La città è un organismo vivente. Cambia volto, si espande, accoglie nuove abitudini e lascia che le trasformazioni della società si imprimano nelle sue architetture, nelle strade e, soprattutto, nei corpi di chi la abita. È da questa intuizione che prende forma Il corpo della città. Moda e arti tra liberty e modernità 1884–1961, la mostra allestita a Palazzo Madama che propone una lettura originale della storia di Torino attraverso il rapporto fra abbigliamento, arti visive e identità urbana.

Il percorso espositivo, curato da Giovanni Carlo Federico Villa, Maria Paola Ruffino e Gregorio Thaon di Revel Mazzonis, attraversa quasi ottant'anni di storia, dalla Torino postunitaria all'Italia del boom economico. Dipinti, sculture, abiti, fotografie, manifesti e documenti restituiscono l'immagine di una città che, dopo aver perduto il ruolo di capitale del Regno d'Italia nel 1865, seppe reinventarsi come centro industriale, culturale e manifatturiero. Il corpo diventa così una lente attraverso cui osservare le aspirazioni, le contraddizioni e le conquiste della modernità.

La moda, in questo contesto, supera la dimensione dell'ornamento per rivelarsi un linguaggio sociale. Le forme degli abiti, i tessuti, le silhouette e i gesti raccontano tanto quanto le opere d'arte: rendono visibili le gerarchie, le trasformazioni del lavoro, i mutamenti del ruolo femminile e il progressivo affermarsi di nuovi modelli di vita.

La prima sezione conduce nella Torino borghese di fine Ottocento, quando la città cerca una nuova identità dopo la perdita del primato politico. L'Esposizione Generale Italiana del 1884, ospitata al Valentino, rappresenta uno dei momenti decisivi di questa transizione. I padiglioni espositivi celebrano il progresso scientifico e le sue applicazioni all'industria, all'agricoltura e al commercio, offrendo alle imprese torinesi una vetrina nazionale. Le opere di Enrico Junck ed Enrico Reycend restituiscono una società ancora regolata da codici rigorosi, ma attraversata da una fiducia crescente nel futuro. Il corpo borghese, disciplinato e composto, si inserisce in un paesaggio urbano che comincia a immaginare nuove possibilità.

La svolta arriva con l'Esposizione Internazionale di Arte Decorativa Moderna del 1902, quando Torino accoglie le esperienze dell'Art Nouveau, della Secessione viennese e delle scuole tedesche. Le danzatrici di Edoardo Rubino, realizzate per la rotonda dell'esposizione, traducono questa energia in movimento: il corpo non è più soltanto un'immagine da contemplare, ma una presenza dinamica, capace di suggerire libertà e cambiamento.

Nel 1911, l'Esposizione Internazionale delle Industrie e del Lavoro dedica un padiglione autonomo alla moda. Il riconoscimento del settore come elemento strategico dell'economia cittadina anticipa una stagione in cui Torino saprà coniugare creatività, produzione e innovazione.

La Grande Guerra segna una cesura profonda. Negli anni Venti, la ripresa economica e industriale si accompagna a una nuova concezione del corpo, più libera e dinamica. Gli abiti si semplificano, le strutture rigide si attenuano, le linee seguono il movimento. La moda registra così le trasformazioni della vita quotidiana e le aspirazioni di emancipazione, soprattutto femminile.

Il corpo moderno è un corpo che lavora, cammina, partecipa alla vita pubblica e rivendica nuovi spazi. Anche l'arte si confronta con questa dimensione urbana. Le ricerche di Felice Casorati e dei Sei di Torino, in dialogo con le avanguardie europee e in opposizione all'arte ufficiale del regime, testimoniano la volontà di preservare un'autonomia espressiva in un contesto politico sempre più restrittivo.

Negli anni Trenta, Torino diventa la capitale italiana della moda. L'Ente Nazionale Moda promuove la costruzione di un'identità stilistica nazionale, alternativa alla centralità della couture parigina. Le creazioni si arricchiscono di colore e fantasia, celebrando un corpo femminile sportivo, elegante e attivo. Ma questa apertura convive con un progressivo irrigidimento dei modelli estetici e sociali imposti dal regime.

La trasformazione di via Roma, destinata a diventare uno degli assi principali della moda cittadina, accompagna questa stagione. Parallelamente, la fotografia futurista di Italo Bertoglio e Ottorino Gramaglia sperimenta nuove prospettive e ritmi visivi, traducendo in immagini la velocità e l'energia della metropoli.

La guerra interrompe bruscamente la fiducia nel progresso. La scarsità delle risorse, il razionamento e la riconversione produttiva impongono nuovi modi di vestire e di vivere. L'abbondanza lascia spazio alla necessità, la fantasia si confronta con il limite e l'abito diventa testimonianza concreta delle difficoltà quotidiane. In questa fase, la moda rivela la propria natura profondamente politica e sociale: non soltanto espressione del gusto, ma risposta alle condizioni materiali dell'esistenza. La capacità di adattamento e la creatività emergono come forme di resilienza, mentre Torino si prepara ancora una volta a ridefinire il proprio futuro.

L'ultima sezione accompagna il visitatore nella rinascita del secondo dopoguerra. Torino si afferma come uno dei principali motori industriali del Paese e, contemporaneamente, si apre con decisione alla scena artistica internazionale.

Le mostre Francia-Italia, avviate nel 1951, l'arrivo di Michel Tapié nel 1956 e la fondazione dell'International Center of Aesthetic Research favoriscono il confronto con artisti europei, americani e giapponesi. L'apertura della Galleria Civica d'Arte Moderna e Contemporanea nel 1959 consolida il ruolo della città come centro di ricerca e sperimentazione.

Accanto a questa vivacità culturale, la moda torinese attraversa una trasformazione economica. Mentre l'alta sartoria continua a vestire l'élite cittadina, il settore si orienta progressivamente verso la produzione industriale e la moda pronta. L'inaugurazione del SAMIA, nel 1955, segna un passaggio significativo verso un sistema capace di raggiungere un pubblico più ampio.

Il percorso culmina idealmente con Italia 61, la grande esposizione organizzata per celebrare il centenario dell'Unità d'Italia. Il coinvolgimento di architetti come Nervi, Sottsass, Gabetti e Isola, insieme a Levi Montalcini e Rigotti, testimonia l'ambizione di una città che vuole presentarsi come laboratorio della modernità. Il merito principale di Il corpo della città è quello di restituire alla moda la sua complessità culturale, sottraendola a una lettura puramente estetica. Gli abiti non sono semplici oggetti da ammirare: sono documenti storici, testimonianze di lavoro, aspirazioni e rapporti di potere. Particolarmente significativa è l'attenzione alle sartorie e alla modisteria, settori in cui le donne rappresentavano una componente fondamentale della forza lavoro cittadina.

La mostra invita inoltre a considerare la relazione reciproca fra individuo e spazio urbano. La città trasforma i corpi, ma sono anche i corpi, attraverso i gesti, i consumi e le pratiche quotidiane, a contribuire alla costruzione dell'identità cittadina.

A Palazzo Madama, questa prospettiva consente di rileggere Torino non soltanto attraverso i suoi monumenti e le sue istituzioni, ma attraverso la vita delle persone che l'hanno attraversata. Dal rigore borghese di fine Ottocento alla libertà del corpo moderno, dalle restrizioni della guerra alla fiducia del boom economico, la storia della città prende forma in una successione di silhouette, immagini e materiali.

Il corpo della città dimostra così che la modernità non è soltanto una questione di architetture e innovazioni industriali. È anche un modo nuovo di abitare il proprio corpo, di apparire nello spazio pubblico e di immaginare il futuro. E proprio in questa dimensione quotidiana, intima e collettiva, Torino rivela la sua capacità di reinventarsi.