Eretz israel hashleima non è solo una formula, una ipotesi, o semplicemente il sogno di una parte della società israeliana che, nell'idea di un Paese che veda allargare gli attuali confini per abbracciare territori di altri, cerchi la sicurezza per i propri abitanti. È soprattutto una definizione geografica che mette dentro tutto quello che gran parte della società di Israele oggi rifugge: uno stato di belligeranza perenne contro vecchi e nuovi nemici, una riedizione di salsa kosher in un imperialismo che la Storia avrebbe dovuto sconfiggere nel secolo scorso e che invece torna a ripresentarsi con fattezze che conosciamo tutti.
Come l'Orso che, svestiti i panni sovietici, torna ad artigliare territori vicini, alimentando un pan-russismo che, con la caduta del Muro di Berlino e l'avvento di Gorbachev, si sperava potesse essere sepolto sotto la pesante coltre della realpolitik.
Ora quella speranza (come fu il lebensraum nazista, senza volere con questo accusare qualcuno di qualcosa che sarebbe un insulto - per le vittime dell'Olocausto -) di andare laddove la geografia permette (ad est) sta dando linfa alle folli provocazioni dell'estrema destra israeliana che, cosciente del fatto di tenere sotto scacco Benjamin Netanyahu e la sua fragile maggioranza nella Knesset, spinge sull'acceleratore, nella convinzione che il futuro di Israele è legato a doppio filo con l'eliminazione dei palestinesi come una entità etnico-politica ritenuta inaccettabile nei confini nazionali.
Una idea declinata in modalità di continue provocazioni, che sembrano volere portare la situazione vicina ad un collasso strutturale, che si tradurrebbe in una guerra continua, sempre a caccia di nemici da sconfiggere, confidando nella complicità morale degli Stati Uniti, che sanno bene che senza Israele e la sua macchina bellica il Medio Oriente sarebbe pronto a riesplodere.
Come dimostrato dalla guerra per procura che Washington ha scatenato contro l'Iran e il suo programma nucleare. Provocare, sempre e comunque, sapendo che prima o poi qualcosa accadrà, qualcosa che possa sconvolgere il già precario equilibrio in Medio Oriente, tra guerre dichiarate ed altre, non meno pericolose, che camminano sotto traccia, minando alla radice qualsiasi possibilità di una parvenza di pace.
Non solo atti di violenza pura (come gli attacchi dei coloni ai villaggi palestinesi, passivamente accettati dall'IDF come qualcosa di ineluttabile, visto il filo doppio che lega gli estremisti ai partiti della destra più estrema), ma anche spettacolari provocazioni, come quelle che vedono, spesso, protagonista Itamar Ben-Gvir, ministro della Sicurezza e interprete dell'integralismo più puro.
Che dapprima ha nuovamente fatto incursione nella Spianata delle Moschee - pregando in modo palese, cosa che per gli islamici è quasi un insulto alla loro religione, pur essendo il luogo sacro anche per gli israeliti e i cristiani - e poi ha incontrato, nel carcere di Ganot, Marwan Barghouti, che, ripreso in un video girato dall'entourage del ministro e poi messo in rete, sembra solo l'appannata controfigura dell'uomo che, da vent'anni recluso per scontare una manciata di ergastoli, per molti è il solo che, politicamente, potrebbe rappresentare, nella Striscia e in seno all'ANP, l'alternativa ai miliziani di Hamas.
Barghouti, smagrito, con indosso una maglietta bianca, è sembrato essere in balia di Ben-Gvir che lo ha incalzato, provocato, deriso, con la sua immagine di possibile interlocutore politico di Israele ridicolizzata.
''Non vincerai'', gli ha detto il ministro, ponendo una pietra tombale su qualsiasi, seppure lontanissima, ipotesi di un dialogo.
E poi c'è anche Bezalel Smotrich, ministro delle Finanze ed altro falco del governo, che ha proposto la creazione di oltre tremila ''unità abitative'' (chissà cosa si cela nella realtà in questa definizione burocratico-amministrativa) nei territori palestinesi. Un ulteriore passo per restringere gli spazi di una popolazione per la quale non conta più la regola che non si cambiano le carte in tavolo, quel 'pacta sunt servanda' su cui il diritto poggia.
Perché i coloni i loro nuovi territori se li vanno a cercare, armati e usando i bulldozer, a casa dei palestinesi, per creare quella situazione di fatto davanti alla quale ipocritamente Netanyahu dice di doversi adeguare. Quindi nuove case per puntellare il sogno utopico di un Grande Israele, che viene alimentato a colpi di cannone, a dispetto di una società civile che invece desidera fortemente che le armi vengano deposte, che i jet non si levino più dalle piste, che i Merkava non spianino, con i loro obici, le case di Gaza City.
In Medio Oriente la Storia è ormai un concetto astratto, che può essere modellata come fosse plastilina.
Ma - almeno questo - Israele non può cancellare i ricordi.
Anelare a un Paese che vada ''dal fiume al mare'', laddove il fiume è il Giordano e il mare è il Mediterraneo (che poi è lo stesso desiderio dei movimenti islamisti armati, ma sul quale fare sventolare altre bandiere che non quella con la Stella di David), è oggi utopico. a volere essere razionali. E non sarebbe male che i fautori di un allargamento dei confini a est ricordino le parole pronunciate da Ehud Olmert, ex primo ministro, non cento anni fa, ma nel 2008: ''La Grande Israele è finita. Essa non esiste. Chi parla in questo modo si illude''.