La fine di questa insensata guerra è, in apparenza, auspicata da tutti, ma permangono seri dubbi sul successo delle proposte di mediazione di pace finora avanzate da più parti, sulla garanzia che l’atteso “cessate il fuoco” e l’augurato successivo accordo possano realmente rappresentare le condizioni per una pace duratura e soprattutto sulla veridicità dell’informazione diffusa dai russi sulla condivisione da parte della popolazione dell’operato di Putin.

Sull’accordo di pace

Oggi alti rappresentanti dei più importanti Paesi del mondo e singole personalità, politiche e non, sembrano fare a gara per tentare di mediare il processo di pace tra i due popoli in guerra.

Il primo grande sforzo congiunto verso la pace devono però farlo i due Paesi in guerra, con grande umiltà e comprensione e senza atti di presunzione da ambo le parti, anche se al momento la situazione sembra ormai ad un punto di difficile ritorno verso una pace duratura.

Infatti, qualunque sia l’esito di un accordo per fermare la guerra, difficilmente si potrà sperare che la popolazione ucraina, in funzione della ferocia degli eventi con cui è stata attuata l’invasione, accetti la pace cancellando quel rancore umano che lascia sempre negli animi un piccolo fuoco che, pur sembrando spento, è sempre pronto a riaccendersi.

Un accordo di pace non sarà mai duraturo se la pace tra due popoli è concordata dai vertici dei rispettivi governi senza la piena condivisione delle rispettive popolazioni.

Ma per una reale condivisione occorre mediare tra le aspettative di Putin, che per quanto di seguito riportato sono probabilmente differenti da quelle del popolo russo, e le aspettative dell’Ucraina, che sembrano al momento molto distanti da quelle di Putin.

Come si apprende da una dichiarazione dell’ex presidente ucraino Petro Poroshenko, riportata dal corriere.it del 22 aprile 2022, il divario esistente è tra chi sta tentando di uccidere un popolo e il popolo che vuole vivere, tra chi vuole annullare l’autonomia di un popolo e la volontà dell’autodeterminazione, poiché l’Ucraina è una delle nazioni più antiche dell’est europeo e non sembra abbia alcuna volontà di annullare la propria identità di Stato sovrano.

Se alla difficile conciliazione di queste opposte vedute si aggiunge la ferocia distruttiva che sta emergendo con gli attuali crimini di guerra commessi, non sembra facile arrivare ad una vera conciliazione che possa fare dimenticare il passato prossimo alle due popolazioni direttamente interessate al conflitto e non solo agli ucraini.

Dunque, non basta un normale accordo per assicurare la stabilità della pace. La vera pace, infatti, non significa solo vivere senza guerra, ma vivere con rapporti umani, tra persone dello stesso Paese e di Paesi differenti, che creino le condizioni di serenità e di benessere basate sui valori universali di rispetto per la vita, la libertà, la giustizia, la solidarietà, la tolleranza, i diritti umani e l'uguaglianza tra uomo e donna, così come definiti nel Congresso internazionale sulla pace che si è tenuto in Costa d'Avorio del 1989, a seguito della caduta del muro di Berlino e della scomparsa delle tensioni legate alla guerra fredda.

Tra le varie proposte di pace avanzate c’è quella, sicuramente ragionevole, di condizionare la stessa alla riduzione o annullamento delle sanzioni incombenti sulla Russia, ma non sembra altrettanto logica la proposta vincolata alla cessione di territori alla Russia, che significherebbe solo la sottoscrizione di una sconfitta, anche perché tale proposta non porterebbe ad una vera pace, poiché sembra che non venga condivisa dall’82% della popolazione ucraina, come riportato su Foreign Affairs dell’8 giugno 2022, nell’articolo “Nessuna pace a nessun prezzo in Ucraina” firmato da Di Alina Polyakova e Daniel Fried.

Se il sondaggio è realistico, a mio avviso, la guerra continuerà ancora per molto oppure si avrà un accordo di pace fortemente instabile che non garantirebbe assolutamente la serenità dei due popoli in guerra.

I potenziali mediatori della pace

Poiché sembra che finora poco successo abbiano registrato gli interventi di mediazione da parte di importanti capi di Stato ci si chiede chi potrebbero essere gli efficaci mediatori o artefici di un processo di pace con maggiore capacità persuasiva.

È certo che la guerra in atto sta continuando a decimare vite umane e sta portando ad una situazione economica difficilissima da una parte la Russia, ancorché essa tenti di rendere meno visibili le proprie difficoltà, dall’altra parte l’Ucraina e le popolazioni che la sostengono e che stanno anch’esse subendo le pesanti conseguenze dell’embargo, oltre ai popoli terzi che stanno subendo le forti riduzioni di prodotti alimentari conseguenziali allo stato bellico attuale.

Probabilmente grandi artefici, capaci di muovere concreti passi verso un processo di pace, potrebbero essere gli oligarchi russi che sostengono Putin, che, stanchi del costante aumento delle minacce per il loro patrimonio economico, potrebbero modificare i loro obiettivi, puntando verso una soluzione con la quale favorire un processo di pace attraverso lo sblocco e il riconoscimento delle loro attività economiche anche da parte della popolazione russa. Ciò riaprirebbe tutti gli accordi commerciali e le attività in Russia gestite anche da società straniere, con un notevole beneficio economico e sociale per tutta la popolazione. Diversamente, gli oligarchi vivrebbero sempre sotto un regime dittatoriale e nel tempo seguirebbe la sorte ben nota di tutti i regimi dittatoriali.

Una rivisitazione dell’adesione al pensiero putiniano potrebbe essere fatta anche da importanti vertici della struttura militare russa, a seguito delle attuali tensioni esistenti nella popolazione per l’attuale guerra, che si sommano a quelle derivanti dal regime totalitario in atto vigente. Essi sono sicuramente ben consapevoli che tali situazioni sociali potrebbero presto degenerare.

Ma la forza probabilmente con maggiore incisività è quella potenzialmente insita nello stesso popolo russo, attivabile solo se un qualche particolare evento facesse loro superare il vincolo della paura che gli impedisce la libertà di esprimere il proprio pensiero quando è in dissenso con quello governativo. Esistono, comunque, dei segnali che ci possono fare capire che esiste una forma di dissenso verso questa guerra da una parte della popolazione russa sottomessa all’attuale regime che ci può fare sperare positivamente.

I giovani russi, ad esempio, rappresentano sicuramente la fascia sociale meno soggetta alle imposizioni politiche e alle conseguenziali paure del dissenso; essi hanno più capacità a ribellarsi, maggiore facilità di comunicare con l’estero e comprendono maggiormente qual è il modello di vita occidentale dei giovani che vivono oggi nei Paesi dell’ex Unione Sovietica e soprattutto di quelli i cui Paesi fanno già parte dell’Unione Europea.

Tra questi giovani credo che debbano essere inclusi molti degli attuali militari in guerra, alcuni dei quali affrontano la guerra perché costretti e senza un loro vero convincimento sull’utilità della stessa.

Ogni persona in questo terribile momento dovrebbe manifestare la piena volontà a dare un proprio contributo per questa auspicata pace. Un contributo secondo le proprie possibilità politiche, sociali, economiche e culturali. La guerra rafforza la separazione tra il popolo russo e il resto dell’Europa e potrebbe ulteriormente incrementare il divario tra le popolazioni dell’ex URSS, che sono ormai integrate nell’Europa centro-occidentale, e il popolo russo.

Sul veto ai russi di partecipare alle attività musicali e sportive internazionali

Non ha alcun senso limitare l’accesso alla cultura russa o non fare svolgere la loro attività a musicisti, sportivi, cantanti, ecc. nei Paesi che sono in netto dissenso col pensiero di Putin. Io credo che complessivamente tali forme di veto non saranno accettate dalla maggioranza delle persone a livello internazionale, indipendentemente dal Paese in cui tali attività si dovranno svolgere.

La cultura, lo sport, la musica non possono essere inquinati dalle cruente azioni che vengono perpetrate da scelte operate quasi sempre per motivi economici o per l’ingordigia del potere che si manifesta soprattutto in Paesi sotto regime dittatoriale.

Sono attività che, viceversa, tendono a legare amorevolmente le persone al di là del Paese di provenienza, del loro credo religioso e della loro appartenenza politica. Sono attività che mirano all’obiettivo comune di pace universale e non alla guerra.

Certamente non può però essere consentito in Paesi democratici che tali attività si trasformino in una propaganda a favore di un regime che sta vistosamente commettendo crimini di guerra.

Dunque che ben vengano le attività musicali, sportive e culturali, purché con esse non vengano manifestate idee in netto contrasto con gli obiettivi del Paese ospitante. In definitiva chi intende manifestare apertamente le proprie idee in un Paese libero che democraticamente ammette il dissenso, non può servirsi del palco ben visibile per l’espletamento delle attività citate, che sono portatrici di pace, per fomentare invece la guerra.

A tal proposito non è facile comprendere perché alcuni importanti giornalisti hanno chiesto a partecipanti a tali attività di dichiarare apertamente se erano d’accordo con l’invasione russa in Ucraina. Forse gli intervistatori hanno dimenticato che la manifestazione di un tale dissenso in Russia viene “premiata” con la carcerazione e talvolta con la totale sparizione del soggetto interessato. Forse hanno dimenticato che le persone intervistate hanno le loro famiglie in Russia dove desiderano ritornare escludendo i rischi di una potenziale forte ritorsione. Non sarebbe dunque più opportuno evitare tali interviste la cui risposta è ovvia?

Tutt’altra cosa è vietare l'insegnamento di Dostoevskij e Tolstoj nelle scuole occidentali o cambiare i nomi di strade intestate a grandi personalità del passato russo, come da qualcuno è stato chiesto. Veti che non hanno alcun ragionevole motivo per essere posti e per i quali ci sono state giuste manifestazioni di dissenso.

Sulle notizie dell’adesione del popolo russo alle azioni di Putin

Le notizie diffuse sin dall’inizio dell’invasione di Putin sono fortemente discordanti sul significato dell’invasione e soprattutto se tale invasione, divenuta ormai una pericolosa guerra, è in realtà condivisa dal popolo russo.

Le prime notizie evidenziavano quasi un gradimento di quell’invasione che, col passare dei giorni e dei mesi, si è trasformata poi in una costante strage con vistosi “crimini di guerra.

Purtroppo, le limitazioni alla libera circolazione delle notizie in Russia diventa un forte ostacolo per la conoscenza della verità. Per fortuna restano pur sempre dei varchi attraverso i quali e in diversi modi le notizie travalicano i confini dello Stato, lasciando così in parte scoperto il velo della divulgazione delle false notizie.

Già nei primi giorni successivi all’inizio dell’invasione si seppe di quasi duemila russi dissidenti, appartenenti a diverse categorie sociali e professionali, che sono stati prontamente arrestati e alcuni di essi sembra siano scomparsi.

Che ci potesse essere un dissenso all’interno del popolo russo era ipotizzabile, soprattutto per gli antichi rapporti di amicizia e talvolta di parentela che legano ancora i due popoli anche dopo la scomparsa dell’URSS.

Dalla dissolvenza dell’Unione Sovietica molti Paesi hanno scelto un loro collocamento nell’ambito dei rapporti internazionali. E se in questa scelta hanno ritenuto opportuno avvicinarsi al mondo occidentale, ciò non è stato certamente un caso o una semplice simpatia verso l’occidente.

Così come non può essere una coincidenza se oggi i popoli che si sono separati dall’Unione Sovietica sono legati sempre più al mondo occidentale e non manifestano alcuna nostalgia, né desiderio di un ritorno al passato.

Il maggiore apprezzamento di questa nuova tendenza è emerso soprattutto tra i giovani che hanno intravisto velocemente le prospettive di potere vivere in un mondo diverso che, sebbene ancora con tanti difetti, lascia maggiori spiragli per respirare un’area di libertà e di democrazia.

Una scelta probabilmente suggerita dall’avere constatato un maggiore rispetto dei diritti umani e la possibilità di potere sperare in un futuro scevro da forti tensioni sociali e lontano dalle sanguinose guerre che hanno segnato i nostri popoli nei secoli scorsi.

La scelta viene ulteriormente avvalorata dal constatare il crescente distacco dei Paesi dell’ex URSS dalle condizioni economiche e sociali del popolo russo che, ancor oggi, non sono certamente floride. Cito, come semplice esempio, il segnale che ci arriva dalle razzie operate da alcuni militari russi che, durante l’invasione, hanno rubato tutto ciò che potevano portare via, caricando sui carri armati, water, arredi, vestiti, ecc. mettendo in risalto una situazione sociale del Paese ben diversa da quella pubblicizzata.

Ora se verso tali obiettivi si sono orientati tanti popoli dell’ex URSS è verosimile ipotizzare che gli stessi desideri possano essere allocati anche negli animi del popolo russo, anche se fortemente repressi e senza alcuna possibilità di poterli esternare pubblicamente. Ma allora è altresì verosimile ipotizzare che le notizie diffuse sul consenso all’invasione e alla successiva guerra in Ucraina, da parte della popolazione russa, siano in parte false.

Dmitriy Muratov, premio Nobel per la Pace nel 2021, capo redattore di un giornale d’inchiesta russo, che ha messo in vendita all’asta la sua medaglia del Nobel per devolvere il ricavato al fondo ucraino per rifugiati, con una sua dichiarazione riportata su rainews.it del 2 marzo scorso, mette in guardia sull’esistente rischio di una guerra nucleare, affermando, inoltre, che il 70% del popolo russo è contrario alla guerra e che tra la popolazione russa nessuno crede alla storia che l'Ucraina sia uno stato nazista. Affermazioni importanti e credibili per l’alta personalità di chi le enuncia, ma che al momento non possono essere dimostrate.

Oggi non c’è dunque la certezza di quel che realmente pensa il popolo russo in merito alla guerra e ai crimini di guerra, già vistosamente noti a tutto il mondo, ma solo autorevoli citazioni. Un esempio sulla limitazione della diffusione delle notizie in Russia è avvalorato dal fatto che Muratov, dopo avere diffuso i suoi pensieri di dissenso sulle azioni di Putin, ha subito un’aggressione ed è stato costretto a chiudere la redazione del suo giornale perché violava le norme russe sulla diffusione di informazioni.

Allo stesso modo non possono essere indicative di corretta informazione le sceneggiate televisive con bambini che inneggiano Putin, perché in un regime dittatoriale queste azioni dimostrative sono normali e non hanno bisogno di commenti.

Per non dimenticare

Se qualcuno avesse ancora seri dubbi su quel che sta accadendo in Ucraina lo invito ad approfondire l’argomento leggendo l’articolo “Non ci saremmo più”, che riporta l’intervista a Oxana Pachlovska1 , realizzata da Barbara Bertoncin e Bettina Foa, pubblicata sulla rivista “Una città” n° 283 dell’aprile 2022.

Nell’intervista, quando le giornaliste le hanno ricordato come risulti oggi tristemente profetica l’intervista che le avevano fatto del 2014, prevedendo il tentativo di Putin di rigenerare l’impero sovietico-zarista ortodosso e di impedire che l’Ucraina si avvicinasse all’Europa, ella ha così risposto con frasi che dovrebbero scuotere gli animi più duri e crudeli:

Non è mai piacevole fare brutte previsioni, e tuttavia devo dire che quello che è successo supera di gran lunga le nostre ipotesi più pessimistiche. Che si potesse arrivare a questa furiosa devastazione del Paese, alle atrocità indicibili, alla denigrazione totale della vita umana, al disprezzo di qualsiasi regola e legge internazionale... Significa che sul piano morale la Russia è catastroficamente degradata, per cui rappresenta un pericolo per tutto il mondo democratico. I deputati della Duma e vari esponenti del potere hanno detto a chiare lettere che lo scopo dell’“operazione speciale” è quello di eliminare gli ucraini e il nome stesso dell’Ucraina. Aleksej Zuravlëv, vice presidente del Comitato per la Difesa, ha anche fatto calcoli precisi: per reintegrare l’Ucraina nell’Urss-2 bisogna uccidere due milioni di ucraini. Siamo di fronte a un progetto di genocidio in piena regola. È stato anche spiegato che “denazificazione” significa deucrainizzazione e deeuropeizzazione. Intanto alla vigilia della festa del 9 maggio è stato bombardato il cimitero ebraico di Hluchiv. Volano minacce di “denazificare” la Polonia, le repubbliche Baltiche e altri paesi ancora.
Eppure non possiamo dire di essere di fronte a qualcosa di inedito. In fondo quello a cui assistiamo oggi ci aiuta a rileggere i fatti del passato, in particolare i crimini del regime sovietico perpetrati in vari momenti storici: la collettivizzazione e l’Holodomor, l’occupazione dell’Ucraina occidentale prima della guerra, la nuova occupazione dopo il ’45... Tutti crimini che hanno portato alla morte milioni di ucraini e che hanno impiegato decenni prima di venire alla luce ed essere riconosciuti.

Sono affermazioni pesanti e preoccupanti che non fanno certamente sperare in una pace duratura ancorché fossero al più presto sottoscritti, come tutto il mondo lo spera, gli accordi di pace confortati dal consenso internazionale.

E l’invasione russa quando e dove si fermerà?

Come avevo già scritto nel mio precedente articolo L’Ucraina e la teoria del formaggio svizzero, si stanno sempre più materializzando i sospetti che una sconfitta dell’Ucraina e la sua annessione alla Russia rafforzerà il concetto di onnipotenza di Putin ed è verosimile un avanzamento dell’invasione verso i Paesi già aderenti all’ex URSS.

Questa ipotesi, ben evidenziata nel citato articolo, trova conferma con quanto affermato subito dopo da Zelensky e riportato su repubblica.it del 23 maggio 2022:

Se cadiamo, se l'Ucraina non sopravvive, la Russia andrà avanti. E poi andrà negli stati baltici - in Estonia, Lituania, Lettonia. Sono piccoli Stati che da soli, anche se uniti, non potranno difendere i valori di libertà e democrazia.

Purtroppo, allo stato attuale, sembra difficile un accordo realmente condivisibile dalle due parti. Da un lato perché la Russia difficilmente potrà accettare di ritirarsi dalle terre che sta continuando ad occupare e che dichiara di essere da sempre della Russia, quali sono la Crimea e le regioni di Donetsk e Luhansk. Dall’altro lato perché l’Ucraina non sembra essere disposta a perdere quelle regioni, né sembra possa mai accettare di non aderire alla NATO.

Pertanto, appare realmente difficile che si possa raggiungere un accordo di pace, forse si potrà arrivare ad un accordo per cessare il fuoco, ma per quanto tempo? Oppure ad una pace garantita dalle Grandi Potenze mondiali, ma una pace che difficilmente potrà essere duratura.

Accettazione della guerra dal popolo russo

E in Russia, dove si prospetta un rafforzamento del regime autoritario e un indebolimento economico siamo certi che ciò sarà accettato dalla maggioranza della popolazione? I segnali delle tensioni interne sono forti, le sanzioni e le attività industriali e commerciali con partners europei rischieranno di saltare definitivamente e con ciò aumenteranno le tensioni anche per la riduzione dell’impiego di mano d’opera locale.

Le forti perdite umane hanno certamente ridotto l’effetto della propaganda russa sull’utilità dell’invasione, pubblicizzata come una guerra giusta e indispensabile contro l’idea del nascente nazismo di cui gli ucraini erano vittime. E in tutto ciò la stampa russa ha dato un forte appoggio. Malauguratamente per Putin alcune importanti notizie vere sono sfuggite al controllo di regime e tutto il mondo sta venendo a conoscenza anche di ciò che realmente prova una grande parte del popolo russo.

Comincia così a crollare il velo di menzogne secondo cui il popolo russo aveva attaccato il popolo ucraino giustificando l’invasione e i crimini di guerra come interventi a salvaguardia degli ucraini stessi dal fantomatico nazismo.

È comunque impensabile che oggi in Russia ci possa essere un reale gradimento verso l’attuale regime, perché ciò significherebbe un elogio all’esistente mancanza di libertà, al mancato rispetto dei diritti umani, un assenso e condivisione delle carcerazioni politiche e della sparizione di dissidenti, l’accettazione di una giustizia sottomessa al potere politico ed economico, significherebbe anche un’implicita accettazione e condivisione dell’attuale oligarchia russa arricchitasi con le ingenti ricchezze ottenute con l’acquisizione di importanti patrimoni pubblici, a fronte di un popolo che nella maggioranza vive in uno stato di sofferenza economica.

Considerazioni finali

Come premessa alle mie considerazioni finali desidero evidenziare che, attraverso le azioni e i crimini perpetrati per l’indebolimento dell’identità ucraina e il tentativo di sottometterla al suo potere, Putin sta ottenendo i seguenti effetti, certamente non a lui graditi:

  • un’identità nazionale ucraina più forte, con la messa in risalto di una forte volontà anti-russa;
  • un’Europa centro-occidentale che vede ad est una minaccia concreta e sempre più vicina;
  • una riorganizzazione militare dell’Europa centro-occidentale per una difesa non più mirata principalmente al solo terrorismo;
  • un rafforzamento della legittimazione della NATO da parte dei Paesi aderenti, con la tendenza ad aderirvi da parte di altri Paesi e soprattutto di quelli dell’ex URSS;
  • una tendenza all’impoverimento dell’economia russa che non consentirà a Putin di potere offrire alla popolazione russa la sperata prospettiva di crescita;
  • un isolamento della Russia da parte di Paesi con cui esiste una forte attività di interscambio commerciale e industriale;
  • un avvicinamento della Russia alla Cina, ma sicuramente in condizioni di netta subalternità.

Ciò premesso non mi sembra che l’Ucraina possa accettare la forte restrizione del suo accesso al Mar Nero, se non addirittura la potenziale esclusione. E forse assieme all’Ucraina tale limitazione non potrà essere facilmente accettata né dall’Unione Europea e soprattutto dai Paesi dell’ex URSS che hanno già aderito all’UE, né da quelli che ne hanno fatto richiesta, né da quelli che sono in procinto di chiederla.

Un ulteriore effetto di questa guerra potrebbe essere: l’allontanamento dei venti di democrazia che si sperava potessero spirare anche in Russia; il rafforzamento del potere economico dell’oligarchia che dall’occidente ha ben appreso alcuni degli aspetti sicuramente criticabili; la rivitalizzazione in pieno vigore del regime della paura e della privazione della libertà che ricorda il passato staliniano.

Con queste considerazioni è sempre più presente in me il sogno della Grande Europa, di cui ho scritto nel mio precedente articolo, per potere sperare in un futuro armonioso tra i nostri popoli, con l’autosufficienza delle risorse alimentari, energetiche e della difesa del territorio.