Ci sono momenti nella storia in cui il silenzio non è più prudenza. Non è più diplomazia. Non è più attesa. Diventa una scelta.
E quando davanti agli occhi del mondo continua a consumarsi una tragedia umana di dimensioni così immense, scegliere di non vedere, di non sentire e di non parlare può trasformare il silenzio in vigliaccheria. E, almeno sul piano morale, in una forma di complicità.
Dai fatti che continuo a registrare in Palestina devo purtroppo ammettere ‒ con profonda amarezza ‒che non mi aspettavo una coscienza civile così debole in una parte tanto ampia del mondo europeo e occidentale.
Non mi aspettavo di vedere ancora tanto odio. Tanta indifferenza. Tanta incapacità di riconoscere nell'altro un essere umano.
Non mi riferisco soltanto ai governi, alle cancellerie e alle istituzioni internazionali. Mi riferisco anche alle persone comuni, agli intellettuali, ai giornalisti, ai cittadini che conoscono la storia dei diritti umani, che hanno pianto davanti alle tragedie del passato e che oggi, davanti alle immagini di Gaza, sembrano avere improvvisamente perso la capacità di indignarsi.
Il male non comincia sempre con chi impugna un'arma. Talvolta comincia molto prima. Comincia quando smettiamo di riconoscere nell'altro un essere umano come noi.
Quando la prudenza diventa vigliaccheria
Naturalmente non tutti i silenzi sono uguali. C'è il silenzio di chi ha paura. C'è quello di chi vive sotto un potere autoritario e teme conseguenze personali. C'è il silenzio di chi si sente impotente e non sa come intervenire.
Ma esiste anche un altro silenzio: quello di chi sa, di chi vede e di chi comprende perfettamente ciò che sta accadendo, ma sceglie di non prendere posizione perché farlo potrebbe costargli qualcosa: una carriera, un consenso politico, un rapporto economico, un'amicizia, una posizione sociale. È questo il silenzio che diventa più difficile da giustificare.
Una grande amarezza riguarda anche quella parte della comunità ebraica internazionale che, pur conoscendo meglio di chiunque altro il significato storico della persecuzione, della discriminazione e della negazione dell'umanità, sceglie di non prendere posizione davanti alla sofferenza del popolo palestinese.
Non si tratta, naturalmente, di attribuire una responsabilità collettiva a un intero popolo o a una religione. Sarebbe ingiusto e contrario proprio ai principi che vogliamo difendere. Esistono, infatti, moltissimi cittadini ebrei e israeliani che protestano, denunciano, rischiano l'isolamento e chiedono la fine delle violenze.
Ma proprio per questo il silenzio di coloro che potrebbero parlare e scelgono di non farlo appare ancora più doloroso.
Una prudenza che diventa silenzio, un silenzio che può diventare vigliaccheria e una vigliaccheria che rischia di trasformarsi in complicità morale.
La storia ci ha già insegnato il prezzo del silenzio
La storia non si ripete mai nello stesso modo. Per questo sarebbe sbagliato sovrapporre meccanicamente il presente al nazismo o al fascismo. Ma la storia ci insegna che alcuni meccanismi dell'essere umano possono ripetersi.
La paura, l'opportunismo, l'obbedienza, la ricerca di protezione accanto al potere, la disumanizzazione dell'avversario e, soprattutto, il silenzio di chi vede ma preferisce non vedere.
Anche durante il nazismo e il fascismo non tutti aderivano perché profondamente convinti dell'ideologia. C'era chi aderiva per convinzione, certamente, ma c'era anche chi aderiva per opportunismo e chi per paura.
C'era chi sperava di ottenere vantaggi personali, chi cercava una carriera, chi voleva sentirsi dalla parte del più forte e chi riteneva più conveniente non fare domande.
È questa una delle lezioni più inquietanti della storia: non occorre che tutti diventino fanatici perché un sistema fondato sulla violenza possa prosperare. È sufficiente che molti accettino di adattarsi. E qualche volta, soprattutto quando la violenza diventa potere, nasce anche l'esaltazione.
Il giovane che nella vita civile si è sempre sentito insignificante può improvvisamente trovarsi in possesso di un'arma, di un'uniforme, di un'autorità. Può sentirsi potente. Può convincersi che tutto ciò che fa sia giusto semplicemente perché viene compiuto dalla parte che considera la propria. Quando questa convinzione viene esasperata, il pericolo è terribile: l'altro non viene più visto come persona, ma come nemico, ostacolo, bersaglio.
Ed è allora che anche l'uccisione può essere giustificata. Prima nella propaganda, poi nella coscienza, infine nella realtà.
Gaza: quando l’umanità diventa invisibile
Il 7 ottobre 2023 Hamas ha commesso crimini atroci contro civili israeliani. Questo va detto con assoluta chiarezza. Ma nessun crimine, nessun attentato, nessun rapimento può annullare le basi del diritto internazionale umanitario, né trasformare una popolazione in un bersaglio legittimo. La responsabilità di Hamas non doveva convertirsi nella condanna collettiva di un intero popolo — una deriva alimentata dalle ragioni di sopravvivenza politica di Netanyahu.
Ciò che rende questo scenario ancora più cupo sono le denunce e i documenti emersi, spesso ad opera di voci autorevoli e di coraggiosi analisti israeliani: indiscrezioni e report confermano che i segnali d'allarme prima dell'attacco non furono ascoltati, lasciando che la tragedia si consumasse. Una ferita aperta che ha spinto perfino molte famiglie delle vittime israeliane a scagliarsi contro il governo, accusandolo di aver ignorato la sicurezza dei propri cittadini pur di creare le condizioni per la successiva condotta militare.
Nel suo rapporto di giugno 2026, la Commissione internazionale indipendente d'inchiesta delle Nazioni Unite ha documentato la morte e il ferimento di decine di migliaia di bambini palestinesi, affermando che le forze di sicurezza israeliane li hanno deliberatamente presi di mira, riconducendo tali atti a crimini di guerra, crimini contro l'umanità e genocidio. Almeno 20.179 bambini uccisi. Oltre 44.143 feriti.
Sono cifre che dovrebbero scuotere la coscienza del mondo intero, ma dietro ognuna di esse c'era un volto, una voce, un futuro strappato. La Commissione ha descritto con precisione la brutalità dei fatti: bombardamenti aerei, droni e quadricotteri impiegati per colpire, in innumerevoli casi, con spari diretti alla testa e al torso.
Insieme alle vite, è stata rasa al suolo la possibilità stessa del domani. Scuole polverizzate, università devastate, intere generazioni private della sicurezza e perfino del diritto di sognare. È inaccettabile che, di fronte a quest'abisso, ci si ostini a parlare solo di equilibri geopolitici, convenienze strategiche e dinamiche diplomatiche. Quando i bambini si riducono a nude statistiche, significa che abbiamo già rinunciato alla nostra umanità.
La strategia dei senza via d'uscita
In Israele si stanno registrando due azioni diverse da parte di chi si sente ormai senza via d’uscita.
1) La linea difensiva: Netanyahu e chi tenta di salvarsi con narrazioni autoassolutorie
Negli ultimi mesi Netanyahu ha effettivamente iniziato a scaricare responsabilità su altri attori istituzionali, inclusi i vertici militari.
Esempio: la sua affermazione secondo cui l’IDF non lo avrebbe svegliato il 7 ottobre è stata riportata da vari media israeliani e ha generato reazioni furibonde da tutto lo spettro politico, perché percepita come un tentativo di riscrivere la storia per proteggersi.
2) La linea dell'escalation: Smotrich, Ben Gvir e i falchi che non arretrano
I ministri dell’ultradestra ‒ Itamar Ben Gvir e Bezalel Smotrich ‒ stanno reagendo all’opposizione internazionale con una retorica sempre più aggressiva. Questi attori non cercano vie d’uscita: puntano a radicalizzare, a mostrare forza, a dimostrarsi sempre più crudeli, a rifiutare compromessi. È una strategia che spesso emerge quando si percepisce che il futuro giudiziario o politico è ormai fortemente compromesso. È la linea di chi, “perso per perso”, tenta di accattivarsi la simpatia di quanti condividono le sue azioni criminali.
È qui che la situazione diventa ancora più pericolosa: quando una politica non vede più una via d'uscita, può scegliere due strade.
Può cercare una soluzione oppure può aumentare la forza.
Può riconoscere i propri errori oppure può radicalizzarsi.
Può cercare la pace oppure convincersi, intuendo che la propria sorte è ormai segnata, che convenga alzare ancora di più il livello dello scontro.
Ed è questa, forse, la vera strategia dei senza via d'uscita: quando la ricerca della salvezza personale o politica diventa più importante della ricerca di una soluzione per il proprio popolo e per quello che vive dall'altra parte del confine.
L'Europa sta cominciando a parlare. Ma parlare non basta. Reputo opportuno includere, per l’occasione, la posizione dei Paesi europei e mediterranei nei confronti della politica di Netanyahu e Trump e il contributo che potrebbe dare la Turchia, un Paese a cui l’UE ha chiuso le porte, lasciandolo per decenni in lista d’attesa con la motivazione ufficiale del mancato rispetto dei diritti umani. Ma proprio la Turchia ha nei giorni scorsi avviato un serio programma per un processo di pace con il popolo curdo.
Sarebbe ormai ingiusto dire semplicemente che l'Europa tace, perché qualcosa sembra stia cambiando.
Il 20 agosto 2026 numerosi Paesi europei ‒ fra cui Italia, Francia, Germania, Regno Unito, Spagna, Irlanda, Belgio, Paesi Bassi, Svezia, Danimarca, Finlandia, Austria, Grecia e Cipro ‒ insieme alla Commissione europea e ad altri Stati, hanno condannato il progetto israeliano di espansione dell'insediamento E1 in Cisgiordania.
Hanno affermato con chiarezza che gli insediamenti sono contrari al diritto internazionale e che il progetto E1 rischia di compromettere definitivamente la continuità territoriale necessaria a uno Stato palestinese.
È un segnale importante.
Finalmente l'Europa comincia a comprendere che la continua espansione degli insediamenti non è un dettaglio marginale, ma uno dei principali ostacoli alla pace.
Ma parlare non basta più. La domanda è un'altra:
Che cosa è disposta a fare l'Europa perché le proprie parole producano conseguenze?
Per quanto tempo continueremo a condannare una politica e, contemporaneamente, a mantenere immutati tutti i rapporti economici, politici e strategici che quella stessa politica rendono possibile? È qui che si misura il coraggio, non nelle dichiarazioni, ma nella disponibilità a pagare un prezzo per difendere ciò che si afferma di credere.
Alcuni Paesi, come la Spagna e l'Irlanda, hanno assunto posizioni particolarmente avanzate nel sostegno alla causa palestinese e nella richiesta di utilizzare anche strumenti economici e politici contro le violazioni.
Altri, come Francia, Regno Unito e Norvegia, hanno progressivamente irrigidito le proprie posizioni contro gli insediamenti e la violenza dei coloni.
L'Italia e la Germania hanno assunto toni più critici rispetto al passato, ma continuano a mantenere una linea di eccessiva prudenza, cioè di immobilismo.
Altri Paesi europei restano ancora più vicini alle posizioni israeliane o fortemente condizionati dal rapporto strategico con gli Stati Uniti.
L'Europa, dunque, non è unita. Ed è proprio questa divisione che continua a renderla politicamente debole.
Netanyahu e Trump: due politiche, due responsabilità
È importante, tuttavia, non confondere tutte le posizioni.
Essere critici verso Netanyahu non significa necessariamente essere contro gli Stati Uniti. E prendere le distanze da alcune politiche americane non significa automaticamente rompere l'alleanza con Washington.
Molti Paesi europei criticano oggi con crescente durezza il governo israeliano, ma rimangono strettamente legati agli Stati Uniti.
Ed è proprio qui che emerge una delle grandi contraddizioni dell'Europa: si invoca una politica estera autonoma, ma spesso manca il coraggio di esercitare fino in fondo questa autonomia. Si condannano gli insediamenti, ma non sempre si utilizzano gli strumenti economici disponibili. Si parla di diritto internazionale, ma si esita quando la sua applicazione rischia di compromettere alleanze e interessi.
Nel Mediterraneo, invece, alcuni Paesi hanno assunto posizioni più nette. L'Algeria e la Tunisia mantengono una forte solidarietà politica con la Palestina.
La Giordania e l'Egitto, pur mantenendo rapporti e accordi indispensabili alla stabilità regionale, si oppongono a qualsiasi espulsione della popolazione palestinese.
La Spagna e l'Irlanda rappresentano oggi, in Europa, alcune delle voci più coerenti nel chiedere che la condanna si traduca anche in atti. E poi c'è la Turchia.
La Turchia: il ponte che l’Europa continua a lasciare sulla soglia
La Turchia non è certamente un Paese privo di contraddizioni e sarebbe sbagliato dimenticare i problemi che ancora riguardano la qualità della sua democrazia, le libertà politiche e il rispetto dei diritti umani. Ma proprio per questo è necessario osservare anche ciò che sta cambiando.
Mentre l'Unione Europea continua a mantenere la Turchia da decenni sulla soglia, indicando ufficialmente il mancato pieno rispetto degli standard democratici e dei diritti umani come uno dei principali ostacoli al suo ingresso, Ankara sta tentando di avviare un processo politico per chiudere uno dei conflitti interni più dolorosi della sua storia.
Nell'agosto 2026 è stata presentata al Parlamento turco una proposta legislativa per favorire il reinserimento di ex militanti del PKK e accompagnare un processo di pace e disarmo dopo decenni di conflitto.
Il cammino sarà difficile e nessuno può sapere oggi se il processo arriverà fino in fondo, ma tentare di trasformare un conflitto armato durato decenni in un processo politico è comunque un fatto che merita attenzione.
E, contemporaneamente, la Turchia non si è limitata alle parole nei confronti della guerra di Gaza. Ha interrotto il commercio con Israele e continua a essere coinvolta nella ricerca di soluzioni diplomatiche insieme ad altri mediatori regionali.
Questo non significa che Ankara debba essere considerata un modello perfetto; significa però che l'Europa dovrebbe interrogarsi.
Come può l'Unione Europea parlare seriamente di pace nel Mediterraneo e nel Medio Oriente continuando a lasciare ai margini proprio uno dei Paesi che, per posizione geografica, peso demografico, appartenenza alla NATO e rapporti con il mondo arabo e musulmano, potrebbe contribuire maggiormente alla costruzione di ponti?
Probabilmente, proprio la forte posizione che la Turchia occupa nella NATO rappresenta uno dei motivi, seppure raramente dichiarati apertamente, delle resistenze al suo ingresso nell'Unione Europea.
Ma, se questa ipotesi fosse fondata, non rappresenterebbe una scelta lungimirante, perché mantenere la Turchia fuori dall'Europa non rafforza necessariamente l'unità europea e certamente non contribuisce a costruire una pace più solida nel Mediterraneo e nel Medio Oriente.
Al contrario, rischia di privare l'Europa di uno dei pochi Paesi capaci di parlare contemporaneamente con mondi che oggi sembrano sempre più incapaci di parlarsi.
Desidero infine evidenziare che le proposte di «emigrazione volontaria» da Gaza sono tornate al centro del dibattito politico israeliano nei giorni scorsi, mentre Washington ha negato l'esistenza di un piano statunitense per espulsioni forzate.1
Nello stesso tempo, sul versante turco, Reuters ha documentato la presentazione di una proposta di legge per favorire il reinserimento e accompagnare il processo di pace con il PKK.2
La luce del Mediterraneo
Il Mediterraneo ha visto nascere civiltà, religioni, commerci e culture. È stato teatro di guerre e conquiste, ma è stato anche, per secoli, il luogo dell'incontro. Oggi non possiamo accettare che diventi definitivamente un confine fra popoli che hanno imparato soltanto a guardarsi con sospetto. Abbiamo bisogno di Paesi capaci di collegare le due sponde, non di nuove frontiere che continuino a dividerle.
Abbiamo bisogno di un'Europa capace di avere il coraggio delle proprie parole, di Paesi mediterranei capaci di trasformare la loro posizione geografica in una responsabilità di pace.
Di governi che comprendano che la sicurezza di Israele non potrà mai essere costruita sulla distruzione della speranza palestinese e che la libertà dei palestinesi non potrà mai essere costruita sulla negazione della sicurezza degli israeliani.
La pace non può appartenere soltanto a uno dei due popoli: o sarà una pace per entrambi, o non sarà mai pace.
Considerazioni finali
La vergogna del silenzio non appartiene soltanto a chi governa, appartiene anche a chi vede e decide di non vedere, a chi ascolta e decide di non ascoltare, a chi conosce e decide che conoscere non comporta alcuna responsabilità.
L'Europa e i Paesi mediterranei hanno oggi una responsabilità storica. Non possono limitarsi a esprimere preoccupazione, condanna o solidarietà; devono utilizzare il loro peso politico ed economico per fermare ogni violazione del diritto internazionale, proteggere i civili, garantire gli aiuti umanitari e creare le condizioni perché israeliani e palestinesi possano finalmente vivere in sicurezza, libertà e dignità.
E forse proprio la Turchia, Paese sospeso da decenni sulla soglia dell'Europa e contemporaneamente profondamente inserito nella realtà mediterranea e mediorientale, potrebbe diventare uno dei ponti di cui oggi abbiamo bisogno. Non perché sia priva di contraddizioni, né perché debba essere assolta dalle proprie responsabilità, ma perché la sua posizione geografica, politica e strategica le consente di parlare con mondi che spesso non riescono più a parlarsi e perché sta dimostrando fatti nuovi di grande importanza per la pace.
La pace non ha bisogno di nuovi muri, ha bisogno di ponti e il Mediterraneo, oggi più che mai, ha bisogno di uomini e di Paesi che abbiano il coraggio di costruirli.
Perché quando la luce illumina una tragedia e noi scegliamo comunque di chiudere gli occhi, il problema non è più soltanto ciò che accade davanti ai nostri occhi, ma ciò che diventiamo noi.
Note
1 Netanyahu partners renew calls for removal of Gazans as Israeli election nears.
2 Turkey unveils draft law to reintegrate PKK militants, achieve peace.















