Galleria Continua ha il piacere di presentare per la prima volta il lavoro di Hank Willis Thomas nelle sedi di San Gimignano e, contemporaneamente, di Roma. Il progetto, realizzato in collaborazione con Territorio e intitolato Tomorrow I shall contradict myself, si sviluppa attraverso un doppio percorso espositivo concepito in dialogo con l’opera di Man Ray, figura che ha rappresentato nel tempo un importante punto di riferimento per la ricerca dell’artista americano. Le mostre segnano l'inizio della collaborazione tra la galleria e Hank Willis Thomas.

L’accostamento tra i due artisti nasce dalla volontà di mettere in luce una relazione che attraversa il lavoro di Thomas in maniera profonda: l’affinità con Man Ray non si manifesta soltanto sul piano formale o nell’interesse condiviso per la sperimentazione fotografica, ma soprattutto in un’attitudine nei confronti dell’immagine e delle sue possibilità. Per entrambi, la fotografia non è mai un semplice strumento di registrazione del reale, ma uno spazio di trasformazione, capace di mettere in discussione ciò che vediamo e il modo in cui siamo abituati a guardare. Ho incontrato per la prima volta l'opera di Man Ray durante il mio primo anno di studi di fotografia alla Tisch School of the Arts della NYU, dichiara Hank Willis Thomas, dove avevamo l'opportunità di sperimentare in camera oscura con fotogrammi e solarizzazioni. Ripensandoci oggi, però, mi rendo conto che quella sperimentazione era iniziata ancora prima, nella camera oscura improvvisata nella cucina di mia madre.

Mia madre è Deborah Willis – fotografa, artista, curatrice e docente – e grazie a lei ero già in una sorta di dialogo con le idee di Man Ray molto prima di comprenderne appieno il significato. C'è anche un filo conduttore più insolito e personale: sono nato poco dopo la morte di Man Ray. Ciò che più mi ha affascinato del suo lavoro è stato il modo in cui superava i confini dell'inquadratura fotografica, interrogandosi su dove un'immagine abbia realmente inizio e dove finisca. Quell'interrogativo è diventato il seme del mio primo progetto, A thousand words, incentrato proprio sui concetti di inquadratura e contesto. Da allora, ho mantenuto una pratica artistica aperta e multiforme, spaziando tra fotografia, scultura, pittura e qualsiasi altro mezzo capace di alimentare il mio spirito ludico e la mia curiosità, proprio come lui che si muoveva liberamente tra diversi linguaggi espressivi.

Se Ray piegava la luce stessa per rivelare ciò che la macchina fotografica da sola non poteva cogliere – solarizzando un'immagine fino a invertire ombre e luci, o adagiando oggetti sulla carta fotografica per catturarne l'impronta in un rayogramma – io ho portato avanti quella stessa ossessione per la luce esplorando nuovi territori materici. Alcune immagini delle mie opere retroriflettenti restano silenti e immobili finché non vengono colpite da un flash o da un fascio di luce: è allora che una seconda immagine, nascosta, emerge da quella iniziale. Si tratta della stessa domanda che Man Ray si poneva in camera oscura: cosa sceglie di rivelare la luce e cosa cela finché non osserviamo con sufficiente attenzione? Esporre accanto a lui, oggi, a Galleria Continua, è come chiudere un cerchio iniziato decenni fa nella cucina di mia madre.

Tomorrow I shall contradict myself costruisce un dialogo tra opere appartenenti a epoche e contesti differenti, facendo emergere risonanze, continuità e distanze. Se Man Ray ha contribuito a liberare l’immagine fotografica dalla necessità di rappresentare fedelmente il mondo, aprendola alla sperimentazione, all’ambiguità e all’inatteso, Hank Willis Thomas ne raccoglie e rielabora alcune intuizioni attraverso una prospettiva profondamente contemporanea. Nel suo lavoro, l’immagine diventa uno strumento attraverso il quale interrogare i meccanismi della percezione e della rappresentazione, così come le costruzioni culturali e sociali che determinano ciò che vediamo e ciò che spesso rimane invisibile. Il confronto con Man Ray permette di attraversare la pratica di Thomas da una prospettiva inedita, inserendola in una più ampia riflessione sulla storia e sul potere delle immagini.

Mi piacciono le contraddizioni. Non abbiamo mai raggiunto l'infinita varietà e le contraddizioni che esistono in natura. Domani mi contraddirò. Questo è l'unico modo che ho per affermare la mia libertà, la vera libertà che non si trova come membro della società, affermava Man Ray. Pioniere della fotografia surrealista, Ray si è allontanato dalle modalità tradizionali di creazione artistica per sperimentare con il caso, la spontaneità e le possibilità inattese della materia. La sua opera spazia tra pittura, scultura, cinema e scrittura, espressione di un'innata irrequietezza e di un'insaziabile curiosità verso ciò che l'arte può essere e fare. Nelle opere fotografiche, la sperimentazione sulla luce e sui processi di sviluppo trasforma il reale in visione: attraverso rayografie, solarizzazioni e audaci costruzioni dell'immagine, corpi e oggetti perdono la loro funzione originaria per assumere forme enigmatiche e surreali. Allo stesso modo, nelle sculture e negli oggetti, Man Ray interviene sulla realtà quotidiana attraverso associazioni impreviste, alterazioni e gesti ironici, mettendo in discussione il confine tra opera d'arte e oggetto comune. La pittura rappresenta un ulteriore territorio di libertà, nel quale forme, simboli e suggestioni oniriche si intrecciano in composizioni che sfuggono a una lettura univoca. Attraverso questi linguaggi, Man Ray ha costantemente sfidato la percezione e l'autorialità, rifiutando categorie fisse e abbracciando la contraddizione sia come metodo che come filosofia.

Man Ray utilizza la fotografia e la scultura per destabilizzare il familiare, trasformando oggetti e motivi della quotidianità in territori attraversati dal desiderio, dall'ironia e da una sottile inquietudine. Thomas affida alla scultura la capacità di fissare e dare nuova risonanza a gesti e momenti dal profondo valore simbolico. Isolando azioni essenziali, l'artista ne esplora il potenziale comunicativo e la capacità di evocare questioni legate all'identità individuale e collettiva, all'ambizione, alla perseveranza e al senso di comunità. Gesti tanto immediati quanto universali – due mani che si stringono, un pugno sollevato in segno di solidarietà – vengono sottratti alla fugacità dell'istante e tradotti in sculture monumentali di marmo venato. Attraverso la materia e la scala, Thomas conferisce loro una dimensione insieme intima e pubblica, trasformandoli in monumenti alla forza dell'azione collettiva. Il ricorso al marmo pone inoltre queste opere in un dialogo diretto con il canone storico-artistico della scultura classica, rileggendone forme e linguaggi alla luce delle narrazioni e delle istanze del presente.

Aimé e Suzanne Césaire, scrittori e teorici martinichesi legati al Surrealismo, concepivano il movimento come uno strumento per una radicale rivoluzione della mente: un'attitudine etica e intellettuale che Man Ray ha incarnato attraverso l'ironia, l'apertura al caso e una costante audacia formale. È a partire da questa eredità di libertà e sovversione che Hank Willis Thomas traccia nuove connessioni tra la storia dell'arte e quella del colonialismo, interrogandone le narrazioni e i sistemi di rappresentazione. Thomas costruisce una sorta di cronologia visiva in cui la storia dell'arte, le dinamiche della conquista e i processi di emancipazione vengono riletti e posti in relazione. Sovrapponendo materiali d'archivio, iconografie sedimentate nella tradizione storico-artistica e riferimenti alla cultura popolare, l'artista porta alla luce i meccanismi attraverso i quali le relazioni di potere, le lotte per l'indipendenza e l'affermarsi degli scambi commerciali sono stati inscritti nell'immaginario occidentale. Il suo lavoro invita così a interrogare nell'immaginario occidentale. Il suo lavoro invita così a interrogare criticamente i dispositivi che determinano ciò che vediamo, il modo in cui lo vediamo e, soprattutto, chi ha storicamente avuto il diritto di essere rappresentato.