Come nasce la tua passione nel campo della moda e quando hai capito che poteva diventare anche un progetto creativo tuo?

La moda è entrata nella mia vita inizialmente dal punto di vista commerciale, con Stefano, mio marito, lavoro da anni nella rappresentanza e nella distribuzione e credo di avere sempre avuto un istinto molto forte sul prodotto: alcune cose che ad altri richiedono riunioni, spiegazioni e tempo, per me sono immediate; credo di averlo nel dna. Sicuramente anche l’essere cresciuta nell’ufficio di mio papà, che è stato imprenditore, mi ha fatto sviluppare presto questa doppia natura: sono creativa, ma contemporaneamente vedo il prodotto anche dal punto di vista commerciale.

È per questo che, a un certo punto, è diventato naturale chiedermi se tutto ciò che avevo imparato, leggendo e rappresentando le collezioni degli altri, potesse trasformarsi in un linguaggio mio. Pahiesa è nata da questo desiderio.

Pahiesa nasce a Formentera da un incontro e da una tua intuizione molto precisa. Ricordi il momento in cui hai capito che poteva diventare qualcosa di concreto?

Lo ricordo benissimo. Durante una vacanza a Formentera avevo conosciuto una coppia di amici argentini che viveva sull’isola e gestiva un piccolo negozio. Quando entrai, iniziai quasi istintivamente a guardare i capi con il mio occhio professionale. Era giugno. Tornai a settembre e dissi loro: “Ho in mente una cosa, vi faccio una proposta”. Nella mia testa avevo già visto molto del progetto. Mi piaceva il nome, ma sentivo che l’identità andava costruita in modo più preciso. Scelsi la piuma come simbolo, perché per me parlava di forza e libertà, due parole che ancora oggi appartengono profondamente a Pahiesa. Da una piccola realtà incontrata in vacanza è cominciato così un lavoro vero, con una visione e una struttura imprenditoriale. Formentera non è stata soltanto l’ispirazione: è stata il luogo in cui ho riconosciuto qualcosa che volevo trasformare in moda.

Come hai scelto il nome “Pahiesa”?

Il nome richiama la “payesa”, la donna dei campi nella tradizione delle Baleari. Mi piaceva perché portava con sé una figura femminile legata alla terra e alla storia delle isole, ma non volevo utilizzarlo in modo letterale. Lo abbiamo trasformato graficamente fino a farlo diventare Pahiesa, un nome di fantasia che conserva però quella radice. Mi affascinava l’idea che il brand potesse raccontare una donna dell’isola contemporanea: libera, femminile, indipendente, in relazione con la natura ma capace di muoversi nel mondo. In fondo è la stessa donna che continuo a immaginare quando disegno.

Quanto il viaggio influisce sulla moda e sulle tue collezioni?

Moltissimo, ma non nel senso di visitare un luogo e copiarne i codici. Mi interessa ciò che il viaggio modifica nel modo di guardare: i colori, gli accostamenti, i gesti delle persone, il rapporto con il corpo e con il tempo. L’India, per esempio, per me è stata una sorpresa al contrario, rispetto a ciò che spesso si racconta. È un Paese molto particolare e non tutti si sentono immediatamente a proprio agio; io invece, fin dal primo viaggio, mi sono sentita benissimo. Ho ritrovato un’energia che, per ragioni difficili da spiegare, mi ricordava quella che sento a Formentera. Con uno dei nostri fornitori è nata poi una sintonia molto speciale.

Un giorno mi disse con assoluta naturalezza: “Prima di lavorare con te ho chiesto al mio guru se facevo bene e mi ha detto di sì”. Io gli risposi: “E se ti avesse detto di no?”. Mi fece capire che probabilmente non avremmo lavorato insieme. Mi ha fatto sorridere, ma racconta bene il tipo di relazione che si è creata: ci capiamo molto, anche quando devo spiegare un’idea difficile. Non è soltanto un rapporto tra cliente e fornitore, c’è un’affinità umana e creativa.

Le collezioni sono disegnate in Italia e prodotte in India. Come scegli materiali e lavorazioni e che rapporto hai costruito con l’artigianalità indiana?

Per me il materiale non arriva dopo il disegno: molto spesso è proprio la materia a far nascere un’idea. Lavoriamo con cotoni naturali, sete, viscose e mischie seta-viscosa, ricami, crochet e lavorazioni che mantengono una forte componente manuale. Nelle collezioni estive la stampa è uno dei nostri codici più riconoscibili, soprattutto quando è piazzata e quindi pensata insieme alla costruzione del capo, non semplicemente ripetuta sul tessuto.

La capsule invernale ha ribaltato questo linguaggio: il velluto nero diventa protagonista e la decorazione passa ai ricami, alle bordure e ai motivi metallici. Con gli artigiani indiani il rapporto è cresciuto stagione dopo stagione. Io porto un’idea e loro, grazie a una cultura straordinaria del colore e del lavoro manuale, spesso mi suggeriscono possibilità tecniche che non avevo immaginato. È un dialogo, ed è proprio questo che rende il processo creativo vivo.

Pahiesa nasce nel resortwear e non dall’idea di un lusso ostentato. Che cosa significa per te oggi il lusso?

Per me il lusso oggi è soprattutto libertà: poter scegliere come vivere il proprio tempo, circondarsi di cose che hanno qualità e personalità, indossare un capo che racconta qualcosa senza doverlo dichiarare attraverso un logo. Nel resortwear questo concetto è ancora più evidente. In viaggio ci liberiamo di molte sovrastrutture e scegliamo ciò che ci fa sentire bene. Mi piace un’eleganza rilassata: un abito che puoi indossare scalza a Formentera e che, cambiando accessori, può vivere perfettamente anche in città. Pahiesa è cresciuta proprio cercando di portare quella sensazione oltre la vacanza. Se dovessi definirla con tre parole direi: libera, autentica, luminosa.

Quanto c’è direttamente di te nelle collezioni e come nasce una stagione Pahiesa?

C’è moltissimo di me, perché il progetto creativo parte direttamente dalla mia visione: dalle palette, dalle stampe, dai volumi e soprattutto dalla donna che immagino. Non penso quasi mai a un capo isolato, ma a un guardaroba che possa mescolarsi liberamente.

Negli anni Pahiesa si è allargata per cerchi concentrici: agli abiti, ai kimono, alle camicie e ai pantaloni si sono aggiunti swimwear, sandali, accessori, fragranze per l’ambiente e per la persona e ora anche una capsule invernale. Cerco però di essere molto severa con ogni nuova categoria: deve entrare nel mondo Pahiesa senza sembrare un’aggiunta artificiale. La domanda che mi faccio è semplice: se togliessi il nome, si capirebbe comunque che è Pahiesa?

02-Evelin-Cancian-Pahiesa-ritratto-4x5-1600x2000 Evelin Cancian unisce esperienza nella rappresentanza e distribuzione della moda, sensibilità commerciale e una forte vocazione creativa, maturata anche attraverso l’esperienza imprenditoriale familiare. Qui in una foto per la presentazione del marchio.

Tra sviluppo delle collezioni, rete commerciale e viaggi, esiste una tua giornata tipo?

No, ed è probabilmente una delle ragioni per cui continuo ad amare così tanto quello che faccio. Posso iniziare la mattina parlando di ordini, numeri e consegne e un’ora dopo ritrovarmi a correggere una stampa, scegliere un ricamo o immaginare un nuovo progetto. Sono una persona che non sta mai ferma: ho sempre molte idee contemporaneamente e devo imparare a dare loro una priorità. Ma questa varietà mi somiglia. Mi piace poter vedere un’intuizione trasformarsi in un tessuto, poi in un campione, in una collezione e infine in qualcosa che una donna sceglie davvero di indossare. È il punto in cui creatività e impresa tornano a incontrarsi.

Un proverbio indiano dice: “Viaggiando alla scoperta dei paesi troverai il continente in te stesso”. Qual è oggi il tuo continente?

La mia base è Venezia, ed è casa. Forse anche per questo il viaggio, il mare e il rapporto con l’Oriente mi appartengono in modo abbastanza naturale. Poi ci sono Formentera e l’India, due luoghi lontanissimi tra loro nei quali, sorprendentemente, riconosco un’energia simile. A Formentera ritrovo la leggerezza, in India il colore, la manualità e una dimensione più spirituale; Venezia è il punto da cui parto e a cui torno, con il suo essere da sempre luogo di incontri tra mondi diversi. Se dovessi davvero disegnare il mio continente interiore, avrebbe questi tre punti cardinali: Venezia, Formentera e India.

Formentera viene spesso definita una cura più che una meta di vacanza. Concordi? E quali sono i luoghi dell’isola che senti più tuoi?

Concordo. Formentera ti insegna a togliere: velocità, rumore, sovrastrutture. Il suo lusso più grande è lo spazio mentale che restituisce. È quello che cerco di mettere anche in Pahiesa: non l’abbigliamento da vacanza in senso letterale, ma la possibilità di portarsi dietro quella libertà anche quando la vacanza finisce. Tra i luoghi che amo di più c’è Migjorn. Mi piace andarci la sera e guardare il tramonto; ci torno più spesso che a Ses Illetes, anche se i colori dell’acqua di Illetes sono straordinari. Amo anche La Mola, che conserva una dimensione creativa e artigianale molto particolare. Ma Formentera per me non è fatta soltanto di luoghi: è soprattutto un modo diverso di abitare il tempo.

Come si sta sviluppando oggi la distribuzione di Pahiesa, tra Formentera e i mercati internazionali?

A Formentera abbiamo tre monobrand, a La Mola, Sant Francesc e La Savina, e restano gli unici negozi interamente Pahiesa. Fuori dall’isola abbiamo scelto invece una distribuzione attraverso boutique multibrand selezionate: oggi siamo presenti in oltre 500 boutique, distribuite in quasi 50 Paesi. Mi diverte pensare a quanto lontano siano arrivati capi nati dall’immaginario di una piccola isola: Pahiesa si trova in luoghi come Curaçao, Maldive, Mauritius, Zanzibar e Bahamas, oltre naturalmente ai principali mercati europei e mediterranei. Recentemente abbiamo aperto anche un corner esclusivo a Villa Franceschi, alle porte di Venezia, frequentata da una clientela internazionale e particolarmente vivace anche in occasione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. È anche il luogo che abbiamo scelto per il nostro show-experience dedicato alla SS27: prodotto, viaggio e atmosfera per noi fanno parte dello stesso racconto.

Quali sono i prossimi passi?

La sfida è crescere senza perdere riconoscibilità. Voglio rafforzare ancora la presenza internazionale di Pahiesa, ma soprattutto continuare ad ampliare il suo universo in modo coerente. La capsule invernale è un passaggio importante perché porta il linguaggio del brand oltre il clima della vacanza: il velluto nero e i ricami sostituiscono le stampe estive, ma l’attitudine resta la stessa. Anche le fragranze, compreso il nuovo profumo per la persona che ha avuto un ottimo riscontro nella SS26, ci permettono di raccontare Pahiesa attraverso altri sensi. Non mi interessa semplicemente fare più prodotto. Mi interessa costruire un mondo sempre più completo. E, conoscendomi, so già che non riuscirò a stare ferma molto a lungo.