei casi avevano fini secondi e celati dietro la veste di esportatori di pace. Con questo suo mandato presidenziale, però, Trump ha alzato l'asticella. Trattando il mondo come la mappa del Risiko, sta diventando sempre di più l'uomo più potente del mondo, nel bene o nel male. Contro i soprusi e i crimini non si adottano più gli strumenti democratici, le elezioni, i diritti. Si fa ricorso alla forza, alla legge del più forte. Alle pallottole. E questo significa morte.

Negli States quanto in Europa, in America e in tutto il mondo. Per mano di eserciti, di terroristi, di invasati. La violenza non traccia mai la strada della pace. E se l'Europa resta a guardare, prima a poi resterà ben poco da proteggere. Per i cittadini di oggi e di domani. Per gli europei, per gli asiatici, per gli americani, per tutti. Dalla Groenlandia al Gibuti.

Il mondo, oggi più che mai, schiuma rabbia ma ha enormemente fame di pace.