Una delle spie principali che segnalano la deriva verso una destra autoritaria, che a mio avviso non è stata ancora ben compresa, è l’enfasi verso la giovinezza.

La giovinezza, infatti, è una categoria politica centrale nella storia dei regimi autoritari e totalitari. Sin dal primo Novecento, essa è stata investita di un significato che trascende la dimensione biologica per diventare metafora di rigenerazione nazionale, simbolo di purezza morale e strumento di controllo sociale. I regimi autoritari, nel loro costante bisogno di legittimazione e di continuità, hanno costruito una mitologia della giovinezza come sinonimo di forza, vitalità e futuro, contrapponendola alla vecchiaia, vista come decadenza o degenerazione.

Lungi dall’essere solo una questione estetica o retorica, la centralità della giovinezza in questi sistemi di potere risponde a logiche funzionali precise: riprodurre il consenso, modellare l’identità collettiva e assicurare la sopravvivenza ideologica del regime nel tempo.

La costruzione simbolica della giovinezza nei regimi autoritari, come abbiamo accennato prima, si fonda su un immaginario di rinascita e rigenerazione. Il nuovo ordine politico si presenta come il ritorno alla purezza originaria della nazione, e i giovani ne sono la prova vivente.

In questa logica, la giovinezza non è un’età biologica, ma una condizione morale e politica: essere giovani significa aderire con entusiasmo e disciplina al progetto del potere.

Il culto della giovinezza implica anche una politica del corpo: salute, forza e bellezza fisica diventano metafore della salute della nazione stessa. Negli autoritarismi del Novecento, la ginnastica, le parate e le divise uniformi costruirono un’estetica della collettività che cancellò la differenza individuale e trasformava il corpo del giovane in spazio simbolico della potenza dello Stato.

Il fascismo italiano fu tra i primi regimi moderni a organizzare sistematicamente la gioventù come base ideologica e militante del potere. L’Opera Nazionale Balilla (1926), infatti, e, successivamente, la Gioventù Italiana del Littorio (GIL) costituirono una rete capillare di educazione politica, fisica e morale. La finalità era la creazione di un “nuovo italiano”: obbediente, disciplinato, virile e devoto al Duce. Attraverso la scuola, le adunate, lo sport e le cerimonie patriottiche, i giovani venivano immersi in un universo simbolico che univa militarismo, estetica classica e culto della modernità.

Il fascismo presentava sé stesso come “giovinezza eterna” della nazione, contrapposta alla “vecchia” Italia liberale. In questa narrazione, l’Italia fascista ringiovaniva grazie al sacrificio e all’entusiasmo delle nuove generazioni. Come ha osservato Emilio Gentile, il fascismo trasformò la politica in “religione della giovinezza”, in cui il corpo e lo spirito del giovane erano offerti alla patria come atto di fede.

Nel nazionalsocialismo tedesco, la giovinezza assunse addirittura, una funzione ancor più radicale: diventare strumento di selezione biologica e ideologica. La Hitlerjugend (Gioventù hitleriana) non era solo un’organizzazione giovanile, ma un sistema totale di formazione e controllo. La partecipazione divenne progressivamente obbligatoria: nel 1936 vi erano oltre sette milioni di membri. L’obiettivo era duplice: forgiare il “nuovo ariano” e assicurare la lealtà assoluta al Führer.

La disciplina fisica, la preparazione militare e la propaganda razziale costituivano il nucleo dell’educazione giovanile. Attraverso la giovinezza, quindi, il nazismo tentava di creare una comunità organica, senza memoria né critica, in cui il singolo si annullava nella volontà collettiva del popolo. La giovinezza, dunque, divenne un campo di sperimentazione biopolitica: il corpo giovane era il laboratorio in cui si fabbricava la razza del futuro.

Nel contesto sovietico, invece, la valorizzazione della giovinezza non si legava alla razza ma alla formazione dell’uomo nuovo socialista. I Giovani Pionieri e il Komsomol costituivano la struttura educativa più importante del regime, accogliendo milioni di bambini e adolescenti. L’obiettivo era integrare le nuove generazioni nella comunità socialista, trasmettendo valori di collettivismo, disciplina e devozione al Partito.

La giovinezza, in questo caso, era una categoria morale e politica: incarnava la promessa della costruzione del socialismo e il superamento delle vecchie classi borghesi. Tuttavia, anche qui il culto della giovinezza aveva un lato disciplinante: il giovane sovietico doveva essere produttivo, controllato e conforme ai canoni ideologici ufficiali dove la spontaneità e la critica venivano sostituite da rituali di lealtà e celebrazione. Nei regimi autoritari contemporanei più “ibridi” (come in Cina, Russia o Turchia, e non solo), la gioventù resta un obiettivo privilegiato, ma i metodi si sono evoluti: programmi digitali, incentivi economici e patriottismo mediatico sostituiscono le vecchie parate.

Si tratta, insomma, di una soft discipline che combina cooptazione e sorveglianza, in cui il giovane è attratto dal successo economico e sociale offerto dal regime in cambio di conformità ideologica.

In tutti i casi, il filo rosso è la trasformazione della giovinezza in un dispositivo politico. Essa funge da strumento di legittimazione simbolica, poiché il regime si identifica con la vitalità e l’energia della nazione giovane o da rigenerare. È strumento di riproduzione del consenso, poiché l’indottrinamento precoce riduce la possibilità di dissenso futuro; strumento estetico, poiché l’immagine del corpo giovane e sano serve a rappresentare la potenza dello Stato; strumento di controllo, poiché l’inclusione totale impedisce la formazione di identità alternative. La contraddizione interna, tuttavia, resta evidente: mentre il regime si proclama giovane e nuovo, i suoi leader sono spesso anziani, e la giovinezza diventa una maschera ideologica che nasconde l’immobilismo del potere.

La fissazione autoritaria per la giovinezza rivela una verità paradossale: la paura della vecchiaia è la paura della storia. Il giovane rappresenta l’oblio, la tabula rasa, la possibilità di riscrivere tutto da capo. Per questo i regimi autoritari amano i giovani — non perché li rispettino, ma perché possono riscriverli.

L’ideologia woke, in un certo senso, sostiene questa fissazione autoritaria; la sua appropriazione culturale e mediatica ha infatti prodotto un effetto interessante: la “consapevolezza woke” si è trasformata in un codice morale generazionale. La giovinezza, ancora una volta, viene investita di una missione rigeneratrice: correggere gli errori del passato, “purificare” la società dalle sue ingiustizie e costruire un nuovo ordine simbolico. In questo senso, la woke culture riprende — in forma para-democratica e post-ideologica — la funzione salvifica della gioventù tipica delle ideologie totalizzanti del Novecento: anche qui i giovani sono il “futuro morale del mondo”.

La woke culture, in versione contemporanea, costruisce invece del mito della purezza razziale, il mito della purezza etica: essere “consapevoli” significa liberarsi dalle colpe sistemiche del passato (colonialismo, patriarcato, razzismo, sessismo).

Oggi, nell’era dei social media e del controllo digitale, l’ossessione per la giovinezza ha quindi presa facile (supportata, appunto, dalla cultura woke) mediante nuove forme di autoritarismo morbido, che seduce invece di costringere. Nella cultura woke, infatti, la performatività morale avviene attraverso linguaggio e simboli digitali: post, hashtag, gesti di sostegno, “cancel culture”. Ciò produce un effetto di controllo sociale “dal basso” (populismo), che ricorda la logica disciplinante delle organizzazioni giovanili totalitarie, ma in versione orizzontale, mediatica e para-democratica.

Il leader o un movimento che intercetta, e quindi, si legittima come voce autentica del “popolo” contro élite percepite come corrotte, lontane o decadenti assume una funzione politica di rappresentanza morale del “popolo autentico” contro i poteri costituiti o le élite culturali.

La piattaforma (Facebook, Twitter, TikTok, ecc.) diventa la piazza plebiscitaria dove il popolo morale si esprime, giudica e punisce. Mentre nel Novecento i regimi autoritari usavano lo Stato (non a caso fascismo e nazismo erano anche fissati con il cinema e la radio), il populismo morale usa la folla digitale, composta prevalentemente da giovani. Mischiando, così, in salsa digitale, la moralità sovietica, l’estetica nazi-fascista con le istanze economiche del neo-liberismo; ma il principio, comunque, rimane lo stesso: chi controlla la giovinezza, controlla il futuro.