Hanno su di loro un re, l’angelo dell’abisso il cui nome è Abaddon e in greco il nome è Apollo

(Apocalisse di Giovanni, 9,11)

Poi, come grue ch’a le montagne Rife
volasser parte, e parte inver’ l’arene,
queste del gel, quelle del sole schife,
l’una gente sen va, l’altra sen vene;

(Purgatorio XXVI, 43-46)

Alcuni tempi sembrano essere influenzati da dimensioni mitizzanti e dalle loro strutture dell’immaginario archetipale. Oggi l’attenzione punta verso il nord: nuove vie artiche, ghiacci, Siberia, Alaska, Groenlandia assumono un maggior interesse mediatico. Anche altri carismi di Apollo sembrano riemergere: non sono gli attuali missili la versione aggiornata delle frecce dell’Arciere olimpico? Non è Apollo l’ekaerghe, cioè “colui che colpisce da lontano” e possiede le vie dell’aria quanto lo sciamano Abari? Nelle mode giovanili fra magia di massa e tatuaggi non abbondano oggi all’improvviso rune e arabeschi nordici al posto dei tribali africani?

Lo slancio di “Dioniso” quale metafora della trasgressione e della de-strutturazione dal 1968 ad oggi sembra aver perso quasi ogni impeto ed energia. Emerge un nuovo eone? E che c’entra Apollo con il nord e con la dimensione euroasiatica? C’entra perché le origini del suo culto e dei suoi carismi puntano verso nord e verso est. Apollo non è un nome greco e il segno dell’arco viene dalle steppe sarmatiche.

Apollo è un nume nomade, senza sposa, imprevedibile, inquieto e la cui sorella, Artemide, ricorda i culti lunari delle Amazzoni scitiche e del Caucaso. I suoi animali: i corvi, i cigni, i lupi e le oche canore del nord. In una celebre idria attica del V secolo Apollo viene mostrato con una grande cetra seduto su un alto tripode alato i cui tre piedi poggiano su un mare popolato da polipi e delfini. Dall’alto domina gli elementi cosmici. Un nume edenico come ricorda un frammento attribuito a Sofocle che parla di un “giardino di Apollo” posto all’estremo nord “al di là del mare, presso i confini della terra, le sorgenti della notte e i dispiegamenti del cielo” (Soph. fr. 956, Pearson). In un altro frammento Ecateo di Abdera parla di un luogo sacro ad Apollo: Elioxoia, posto alla foce dell’Eridano (Diodoro Siculo; Bib.St. II, 47).

Questo fiume è stato per molto tempo erroneamente identificato con il Danubio o con il Po, ma va più correttamente collocato molto più a nord, probabilmente sull’Elba. Si dimentica infatti che esistono altri animali associati ad Apollo: il delfino e il serpente. Quattro grandi fiumi della mitografia possiamo vederli come li vedevamo gli antichi: come quattro grandi serpenti che puntano verso il centro polare del cielo, essendo delle costellazioni: il drago, la balena, l’ofiuco o serpentario e l’idra; cioè l’Eridano, l’Istro, l’Acheronte e lo Stige. Cioè la versione greco-arcaica dei quattro fiumi dell’Eden che Mercatore riproduce nel suo mappamondo collocandoli sotto quella che oggi è la calotta artica.

Nel Seguito dell’Iliade Quinto di Smirne ci mostra Filottete che sopravvive solitario nell’isola di Lemno e che va incontro ad Achille coperto di piume, come uno sciamano. Erodoto nelle sue Storie parla di una regione dell’estremo nord dove cadono piume ed è difficile avanzare (IV; 7,31). È la terra delle Forcidi, le donne-cigno o delle Graie? Ne parla anche Eschilo nel suo Prometeo (993): la “regione delle piume”. È lo stesso Apollo artico di cui parla Callimaco, dalle cui chiome stilla la luce dell’ambra, ricordo della perdita di Fetonte.

Gli “Scudi” di Achille nell’Iliade e di Heracle nell’inno un tempo attribuito ad Esiodo sono mappe spirituali e simboliche che puntano al “centro del mondo”, cioè all’estremo nord. La “palude meotide” di Apollonio indica la tundra artica e la “Delo” di Apollo è l’Islanda, l’ultima Thule di Pitea, l’isola Cronia di Deucalione in Plutarco. L’origine artico-asiatica di Apollo e la sua dimensione sciamanico-sonora (già capita da un Dumezil vergognosamente ancora non tradotto in italiano) spiegano la sua costante tensione con Zeus e la sua affinità con Poseidone per gli aspetti oceanici-liquidi e con Hermes per i carismi catabatici e iniziatici.

Apollo è un nume isolato e soltanto il suo “doppio”, la lunare e sfuggente Artemide, lo si può accostare alla sua aura e non a caso Artemide ebbe il maggior culto in Asia minore quanto, mitograficamente, tra le scitiche Amazzoni del Termodonte e del Tanai. Non è importante ipotizzare una precisa collocazione geografica dell’Apollo originario. Non importa se l’isola-santuario di Helioxoia sia la germanica Helgoland o qualche isola artica norvegese o asiatica e se la celebre palude Meotide sia stata nel Mare d’Azov o sul Baltico. Non importa se non sapremo mai dove sia creduta porsi la “Roccia bianca” di cui parla anche l’Odissea, Plinio e Pomponio Mela; se sia una delle Elettridi di cui parla Plinio o il prototipo mitografico delle medioevali “Isole Fortunate” di San Brandano.

Importa che non possiamo restringere nella Grecia mediterranea attuale i canoni spirituali e narrativi dell’Ellade arcaica, che risuona ancora oggi molto più ampia, ambigua, fluida e diffusa di quanto possiamo pensare. Una Grecia ancestrale che conosce l’ambra, i vortici oceanici e le “rocce cozzanti” che sembrano richiamare un paesaggio da fiordi norgevesi e isole siberiane piuttosto che quel laghetto tedioso chiamato Egeo.