Siamo esseri raziocinanti, usiamo un pensiero logico e riflessivo. In molti danno per acquisita questa nostra caratteristica tanto da accomunarla a un attributo innato, insito nell’essere umano. Ma così non è. Noi nasciamo con una certa predisposizione all’utilizzo del processo cognitivo; questo vuol dire che, grazie all’interazione con strutture apposite che ci siamo creati nei millenni (principalmente scuola, famiglia e società), siamo in grado di sviluppare questa peculiarità che chiamiamo “mente razionale”1, ma che, comunque, non è un’unicità della nostra specie. È, infatti, dimostrato che i grandi primati, i cani, i corvi e i delfini, ma sembrerebbe la maggior parte degli animali vertebrati, sono in grado di formulare pensieri logici e razionali.1
Quindi, sostanzialmente, noi viviamo una vita principalmente incentrata su ciò che riteniamo logico, obiettivo e basato su prove concrete perché abbiamo, per qualche ragione, scelto di potenziare quella predisposizione limitando le reazioni impulsive, l’emotività e la creatività. E abbiamo strutturato il mondo attorno a noi in modo che provvedesse a consolidare e rafforzare questa nostra propensione.
Ma noi non siamo solo questo, non siamo esclusivamente esseri raziocinanti, anzi. Lo siamo perché, per qualche motivo, ci è convenuto, ma se non fosse per tutto l’apparato sociale che ci siamo costruiti attorno, avremmo le stesse capacità razionali di tutti gli altri vertebrati, come abbiamo visto. Alla nostra nascita non siamo in grado di formulare congetture logiche e razionali, ma sappiamo molto bene esprimere le nostre emozioni, siamo in grado di percepire i cambiamenti d’umore di chi ci è vicino, capiamo se nostra madre è tranquilla o nervosa, se nostro padre è allegro e ben disposto o di malumore e questo fin dai primissimi mesi, ma, sembrerebbe, già dall’interno della pancia di nostra madre. E questa capacità la portiamo avanti nel tempo, tanto da far dire ai pedagogisti che gli alunni sentono quanto il docente è coinvolto in quello che insegna, e che gli studenti imparano di più da ciò che non viene detto dagli insegnanti che dal resto.
Ma tutto questo va perso nel corso degli anni, proprio perché l’idea imperante è quella di formare un essere razionale, che basa la sua vita su ciò che può vedere, toccare, analizzare, studiare, catalogare, che poggia tutto il suo essere e il suo sapere su ciò che è dimostrabile e oggettivo. Perdiamo una parte di noi a favore di qualcosa che, all’origine, è solo una potenzialità latente del nostro essere.
Ma cosa faremmo se tutte le nostre certezze svanissero, se, per qualunque motivo, la nostra vita non poggiasse più su solide basi, ma fosse, al contrario, adagiata su di un piano inclinato, fortemente instabile? E perché mai questo dovrebbe succedere, direte voi? Perché anche se non ve ne accorgete, anche se in minima parte, è proprio quello che succede ogni giorno, là fuori, nel mondo reale, in natura. Visti in macroscala, i successi dell’essere umano sul piano tecnologico e scientifico sono sempre molto precari e instabili, suscettibili di modifiche radicali anche in tempi molto brevi.
Ciò che viene dato per assodato oggi non lo sarà più domani. Anche a livello di convenzioni sociali e di stabilità economica tutto cambia in modo alquanto rapido se osservato da una certa distanza temporale; i valori etico-morali di oggi non hanno quasi nulla a che vedere con quelli dei nostri progenitori. Le certezze di cui ci circondiamo e sulle quali facciamo affidamento sono delle realtà effimere. Ci aggrappiamo alle false certezze perché pensiamo di non essere in grado di vivere in balia delle onde. Ma questo modo di procedere è assolutamente innaturale e questa asserzione è verificabile tutti i giorni in ogni momento, basta guardare il procedere della natura, osservare come ci comportiamo noi esseri umani.
Le scelte che prendiamo sono profondamente influenzate dall'emotività, molto più di quanto tendiamo a credere. Per esempio, crediamo che le decisioni che prendiamo siano puramente razionali, ma le neuroscienze moderne hanno dimostrato che senza emozioni siamo letteralmente incapaci di decidere. Il neuroscienziato Antonio Damasio ha documentato questo legame studiando pazienti con lesioni alla corteccia prefrontale ventromediale (l'area del cervello che collega le emozioni alle decisioni), i quali mantenevano intatte la logica e l'intelligenza, ma non riuscivano più a prendere decisioni semplici come cosa mangiare o quale penna usare.3
Nella scienza non esistono fatti o verità assolute e immutabili, ma modelli sempre aperti alla verifica, alla correzione e alla confutazione.
L’organizzazione della conoscenza si manifesta attraverso un processo di astrazione della realtà, che avviene mediante la descrizione del mondo con un sistema di metafore: rappresentazioni mentali dei fenomeni che, per loro natura, possono descrivere solo alcuni aspetti della realtà percepita, ossia quelli che sono considerati importanti dall’osservatore (scelta preanalitica), che fungono da paradigmi e modelli dei fenomeni naturali.4
Karl Popper stabilì che una teoria è scientifica solo se può essere potenzialmente smentita o confutata da un'esperienza o da un esperimento. Se una teoria è strutturata in modo da spiegare tutto e non poter mai essere smentita, non è scienza.
Questi sono solo alcuni esempi riguardanti la falsa stabilità che pensiamo debba essere tipica della scienza, ma di esempi se ne possono fare moltissimi, basterebbe pensare all’interpretazione probabilistica dei fenomeni naturali da parte della fisica quantistica.
Visto il mondo che ci siamo creati, sarebbe molto difficile vivere senza basarci sulla nostra mente razionale; pertanto, non sto suggerendo di abbandonarla completamente, ma di darle il giusto peso. Se prendessimo coscienza che la razionalità è solo una piccola parte del nostro potenziale cognitivo, dovrebbe sorgere spontaneamente in noi il desiderio di imparare a utilizzare al meglio tutta la parte restante e, per noi, ancora sconosciuta. Utilizzare pienamente quella sensibilità e creatività che abbiamo relegato in spazi angusti della nostra persona quanto potrebbe modificare la percezione del mondo in cui viviamo e, di conseguenza, il modo in cui viviamo?
Eppure continuiamo a rimanere aggrappati alle nostre false certezze, procediamo ottusamente nel nostro solco ben tracciato, guardando il mondo attorno a noi con il paraocchi dell’abitudine diventata ormai superstizione, ben lungi dal voler realmente conoscere quello che siamo e cosa potremmo fare, non accorgendoci di essere immersi in una miriade di sensazioni, emozioni, intuizioni e percezioni che, grazie alla spropositata importanza che abbiamo dato alla razionalità, non riusciamo a cogliere e valorizzare. Ma se noi decidiamo, più o meno coscientemente, di condurre un’esistenza basata su un presupposto errato, perché dovremmo obbligare i nostri figli a farlo? Perché non concediamo loro la possibilità di scegliere come vivere? In che modo?
Ci vogliono degli educatori che per primi riconoscano l’allucinazione di cui tutti siamo vittime e, riconoscendola, ne prendano le distanze. Maestri che siano in grado di ascoltare gli alunni, non di farsi ascoltare. Tutti noi nasciamo con delle peculiarità uniche che, se siamo fortunati, riusciremo a far emergere nel corso della nostra vita. Gli educatori devono essere in grado di riconoscerle ascoltando l’alunno, sentendo cosa questi gli sta dicendo anche non verbalmente. Solo così saranno in grado di aiutare il discente a individuare le proprie potenzialità e a metterle in pratica. E tra queste potenzialità ci sono le emozioni, l’emotività, la creatività e, perché no, l’istinto.
Se veramente vogliamo bene ai nostri figli, se vogliamo davvero renderli liberi, liberiamoli dalle convenzioni, dai nostri pregiudizi e lasciamo che prendano il volo.
Note
1 Dott. Stefano Pischiutta su Psicologi Italia: La mente razionale nell'acquisizione dei ruoli.
2 Prof. Giorgio Vallortigara del Dipartimento di Psicologia e Scienze Cognitive dell’Università di Trento L’intelligenza umana è diversa da quella degli altri animali?.
3 Damasio A., L’errore di Cartesio, Milano, Adelphi, 1994.
4 Pier Paolo Dal Monte: Perché la scienza non può essere un dogma.













