In un burrone viveva, e assumeva forma di un ragno dall'aspetto mostruoso, tessendo le sue negre tele in un crepaccio tra i monti. Quivi succhiava tutta la luce che riusciva a trovare e poi la filava in scure reti di soffocante tetraggine, finché nessun’altra luce poteva penetrare nella sua dimora, e allora era colta da fame.
(Il Silmarillion, J.R.R. Tolkjen)
Qualche settimana fa, in una bella serata di fine estate, sono uscito in giardino per controllare i miei vecchi bonsai, una passione che coltivo da anni. Era già buio quindi avevo indossato una piccola torcia frontale mezza scarica e mentre verificavo che tutto fosse in ordine ho visto chiaramente nell'oscurità, ai margini del cerchio luminoso della lampada, un riflesso cangiante, minuscolo ma vivido, non il morto lucore di una scheggia di vetro o di una goccia di rugiada, ma qualcosa di vivo che seguiva i miei movimenti con attenzione e un che di vagamente minaccioso. Sembrava provenire dal vaso di un ulivo centenario non più alto di 40 cm, con un tronco tutto contorto e tarlato, e più mi avvicinavo più mi accorgevo che la piccola luce veniva proprio da li. Quando arrivai al vaso dell'ulivo venerando, cercando di focalizzare il raggio della torcia sulla fonte del riflesso, mi sono accorto con orrore che proveniva dagli occhi di un ragno, un piccolo ragno che fuoriusciva con le sue zampette nero lucide da un foro nel tronco in cui, in effetti, non lo avevo mai notato, aveva intessuto una ragnatela ad imbuto che si irradiava dal buco da dove ora si affacciava quel minuscolo mostro.
Era una Segestria florentina, uscita dalla sua tana probabilmente per inseguire qualche insetto nottambulo che doveva aver sfiorato, facendolo vibrare, uno dei fili che il ragno aveva teso all' uscita della tana proprio per intercettare ogni minimo movimento all' esterno del suo rifugio. I suoi otto piccoli occhi riflettevano la luce della mia torcia restituendomela moltiplicata di intensità grazie al tapetum lucidum, uno strato riflettente che i ragni possiedono, come molti animali notturni o che vivono nell'oscurità, nel fondo dei globi oculari dietro i fotorecettori della retina.
Un brivido mi corse lungo la schiena e sentii i capelli rizzarmisi in capo. Ma come? Sono un naturalista viaggiatore, abituato a vagare per deserti e foreste tropicali proprio per incontrare piante e animali esotici eppure mi spavento tanto per un inoffensivo ragnetto domestico? Ebbene sì, perché da sempre soffro di aracnofobia. Si tratta di una delle fobie più diffuse e come tutte queste forme ossessive è totalmente irrazionale, essendo il reale pericolo rappresentato dall'oggetto temuto assolutamente trascurabile se confrontato all'entità del panico che genera. Si dà il caso che, per interesse scientifico e passione, vada però a cacciarmi proprio nei luoghi dove è più probabile incontrare ragni di ogni forma e dimensioni e alcuni anche decisamente pericolosi. Attraverso ripetuti contatti con quelle simpatiche bestiole ho avuto tantissime occasioni per mitigare la mia aracnofobia, o almeno per cercare di dominarla. Alla fine credo proprio di esserci riuscito aiutato, anche, dalla profonda ammirazione che, nonostante la paura, nutro per questi formidabili animali.
Infatti moltissime volte, in Asia, Africa o in Centroamerica, mi sono imbattuto, solo per citarne alcuni, nelle tele giganti della Nephila: un grande ragno tessitore coi fili portanti della ragnatela più resistenti dell'acciaio e del kevlar e talmente robusti e flessibili da essere usati dai bambini come lenze da pesca. Oppure incappando in robuste e massicce migali, grandi come la mano di un uomo e in grado di cacciare direttamente uccelli e piccoli roditori. Sempre combattuto tra repulsione ed attrazione, alla fine mi avvicinavo vincendo il disgusto e arrivando addirittura a toccarli, ovviamente senza alcun danno.
E in effetti i ragni, a dispetto del terrore che incutono, sono animali straordinari. I primi araneidi sono comparsi 400 milioni di anni fa e il Palaeocharinus, nel Siluriano, quando i dinosauri erano ancora ere intere di là da venire, era già un predatore terrestre formidabile che – stando ad alcuni fossili rinvenuti in Europa- forse era già in grado di catturare le proprie prede con una sorta di seta. Da allora i ragni hanno conquistato tutti gli ecosistemi del pianeta e prosperano dalla Groenlandia, dove caccia il ragno lupo artico, Pardosa Glacialis, fino ai torridi deserti sudafricani dove vive il ragno della sabbia, Sicarius Hahni, una delle specie più velenose al mondo, ma, naturalmente, il maggior numero di specie si concentra nelle foreste pluviali e tropicali di tutti continenti che si trovano tra i due tropici.
Qui la natura si esprime al massimo della sua creatività dando vita a una rutilante e caleidoscopica profusione di creature viventi e proprio con gli artropdi (insetti e aracnidi) ha raggiunto la massima biodiversità. Nelle oscure penombre delle giungle, decine di metri sotto la canopia, la volta arborea costituita dalle cime degli alberi, volano, brucano, rodono, succhiano e tritano miliardi di piccole creature a sei, otto cento o mille zampe e i ragni sono lì, da milioni di anni, pronti a catturarle per nutrirsene con ogni mezzo o artificio possibile perché tutti i ragni sono predatori attivi.
Ci sono i deinopidi che usano reti di seta per gettarle sulla preda come facevano i gladiatori reziari nelle arene dell'Impero Romano, che immobilizzavano il loro avversario proprio lanciandogli addosso una rete da pesca. O il ragno formica Myrmarachne che imita non solo l'aspetto ma assume anche il comportamento e l'odore delle formiche, infiltrandosi indisturbato nelle loro legioni per catturarne e ucciderne quanto basta per nutrirsi. Che dire del ragno palombaro Argyroneta che intrappola nella sua tela una bolla d'aria creandosi una tana per vivere e pescare sottacqua proprio come fece il mitico capitano Jacques Cousteau con il progetto “Precontinent II” che permise a scienziati e subacquei di vivere per alcuni mesi nelle profondità del Mar Rosso?
I ragni hanno un sistema digerente che non permette loro di ingoiare cibo solido. Per questo sono dotati di cheliceri, organi buccali che hanno trasformato in acuminati pungiglioni, collegati a ghiandole velenifere, con cui trafiggono la preda iniettandole un veleno che la uccide e, contemporaneamente, la predigerisce liquefacendone i tessuti, cosicché il cacciatore possa poi letteralmente risucchiarla attraverso quegli stessi cheliceri con cui l'ha trafitta. Per questa loro caratteristica possiamo tranquillamente affermare che tutti i ragni sono velenosi anche se solo una minima parte di essi arriva ad avere un morso di rilevanza medica per gli esseri umani.
Certo, essere pizzicati da un Atrax robustus, il ragno dei cunicoli di Sidney o da una Phoneutria nigriventer, il ragno vagabondo brasiliano (chiamato anche ragno delle banane perché ne frequenta le coltivazioni e si rintana volentieri nei caspi grazie ai quali, talvolta, ha raggiunto i grandi magazzini europei) non è certo un'esperienza piacevole e può anche succedere che il malcapitato ci lasci la pelle se non riesce ad essere soccorso e trattato in tempo con l'antidoto. Nonostante questo, i casi di incidenti mortali causati dai ragni sono eventi più unici che rari, contro più di 35.000 vittime da aggressioni di cani e i 130.000 morti da morsi di serpente ogni anno nel mondo. Dunque come mai una creatura sostanzialmente inoffensiva genera un tale terrore?
Le cause dell'aracnofobia, per la scienza, sarebbero da collegarsi ad esperienze spiacevoli occorse nell'infanzia anche se si potrebbe obiettare chiedendosi quanti di noi, da bambini, sono finiti in ospedale per il morso di un ragno. Inoltre, se si prendesse per buona questa teoria, non si spiegherebbe il perché, in esperimenti fatti con neonati privi di alcuna esperienza pregressa, si siano evocati chiari ed inequivocabili segni di ansia e agitazione alla sola visione di foto di ragni.
Un'altra teoria inquadrerebbe la paura dei ragni come un adattamento evolutivo giustificato dalla necessità di indurre strategie di evitamento rispetto a una minaccia potenzialmente letale, ma abbiamo visto che il reale pericolo rappresentato dai ragni è ed é sempre stato assolutamente trascurabile, soprattutto se confrontato ad altre ben più realistiche minacce con cui i nostri avi dovevano confrontarsi quotidianamente: come quelle costituite dagli gli orsi delle caverne, i lupi o i leoni che però non sono mai stati oggetto di fobie o paure particolari se non, chiaramente, quelle generate da determinate contingenze.
No, queste teorie non reggono e lo verifico anche su me stesso quando durante i miei vagabondaggi per il mondo mi sono trovato di fronte creature veramente pericolose come serpenti a sonagli, cobra o squali di ogni forma e dimensione e non ho mai provato quell'insopprimibile attimo di terrore irrazionale che mi ha causato la simpatica Segestria, il ragnetto che vive indisturbato nel tronco del mio ulivo. Io sono convinto che l'aracnofobia scaturisca dall'essenza stessa della creatura orribile che la genera, immagine archetipica dell'orrore assoluto. Esiste infatti un inconscio archetipo del terrore, così come della bellezza e dell'armonia, che trascende ogni tentativo di ridefinizione razionale. Il ragno infatti appartiene all'inconscio collettivo e rappresenta perfettamente la terrificante alterità organizzata in una perfetta sintesi di ostilità e di minaccia, concentrate in un aleph che contiene tutto l'obbrobrio di un orrore inconcepibile e insopportabile.
E in effetti, in tutte le teogonie e le mitologie il male, la forza o la paura hanno varie rappresentazioni, anche mostruose ma pur sempre, in qualche aspetto, degne di ammirazione e non prive di una qualche bellezza ma quasi mai si è evocata l'immagine del ragno per rappresentarle proprio per la sua oscena, insostenibile impresentabilità. È il perfetto simbolo di un Male assoluto che attende, paziente, dietro la tenebra dell'Universo, che evidentemente abbiamo esperito prima di ogni fragile conoscenza e che solo geni visionari come Lovecraft o Tolkjen hanno avuto il coraggio di raccontare.
Ma si è fatto tardi, è già sera e Caterina, così ho chiamato la mia Segestria florentina (fiorentina come la grande Caterina de' Medici), avrà fame ed è tempo che le porti una fastidiosa moschina che ho catturato apposta per lei, il mio piccolo orrore quotidiano.















