Come scultore, parlo il linguaggio della materia, nella convinzione che ogni cosa abbia un significato. La possibilità di un mondo inizia con la possibilità di un corpo: voglio re-immaginare entrambi. Spero che questa mostra apra gli occhi su un mondo costruito, che diamo per scontato, permettendoci di sperimentarlo come fosse la prima volta - uno sguardo condiviso da creatura appena nata e artista.

(Antony Gormley)

Galleria Continua è lieta di presentare What holds us, una nuova mostra del celebre scultore britannico Antony Gormley che esplora la nostra condizione di animali urbani attraverso l’eco di una gamma di materiali diversi, dai più primordiali come la pietra e l’argilla a quelli industriali come il cemento e il ferro, per culminare nel medium più diffuso e fragile: il cartone.

Lo spazio principale del teatro, dove ha sede la galleria, è interamente occupato da un’installazione site-specific, Innercity (2026). Quindici giganteschi edifici corporei costruiti in cartone creano un labirinto urbano che ci invita a muoverci tra e attraverso spazi aperti e chiusi, che ora ci negano l’accesso, ora ci suggeriscono di esplorare al loro interno. Tali opere reinventano l’anatomia del corpo nel linguaggio dell’architettura.

Questa ricostruzione giocosa della nostra condizione attuale di abitanti delle città, opera come una sorta di “re-incanto” di quegli ambienti che, sin dalle origini di San Gimignano, ci hanno affascinato per il loro potenziale onirico nell’offrire riparo e sicurezza; qui vengono però restituiti nel materiale utilizzato da Amazon per consegnare in tutto il mondo oltre sei miliardi di pacchi all’anno.

Per questa mostra Gormley lavora con l’intero edificio, dentro e fuori. I “Blockworks” in basalto all’inizio del percorso espositivo utilizzano la sovrapposizione, dove una parte si relaziona alla parte, una parte al tutto e l’intera scultura all’edificio. Queste opere trattano la galleria stessa come parte integrante dell’opera; lo fanno invertendo la dinamica della cariatide affidandosi alle mura del XIV secolo per sostenersi, trasmettendo un senso di dipendenza e incarnando al contempo un potenziale di crollo. Negli “Slabworks”, due volte la grandezza naturale, Gormley utilizza anche blocchi di terracotta a peso morto impilati, per combinare due corpi come un castello di carte, creando strutture unificate di connessione che suggeriscono intimità. Installato alla base di una torre un tempo crollata, un “Bunker” in cemento, Skew II (2026), presenta un foro in corrispondenza della bocca che garantisce l’accesso visivo al suo interno buio. Nel labirinto, sculture a grandezza naturale e half-scale in cemento, pietra, ferro e terracotta, tracciano il costante interesse di Gormley verso i materiali e la sperimentazione in relazione ai concetti di massa, vuoto e stati di apertura e chiusura. All’esterno le sculture si stagliano contro il paesaggio toscano.

I disegni esposti esplorano l’esperienza delle soglie oscure e di altri varchi che si aprono sulla luce.

What holds us coinvolge lo spettatore in un percorso esperienziale che si muove dal confronto all’esplorazione, interrogandosi su ciò che ci sostiene, ciò che ci contiene e quello che crediamo essere permanente.