Alba.
Pronunci questa parola lentamente, magari proprio mentre fuori è ancora notte e il mondo se ne sta raccolto nella sua tana di ombre. Alba. Quattro lettere, due sillabe, un soffio breve che nasce sulle labbra e subito si apre. Prima la a, larga come una bocca che respira; poi la l, liquida e luminosa; infine la b, occlusiva, che blocca per un istante il fiato che sta per uscire prima di restituirlo all’ultima a.
Alba. È una parola che ti entra in camera da letto quando sei ancora nel dormiveglia. Si insinua dalle fessure delle imposte, sfiora il cuscino, avanza sulle pareti e a poco a poco restituisce un contorno alle decorazioni sul meraviglioso soffitto che hai sulla testa. Riconsegna il mondo al mondo, te al mondo, il mondo a te. L’alba comincia così: il buio cambia colore piano piano.
I netturbini con le scope di saggina hanno già iniziato il loro turno e così gli operai nelle fabbriche. L’infermiera percorre il corridoio dell’ospedale dei Santi Giovanni e Paolo, un pescatore scioglie la cima alle bocche di porto, un camionista in terraferma ascolta alla radio una voce che gli faccia compagnia dopo la sosta all’Autogrill, un padre e una madre cullano una bambina che ha confuso la notte con il giorno. Da qualche parte una persona torna a casa, da qualche altra una persona parte. Qualcuno nasce. Qualcuno muore. Qualcuno decide finalmente di pronunciare una frase trattenuta per anni.
L’alba contiene tutto questo e consente l’indaffarato ricominciare della vita.
La famiglia del bianco
Prima di indicare un’ora del giorno, alba indicava un colore. La parola risale al latino alba, femminile di albus: bianco, chiaro. Designa il pallore che affiora lento quando la notte comincia a perdere consistenza. L’alba è dunque, già nella sua etimologia, uno schiarire.
Dalla stessa base latina provengono parole che sembrano lontane e invece custodiscono una parentela luminosa. Albina è una persona con una pigmentazione della pelle molto ridotta. Albume è la parte bianca dell’uovo, che si contrappone al giallo del tuorlo.
Ci sono poi nomi propri e geografici: Alba, Albano, Albino, Albione. In alcuni casi la parentela è certa, in altri soltanto possibile o stratificata da secoli di trasformazioni. Le parole, come la luce e come la vita degli esseri umani, non percorrono sempre strade rettilinee.
Anche album appartiene a questa costellazione. Nell’antica Roma l’album era una tavola imbiancata sulla quale venivano esposti avvisi pubblici o editti. Il bianco era quindi una superficie disponibile alla scrittura. Da lì la parola è passata a indicare una raccolta di pagine, fotografie, figurine, ricordi.
La radice di alba contiene così un connotato preciso: il bianco. Ogni inizio assomiglia un poco a quella tavola imbiancata: la disponibilità allo scrivere il primo capitolo di un nuovo libro, quale che sia l’andamento del racconto e la sua conclusione.
Aurora, luce che precede il chiarore
Attorno ad alba si raccoglie una piccola folla di parole. Si assomigliano, si chiamano, qualche volta si scambiano il posto, eppure nessuna dice esattamente ciò che dicono le altre.
Aurora viene dal latino aurōra, nome dell’aurora e della dea che la impersona. Dietro la forma latina gli studiosi riconoscono una radice indoeuropea ricostruita come aus-, legata al brillare e al chiarore dell’est: la stessa famiglia alla quale appartengono il greco Ēōs, il sanscrito vedico Uṣas e parole germaniche come l’inglese east, che significa est. Lingue lontane hanno custodito nel suono la medesima direzione. È una parola più solenne di alba: offre all’inizio del giorno dita capaci di sfiorare il cielo e la nostra intimità. Omero aveva celebrato questa dea "dalle dita rosate”. Noi con lui celebriamo il sorgere della luce.
Aurora è la dea messaggera che arriva prima della notizia. Gli antichi immaginavano che abitasse nel lontano Oriente, la associavano all'amore, al desiderio e a una certa malinconia che tu ben conosci. Secondo una tradizione antica, Afrodite la punì condannandola a desiderare eternamente uomini mortali. Da allora Ēōs rapiva giovani bellissimi sulla Terra e li conduceva nel proprio palazzo nell'estremo Oriente.
Mattino, il tempo che si organizza
Mattino deriva dal latino mātūtīnus, ‘del mattino’, aggettivo formato su Mātūta, antica divinità italica della luce mattutina, dei porti e delle nascite. I Romani la chiamavano Māter Mātūta: una madre dell’ora che apre, imparentata per funzione con l’Aurora ma più vicina alla vita concreta, alle partenze e agli approdi. Dalla stessa forma latina discende anche mattutino, aggettivo che indica ciò che appartiene alle prime ore. Nella tradizione liturgica cristiana più antica, il Mattutino era una delle ore canoniche della Liturgia delle Ore: una preghiera comunitaria o personale composta soprattutto da salmi, letture bibliche e testi dei Padri della Chiesa, celebrata durante la notte o prima dell’alba.
Nel mattino, l’alba è già entrata nella casa con il corredo dei suoi rituali. Ha orari precisi, la sveglia che suona, il letto da rifare, una tazza da preparare per la colazione, chiavi da sistemare, scarpe da allacciare, immondizie da portare all’uscio. Se l’aurora appartiene quindi ancora al mito, il mattino mette la luce al tavolo da lavoro e organizza ciò che il primo chiarore aveva soltanto lasciato intravvedere.
Risveglio, il ritorno alla veglia
Risveglio prende origine da svegliare, con il prefisso ri-, che ti indica ritorno, ripetizione e rinnovamento. Svegliare è connesso a vegliare, dal verbo pronunciato al tempo di Cesare e Cicerone vigilāre, derivato da vigil: ‘desto’, ‘attento’, ‘vigile’. Nella medesima famiglia incontriamo la vigilia, il vigilante e la vigilanza. Quando si è svegli, non basta avere gli occhi aperti: occorre custodire l’attenzione.
Ma ci si può risvegliare anche senza avere dormito, anche se la notte è trascorsa insonne. Accade quando una verità raggiunge finalmente la coscienza, quando vediamo il costo di un’abitudine che non fa più parte della nostra esistenza o il valore di una presenza di cui avevamo sottovalutato il valore. Il risveglio assume così i contorni di un affiorare alla coscienza, è un vedere che diventa sapere, secondo l’antica espressione, “ho visto e quindi so”.
Sorgere, levarsi dal basso
Sorgere continua il latino surgere, forma contratta di subrigere, composto da sub-, ‘da sotto’, e regere, ‘raddrizzare’, ‘dirigere’: alzare, far levare, portare in posizione eretta. Nella parola resta dunque il basso dal quale il movimento prende avvio e la direzione che lo conduce verso l’alto. È un verbo verticale, parente del risorgere e della resurrezione, capace di attraversare il corpo, il cielo e la coscienza.
Sorge il sole, sorge una domanda, sorge un dubbio. Come i fenomeni emergenti, ciò che sorge affiora dal basso e sorprende: sbuca, rampolla, si schiude all’esistenza. Qualcosa prende altezza dentro il campo dello sguardo. Non sappiamo ancora quanto durerà, ma non possiamo più fingere che non esista.
Origine, il punto da cui scorre
Origine viene dal latino orīgo, dal verbo orīri: nascere, levarsi, apparire. Alla stessa famiglia appartengono oriente, dal participio oriēns, e originario, ciò che sta vicino al principio. L’origine non si configura soltanto come il punto cronologicamente primo: è la sorgente dalla quale qualcosa continua a ricevere forma, come un fiume che porta con sé l’acqua remota della fonte.
Unde origo, inde salus è la frase meravigliosa e meravigliante che possiamo leggere incisa nel tondo al centro della chiesa della Madonna della Salute a Venezia: “Laddove c’è l’origine, lì puoi trovare la salute”. Il riferimento è a Maria che ha salvato i veneziani dalla peste, il riflesso va a tutto ciò che di buono attraversa le nostre esistenze e alla sua fonte prima. Il tempo dell’alba è sempre l’origine del giorno. L’origine non è sempre un punto fermo alle nostre spalle. Talvolta la comprendiamo soltanto dopo aver percorso molta strada, spesso tortuosa. Torniamo con la memoria a un gesto quasi dimenticato e riconosciamo lì il principio di molto. Facciamo affiorare i ricordi buoni e lì individuiamo il nostro est.
Esordio, il passo fuori dalla fila
Esordio è connesso al sostantivo latino exōrdium, da exōrdīri: ‘cominciare a tessere’, ‘avviare una trama’. Il prefisso ex- indica l’uscita, mentre ordīri è disporre i fili sull’ordito; dalla stessa famiglia vengono ‘ordito’ e ‘ordire’, che possono significare tanto tessere quanto preparare segretamente un disegno. Per i retori latini l’exōrdium era l’inizio del discorso, il punto in cui l’oratore cercava di conquistare l’attenzione e la benevolenza di chi ascoltava. Quel lontano ordīri appartiene alla stessa famiglia dell’ordināre, che significava ‘disporre in serie’, ‘regolare’ e di ornāre, nel senso di ‘apparecchiare’, ‘disporre’.
Esordire significa allora affidare il primo filo al telaio, che è lo strumento che consente l’intreccio, cioè l’avverarsi e l’incarnarsi della complessità. Il disegno non è ancora visibile, eppure da quel gesto iniziale, da quell’alba, dipenderà la trama del giorno. Le parole si annodano, si intrecciano, si fanno tessuto e testo: anche testo, dal latino textus, appartiene alla famiglia del tessere. Ogni prima parola pronunciata davanti agli altri porta con sé questa incertezza: nel pronunciare il tuo primo ciao di saluto, ti esponi all’incerto che è annodato sia con il destino sia con la tua volontà e non sai mai quale figura nascerà dopo quel ciao.
Nascita, separare per congiungere
Nascita deriva da nascere, continuazione del latino nāsci, collegato a nātūra, ciò che nasce e possiede una forza generativa. Dalla stessa famiglia più ristretta provengono i parenti prossimi nativo, nazione, natale e rinascita: parole nelle quali l’atto del venire al mondo diventa appartenenza, tempo, comunità e possibilità di ricominciare. Nella forma latina il verbo era deponente: aveva aspetto passivo e significato attivo, quasi a ricordare che nessuno nasce da solo e nessuno si dà interamente la vita.
Andando a quell’antico nāsci e cercando di scovare la famiglia più allargata, troviamo che risale a un ancora più antico gnāsci che quindi si connette alla radice indoeuropea gen: questa radice è stata molto produttiva, molto prolifica e ha generato, ad esempio, il verbo generare, il sostantivo generazione, gli aggettivi genitale e genetico.
Il miracolo ordinario
Le aurore più spettacolari diventano fotografie. Ognuno di noi ne ha presenti alcune: le nuvole che si incendiano sulle Dolomiti, la laguna che si tinge di rame quando stai facendo jogging la mattina prestissimo, il deserto che indossa per pochi istanti una corona rosa. Prendiamo il telefono, inquadriamo, scattiamo. Vorremmo trattenere quella bellezza prima che il giorno la trasformi in normalità.
Eppure la maggior parte delle nostre albe è discreta. C’è il tetto del palazzo di fronte. Un’antenna. Una grondaia. Le erbacce che crescono nel piccolo campo sotto casa. La finestra illuminata di qualcuno che non conosciamo. Anche lì sorge il sole.
La luce non seleziona i paesaggi degni di essere toccati. Non illumina soltanto ciò che è bello. Cade sui monumenti e sulle discariche, sui giardini curati e sui cantieri, sulle mani di chi accarezza e sulle mani di chi ferisce. Non sai cosa porterà il tuo mattino e spesso porta un panorama simile a quello del giorno prima. Spesso, non sempre: in qualche giorno si annida un tipping point, un punto di svolta, un punto di non ritorno che conduce l’esistenza altrove e impedisce di ricominciare nello stesso modo.
Questa indifferenza della luce può apparire crudele. Vorremmo che il sole si rifiutasse di sorgere sui luoghi della violenza, che trattenesse i propri raggi davanti alle ingiustizie, che distinguesse il dolore dall’allegria. Invece illumina ogni cosa.
La prima responsabilità della luce è rendere visibile, forse è la sua sola responsabilità. Vale per il cielo e vale per te.
Ci sono albe interiori che non ti rendono più felice. Ti fanno vedere. Illuminano una relazione diventata vuota, una paura che governa le tue scelte, un’abitudine che avevi scambiato per destino, una parola con cui ti ferisci ogni giorno. Fino a un momento prima, tutto era presente ma confuso nel buio. Poi qualcosa cambia colore. Lo riconosci nella tua alba. E ciò che riconosci non può più tornare completamente invisibile.
Come canta Franco Battiato, è difficile trovare «l’alba dentro l’imbrunire». Proprio per questo riconoscere il primo chiarore interiore richiede attenzione: la luce talvolta nasce mentre il buio sembra ancora avanzare.
Prima dell’inizio
Quando comincia l’alba?
La domanda potrebbe sembrare adatta a un astronomo e in parte lo è: esiste il crepuscolo astronomico. Il sole si trova sotto l’orizzonte e tuttavia la sua luce raggiunge già gli strati dell’atmosfera. Il giorno non è arrivato ma ha mandato avanti un messaggero. È radius che attraversa lo spazio, prima di essere lux e poi lumen e poi ancora splendor. Lo noti bene quando ti trovi in spiaggia prima dell’alba, lasciando l’ovest alle tue spalle e volgendo lo sguardo al mare.
E nella vita, quando comincia un inizio?
Quando un insieme di granelli comincia a diventare un mucchio di sabbia? Qual è il granello aggiunto agli altri che determina l’emergere della nuova forma emergente del mucchio? E, al contrario, qual è il granello sottratto che la fa svanire?
Un innamoramento nasce al primo incontro, al primo sguardo o nel momento in cui, molto tempo dopo, comprendiamo che quella persona ha modificato la geografia della nostra esistenza?
Forse gli inizi più importanti non hanno una data precisa. Lavorano sotto l’orizzonte. Preparano il proprio chiarore mentre tu credi che sia ancora notte e ti tormenti sotto le lenzuola in attesa che nella stanza entri la luce.
Il seme non è immobile e non è albero. Immerso nella terra si spacca. Beve. Si trasforma. Si orienta alla ricerca di un sopra e di un sotto: una parte cerca la profondità, un’altra la superficie. È così per te, in dinamico pendolare tra questa e quella. La radice affonda nel buio ctonio mentre il germoglio cerca la luce. Per nascere occorre muoversi in direzioni opposte.
Eccoci di fronte a uno dei paradossi dell’alba: ciò che appare all’improvviso può essersi preparato a lungo. La comprensione che ci sorprende sotto la doccia, durante una passeggiata nella zona del Ghetto o in coda al piccolo supermercato vicino a casa non è necessariamente nata in quell’istante. La tua mente aveva lavorato nelle retrovie. Aveva accostato frammenti, sciolto nodi, tessuto fili. Poi, finalmente, una figura è emersa. Un’alba. Chissà quante possibilità stanno maturando oggi sotto il tuo orizzonte. Quante opzioni. Non le vedi ancora, eppure lavorano.
Il primo respiro della luce
Alla nascita il primo gesto decisivo è respirare. Poi, solo poi, viene il vagito. L’aria entra nei polmoni, li apre, inaugura un ritmo che continuerà per tutta la vita. Settecento milioni di respiri, secondo uno studio, è il numero di inspirazioni ed espirazioni che un essere umano compie in media nell’arco della propria esistenza. Inspirazione, espirazione. Accogliere, restituire. Prendere, lasciare. Nascere significa entrare in questa alternanza. Ogni vita umana fuori dal grembo inizia dal primo respiro. Anche l’alba sembra respirare.
La luce inspira il paesaggio e poi lo restituisce ai nostri occhi. Raccoglie i colori rimasti compressi nella notte e li distende sulle cose. Il verde torna verde. Il blu si separa dal nero. I volti escono dall’indistinto. Non tutto, però, diventa subito chiaro. L’alba conserva zone d’ombra. È incompleta, esitante, sfumata. È ambigua, come la nostra esistenza. Non possiede la sicurezza del mezzogiorno, quando ogni oggetto esibisce il proprio profilo. Abita l’incertezza.
Ed è proprio questa la sua forza. Il possibile ha bisogno di penombra, delle tonalità del tuo grigio. Se tutto fosse già definito, nulla potrebbe davvero cominciare. L’alba ti dona abbastanza luce per muovere il primo passo, non abbastanza per conoscere l’intero cammino. Forse l’orientamento sta in questo: nel vedere il singolo passo, a prescindere dalla meta.
I viaggi delle parole
Le parole viaggiano più di noi.
Attraversano frontiere senza mostrare il passaporto, salgono sulle navi, marciano con gli eserciti, si nascondono nei libri, si siedono alle tavole dei mercanti, cambiano abito, accento, genere. Qualche volta arrivano in una nuova lingua irriconoscibili, come parenti lontani incontrati dopo tanti anni. Qualche volta conservano un gesto, un suono, una minuscola scheggia del paesaggio dal quale provengono. Anche le parole dell’alba hanno viaggiato: seguendole scopri che ogni lingua si affaccia sul medesimo mattino da una finestra differente. C’è chi vede il bianco, chi la rottura, chi l’apertura, chi la separazione, chi il risveglio. Il sole è uno, ma le aurore sono molte.
L’inglese possiede almeno tre modi comuni per dire alba: sunrise, dawn, daybreak.
Sunrise è il sorgere del sole, l’immagine che vediamo all’orizzonte, benché l’astronomia ci ricordi che il sole non sale affatto: è la Terra a ruotare. Dawn indica il primo apparire della luce. Dawn deriva dall'inglese antico dagung, da dagian, che significa ‘diventare giorno’ e risale al proto-germanico dagaz, che significa ‘giorno’ (la stessa radice da cui deriva il tedesco tagen, ‘albeggiare’). Daybreak, invece, offre un’immagine potente: il giorno si rompe. Break è spezzare, infrangere, aprire una frattura. Il giorno rompe la notte come un germoglio che spacca la crosta della terra.
Lo spagnolo amanecer possiede invece il movimento del verbo. Significa fare giorno, sorgere, cominciare ad apparire nella luce ed è formato dal latino māne, ‘mattino’, con il suffisso verbale -escĕre che esprime l’inizio o il progressivo prodursi di un fenomeno.
Il tedesco Morgendämmerung costruisce un paesaggio intero unendo Morgen, mattino, e Dämmerung, crepuscolo. È il crepuscolo del mattino, il tempo mescolato in cui notte e giorno convivono senza essersi ancora divisi. Il tedesco ci consegna una parola lunga per un’ora incerta.
Morgendämmerung si configura quindi come una parola-confine. Una parola che rifiuta la fretta di scegliere: buio oppure luce, fine oppure principio, paura oppure speranza. È una parola che volta le spalle all’or-or e abbraccia l’et-et. Per qualche istante tutte queste realtà possono stare insieme.
Ci sono periodi della vita che somigliano alla Morgendämmerung. Non siamo più chi eravamo ma non sappiamo ancora chi diventeremo. Il vecchio nome non ci contiene, quello nuovo non è stato pronunciato. Ci sentiamo confusi perché vorremmo essere già dall’altra parte.
Poi comprendiamo però che la confusione è proprio il colore naturale del passaggio. Non siamo bruchi destinati a diventare farfalle, ma siamo insieme, nello stesso tempo di trasformazione e cambiamento, un po’ bruco e un po’ farfalla, ancora una volta et-et.















