La canzone ce lo ricorda e ce lo ha fatto cantare in qualche festa, in compagnia, guidando o sotto la doccia; c'è poco da interrogarsi sul futuro, peraltro sempre più incerto.
L'"essere o non essere" di shakespeariana memoria soccombe contro il "sarà quel che sarà", come il presente contro il futuro e l'interrogativo nei confronti di un'affermazione.
Ciò malgrado, il domandarci chi e cosa siamo ‒ e ovviamente chi e cosa non siamo ‒ mantiene per intero il proprio fascino e la propria importanza, così come il guardare avanti è imprescindibile.
In realtà, la sicurezza appena espressa spessissimo vacilla, il che nulla toglie alla bontà e veridicità della cosa, dato che non si tratta del contenuto ma è chi lo affronta a sentirsi in una tale difficoltà da vedersi costretto a rifiutarne l’esistenza, anche solo potenziale, ma soprattutto a convincersi a evitare di mettersi in relazione con questo aspetto. Il solo rinvio appare, più che un successo, un bisogno imprescindibile. Nessun dubbio sul presente, mentre il futuro sembra destinato ad essere affrontato quando non sarà più tale e diventerà l’oggi… come dire che qualche santo provvederà!
In altri termini, siamo di fronte al contrario della progettualità, nessuna strategia, men che meno tattica, ma nemmeno possiamo parlare di fatalismo e lasciamo stare gli animali, ricci o struzzi che siano. Non è una critica, non siamo di fronte alla gratuità e nemmeno a una particolare gravità, è un atteggiamento, affatto costruttivo ma comprensibile. Di fronte all’incertezza di un presente in cui le incognite sono più numerose e di entità molto maggiore delle certezze, chi può biasimare coloro che non sono certo a proprio agio in questo mare in burrasca? Anche perché tra chi si atteggia diversamente da questi non sono pochi quelli che semplicemente non si accorgono di nulla o, senza affrontare il giudizio su quale sia il migliore e quale il peggiore dei modi di fare, mentono a se stessi.
Non ci sono – evidentemente – elementi che gli consentano di contrastare le difficoltà che ci vengono incontro. Quelli che sanno hanno studiato e/o frequentano i social più giusti; da molto tempo parlano di skills, cioè di abilità, di quelle capacità e quei talenti che potrebbero condurre la nostra nave in porto, ma che spesso mancano, costringendoci a fare in modo anacronistico, rinviando di giorno in giorno il problema. Forse facendola franca, almeno per oggi, altrettanto forse rinviando il problema a data da destinarsi.
I recruiters, i “cacciatori di teste”, quelli che cercano le persone da far assumere nelle aziende per dar loro ruoli di peso, fatto da cui deriva – o dovrebbe? – il successo personale e non, compresi coloro che non saranno di certo protagonisti ma trascinati da questi, daranno la massima importanza all’adattabilità, meglio se a qualsiasi ruolo. Ecco perciò, si perdoni la doppia lingua, la necessità di possedere alcune più o meno nuove “caratteristiche”, rispetto alle quali perfino gli specialisti non sono concordi ma, volendo tentare una sintesi obiettiva e non legata ad alcun settore specializzato, potremmo così riassumere:
pensiero critico, il saper analizzare e valutare le informazioni in funzione delle decisioni da prendere;
comunicazione efficace, l’essere in grado di trasferire al proprio interlocutore informazioni, idee ed emozioni;
collaborazione, il riuscire a lavorare con gli altri, naturalmente nell’ottica dell’obiettivo condiviso;
creatività, la capacità di superare gli schemi tradizionali proponendo modi ed idee innovative volte al miglioramento di ogni aspetto;
adattabilità, il porsi in modo flessibile di fronte ai cambiamenti continui, che modificano il contesto in cui ci troviamo;
gestione del tempo (time management), l’organizzare la propria attività per renderla produttiva, rispettando scadenze e priorità;
intelligenza emotiva, la comprensione e gestione del sentire e provare nostro e di chi abbiamo vicino, ampliando le forme di collaborazione;
gestione dello stress, il tenere testa a questo fenomeno per non subirne la pressione fino a perdere la motivazione;
leadership, l’attività di influenza, guida, motivazione ed ispirazione del proprio gruppo di lavoro, ovviamente volto alla sua crescita;
problem solving, il risolvere le difficoltà, naturalmente mettendo in pratica quanto già indicato per analizzare i problemi e trovare le soluzioni del caso.
Noi tutti dovremmo perciò acquisire, o migliorare, se siamo bravi o fortunati, e pertanto non dobbiamo partire dalla tabula rasa, quanto meno e nell’ordine: la capacità di analizzare e valutare ogni dato per elaborare le soluzioni del caso, quella di riuscire a trasferire i contenuti chiaramente, empaticamente ed efficacemente, il saper lavorare con gli altri, squadre o meno che siano, gestendo le problematiche del caso, infine la capacità di non ripetere il già visto, pensando in modo libero, così da trovare soluzioni innovative, si dice out of the box, letteralmente fuori dagli schemi.
In mancanza di questi requisiti, la nostra laurea in materie anacronistiche non può andare molto lontano dalla parete su cui abbiamo appeso il diploma ben incorniciato…
Non esiste solo il lavoro, è scontato! Così come è ovvio che queste nuove o solo diverse capacità non sostituiscono le note competenze acquisite con la formazione tradizionale, semmai ne amplificano la possibilità di metterle in pratica.
La cosa non è troppo diversa da quella che tutti abbiamo vissuto a scuola, qui tra i tanti insegnanti incrociati credo a nessuno sia mancata l’esperienza del docente sicuramente preparato ma totalmente incapace di trasmettere le proprie competenze: il solo sapere non basta, sicuramente ad insegnare ma con altrettanta certezza pure nel mondo del lavoro, in cui bisogna mettere a terra le soluzioni non disquisire sulle cose, massimi sistemi compresi, solo dimostrando una più o meno elevata conoscenza teorica.
In modo assolutamente speculare, quindi simmetrico o meglio rovesciato, altra esperienza che non ci siamo fatti mancare è quella di entrare in contatto con persone affabili, dalla parlantina senza fine ma alla quale corrisponde ben poco, a volte nulla. Di solito li definiamo venditori di fumo, anche se in realtà non commerciano alcunché se non loro stessi, sicuramente di concreto non vi è nulla, ed il riferimento non è solo agli oggetti fisici.
La citazione che sempre viene usata in questi casi è "In media stat virtus", vero e proprio proclama volto all’abbandono degli eccessi, peraltro l’esatto contrario di ciò che anni fa ci veniva suggerito – cantando – da un noto personaggio dello spettacolo, definirlo cantautore appare riduttivo, secondo il quale, appunto, l’importante sarebbe esagerare.
Estremismi a parte, il migliorarsi, il comprendere i propri limiti o comunque che vi sono attività e competenze che sono complementari alle nostre, la cui acquisizione e messa in pratica potrebbero risultare non troppo onerose, a fronte di risultati ben superiori a quelli che siamo abituati ad ottenere, non può essere ignorato. Naturalmente gli stolti possono continuare a mangiare riso, non è però loro ammesso lamentarsi, nemmeno quando – finalmente! – si renderanno conto di essere i soli rimasti a terra mentre tutti sono volati via!
Non riusciremo a cambiare il mondo, qualcuno ha il dubbio o crede sia, almeno teoricamente, possibile? Un contributo però non è impossibile, forse piccolo ma anche in questo caso, ovviamente alla nostra scala, non lo è! Non scomodiamo per così poco quegli straordinari principi che vanno dalla manutenzione delle città, che sarebbero pulite se ognuno si prendesse cura dell’esterno a lui più prossimo, all’effetto farfalla, non quello nello stomaco ma il fatto che piccolissimi accadimenti, quali appunto il battito d’ali di animali quasi incorporei, potrebbero costituire la condizione iniziale di un processo di cambiamento a lungo periodo.
Certo, c’è sempre un problema di peso specifico: la cosa, in senso assoluto, può essere trascurabile, ma potrebbe non esserlo se inserita in piccoli ambiti, quelli in cui viviamo. In parole povere, è come avere quattro porzioni di pasta ben cotta, condita e servita: non sfama l’Africa, ma se siamo a pranzo in due risulta addirittura abbondante, ponendoci il problema di non sprecare il cibo.
Il corollario si affaccia a questo punto in modo prepotente, non parliamo del fatto, vero o presunto che sia, ma di come il piccolo sia bello e, acquisiti i nostri limiti, compresa la partecipazione democratica alla vita di una nazione e di un continente, un cambio di orizzonte abbia sempre e comunque un suo senso e valore.
Non credo di poter essere smentito, non ci sono e non ci possono essere scusanti, nemmeno piccole come le azioni già citate, che, piaccia o meno, ci accarezzino come vorremmo o ci graffino fino a far fuoriuscire del sangue, il lasciare che le cose accadano in modo del tutto indipendente da noi non è fatalismo, non è rispetto per le cose, più probabilmente è solo vigliaccheria.
Nessuno si offenda, semmai legga, rilegga o faccia mente locale sulla celebre frase in cui si narra chi andò a rispondere quando la paura bussò alla porta, ed ovviamente come andò a finire… Poco, anzi nulla, importa della paternità della cosa. Si tratti di Johann Wolfgang von Goethe, Martin Luther King Jr., qualche anonimo pensatore senza nome, appartenga alla tradizione popolare o altro a noi non interessa, l’immagine risulta accattivante e tanto basta, anzi il raccontare in poche parole non solo e/o non tanto una storia ma un principio degno di essere ascoltato, interiorizzato, ricordato ed anzi ri-trasmesso, come succede anche qui ed ora, grazie alla propria forte leggerezza, termini che siamo abituati a considerare contrapposti, non può essere trascurato.
Inoltre, non stiamo parlando dell’andare in guerra – intesa nel senso storico o tradizionale del termine – in mutande, nulla di esagerato visto che i nostri ragazzi di un tempo furono mandati nella Russia famosa per la rigidità dell’inverno con le scarpe di cartone. Più semplicemente, e soprattutto modestamente, riferendoci a temi che possono apparire, in senso assoluto, molto modesti ma che ci riguardano concretamente e di continuo, per cui di certo non possiamo considerarli trascurabili, al punto da considerare inevitabile, o, come preferiamo, la necessità di essere protagonisti del nostro fare. Non ci si può limitare ad “auspicare”; mentire non è mai giustificabile, nemmeno quando qualcuno dice di farlo “a fin di bene”, men che meno a se stessi, pur se in molti si dedicano a questa pratica…
Sono anni difficili, non vi è alcun dubbio su questo, e il processo in atto non va certo in direzione opposta; ci ritroveremo in un tempo più breve del previsto ad affrontare temi inaspettati e capaci di minare ogni nostra certezza, compresa quella della sopravvivenza economica.
Disperarsi non serve; scontrarsi con la realtà può essere positivo o negativo. Lasciamo il giudizio ai veri studiosi ed esperti della cosa. Risulta però impossibile non rapportarci con un vissuto che non abbiamo mai visto in precedenza. Possibile che non si possa far tesoro dell’esperienza, nemmeno se si parla di decenni e soprattutto recenti?
È così! Il primo aspetto in cui verificare l’assunto non può che venire dall’attività svolta. Chi ha lavorato in un certo modo, infatti, non può ritenere di poterlo fare ancora così per molto tempo e non solo per l’inevitabile competitività in continuo aumento. Lo sappiamo già, molti di noi guadagnano poco pur di avere attività più o meno “belle”, mentre chi lo accetta svolge lavori di altro tipo venendo compensato in modo molto diverso, ma l’essere del tutto superati da una tecnologia ha un sapore del tutto diverso.
Nessuna nostalgia del “si stava meglio quando si stava peggio”, ma chi lo spiega (anche a noi stessi) che competere sembra – e probabilmente lo è – impossibile, che i nostri introiti sono a rischio – e magari ci siamo pure indebitati per uno o più decenni – ma soprattutto che siamo diventati superflui. Studi più o meno lunghi ed impegnativi, anche economicamente, e non privi di rinunce, esperienze di ogni tipo e livello sembrano non contare quasi più, sostituiti dalla nuova tecnologia.
Il tema in ballo non è quello dei diritti sindacali, anche ammesso che in qualche modo, oggi non noto e forse nemmeno immaginato, quindi – sintetizzando forse oltre il lecito – del diritto al compenso, sempre e comunque, senza chiederci a carico di chi ciò avvenga, ma la perdita del ruolo è altro. Quanti, pur incassando ogni mese un importo sufficiente a condurre una vita più o meno dignitosa, riusciranno a non subire scompensi deleteri? Senza un nostro intervento da timoniere, in barba – tanto per restare in tema – ai sistemi di guida automatica – il futuro non sarà quel che pensavamo dovesse essere...













