Mi piace raccontare quella storia in cui mia mamma era una dj in una piccola radio di un piccolo paesino nella provincia di Varese nel 1984. Sono nata alla fine di quello stesso anno, letteralmente il 30 dicembre. Per tutta la gravidanza mia mamma ha messo e tolto dischi e per annunciarli leggeva il foglio su cui i titoli erano scritti come si pronunciavano, chiacchierava on air e con il microfono spento con chiunque passasse a trovarla.
Mi piace raccontare questa storia come a giustificare ogni "questa la conosco!" riferendomi a pezzi antecedenti la mia data di nascita. E sì, potrebbe essere che abbia sentito quelle canzoni chissà dove e chissà quando in tenera età, ma vuoi mettere con la versione le-ho-sentite-nella-pancia-della-mamma? La musica arriva prima.
Prima che tu abbia il tempo di elaborarne il genere, riconoscere i bpm, stabilirne l’autore, la musica ha già iniziato a dialogare con il cervello coinvolgendo aree legate alla memoria, alle emozioni e alla percezione del piacere. Ed è proprio per questo che una melodia può riportarti indietro nel tempo, recuperando emozioni, ricordi e sentimenti che sembravano dimenticati. Prima che lo dica tu, ti fa anche tornare alla mente quel tuo ex che ti ha spezzato il cuore ed è proprio quella l'emozione che condivide con l'autrice o il compositore.
A volte le parole non bastano e allora servono i colori. E le forme. E le note. E le emozioni.
( Alessandro Baricco)
Le note arrivano alle orecchie e si intrufolano fino al cervelletto per attivare quella che si chiama "sincronizzazione spontanea": hai presente quando parte Wannabe delle Spice Girls e sei lì che tieni il tempo con il piede? Il tuo corpo, i tuoi muscoli, si sincronizzano al ritmo con naturalezza e fluidità, senza bisogno di chissà quale ragionamento complesso e riducendo la sensazione di sforzo. Ecco perché se vuoi stracciare i tuoi amici alla panca piana ti conviene azzeccare la playlist!
La musica arriva prima, bypassa qualche circuito e funziona da stimolatore esterno che ti spinge inconsapevolmente a superare blocchi motori o rigidità e il suo potere è ampiamente sfruttato per aiutare i malati di Parkinson a camminare un po' più velocemente, a ridurre quelle sensazioni di piedi pesanti come fossero bloccati nel cemento e, grazie al canto, a ridurre i disturbi del linguaggio.
Tutto questo dimostra la versatilità della musica, il cui utilizzo spazia dalla terapia all'intrattenimento vero e proprio, passando attraverso l'attivazione emotiva per arrivare alla neuroplasticità. Nello specifico, il Neurofeedback Dinamico Non Lineare Neuroptimal sfrutta proprio la capacità della musica di agire come stimolatore esterno per favorire processi di autoregolazione del cervello, attraverso un sistema di feedback che permette al sistema nervoso di riconoscere e riorganizzare le proprie risposte.
Una sessione di Neuroptimal dura 33 minuti, una manciata di minuti in più del disco Reign in Blood degli Slayer, senza condividerne i suoni truci e veloci. La musica è caratterizzata da suoni ambientali che possono richiamare lo strepitio del fuoco o la pioggia che cade, tamburi, chitarre, campane tibetane e via dicendo e funziona come veicolo di correzione delle attività cerebrali instabili o inefficienti.
Grazie ai sensori posizionati sulle tempie, il programma rileva alcuni aspetti dell’attività cerebrale e, quando individua variazioni rispetto al ritmo previsto, interrompe la musica. Questa piccola interruzione diventa un segnale per il sistema nervoso, che viene invitato a riorganizzarsi e trovare un nuovo equilibrio. È come se una variazione improvvisa nel ritmo attirasse l’attenzione del cervello e lo spingesse a rispondere.
Ho provato in prima persona il Neurofeedback Neuroptimal e – senza nessun interesse di tipo commerciale – posso raccontare la mia esperienza con questo strumento. Nel mio percorso, già a metà del ciclo previsto di 21 sedute, ho iniziato a percepire cambiamenti nella lucidità mentale, nella capacità di leggere l’ambiente e prendere decisioni, nella sensibilità verso gli stimoli e in un più profondo senso di presenza e focalizzazione.
La musica è la lingua dello spirito. La sua segreta corrente vibra tra il cuore di colui che canta e l'anima di colui che ascolta.
(Khalil Gibran)
Dopo un profumo o un odore, sono certe note e certe melodie a risvegliare ricordi dopo averceli appiccicati addosso chissà quanto tempo fa, chissà dove e chissà con chi. E così basta una linea melodica per tornare in quel là e allora talvolta piacevole, talvolta doloroso, per riportare in vita chi ci ha lasciato tempo fa, per rivivere un'estate o per scaldarci al ricordo di un bacio.
La musica ha la capacità di alterare la nostra percezione della realtà, di colorarla di una sfumatura buffa o malinconica e di far muovere ritmicamente il mondo. Il film Begin Again (Tutto può cambiare, in italiano) contiene una scena che descrive bene l'affermazione di qualche riga sopra. Una notte Dan, un produttore musicale in declino interpretato da Mike Ruffalo, passeggia per New York con la cantante Gretta (Keira Knightley) condividendo le cuffiette e poco prima di premere play le dice:
È questo che amo della musica. Una delle scene più banali all'improvviso si trasforma in una perla preziosa, una cosa bellissima.
Il caos, il grigio, l'anonimità di una grande città come New York si trasformano in movimento ritmico e sincronizzato e persino delle persone che litigano sembrano assecondare la musica di Frank Sinatra e Stevie Wonder.
Ecco allora che la frase di Khalil Gibran ci aiuta a comprendere come certe canzoni sembrano parlare di noi, come quel pezzo metal possa rendere meno pesante un turno di lavoro in fabbrica, come un momento di intimità possa seguire il ritmo di un pianoforte e di una chitarra acustica.
Le parole danzano con le emozioni in ogni canzone scritta dall'artista più famoso e dal cantautore della porta accanto, colui che la sera, dopo una lunga ed estenuante giornata di lavoro, lascia sgorgare la sua anima attraverso il suo strumento preferito.
Forse è così che certe canzoni sembrano conoscerci così bene. Forse è così che certe melodie ci riportano ad una versione di noi che abbiamo dimenticato.
E così metto le cuffie, come a voler ritrovare la sicurezza del grembo materno, circondata dalla musica di una piccola radio di provincia.














