È passato ormai un mese dall'uscita del nuovo film di Christopher Nolan; quindi direi che possiamo finalmente affrontare l'argomento senza il timore di fare spoiler, del resto, se dopo quasi tremila anni qualcuno dovesse ancora offendersi perché gli avete raccontato come finisce l'Odissea, temo che il problema non sia il vostro entusiasmo ma il suo professore di lettere.
In compenso, in queste settimane abbiamo scoperto che il vero dramma dell'epica occidentale non erano la guerra di Troia, il cavallo di legno, Polifemo, le Sirene o il ritorno di Ulisse a Itaca, ma il fatto che Elena sia interpretata da un'attrice nera, questione che, a giudicare dal volume delle discussioni, sembrerebbe decisamente più urgente della caduta di Troia stessa.
La cosa divertente è che chi oggi invoca il rispetto della tradizione sembra avere un rapporto piuttosto distratto proprio con quella tradizione che sostiene di voler difendere, perché basta fare una passeggiata al Louvre per imbattersi nel celebre dipinto di Jacques-Louis David, uno dei massimi interpreti del Neoclassicismo, e accorgersi che Elena assomiglia molto più a un'aristocratica francese della fine del Settecento che a una regina spartana, con la pelle chiarissima, i capelli biondo ramati, un abito perfettamente in linea con il gusto dell'epoca e Paride che, con una naturalezza disarmante, sfoggia in testa un berretto frigio rosso destinato, pochi mesi dopo, a diventare il simbolo stesso della Rivoluzione francese.
Ora, è piuttosto improbabile che gli antichi Troiani passeggiassero davvero vestiti così, esattamente come è improbabile che a Sparta circolassero berretti rivoluzionari francesi, eppure nessuno si è mai sognato di accusare David di aver tradito Omero, perché era evidente che non stesse cercando di ricostruire la Grecia antica, ma di utilizzare la Grecia antica per raccontare la Francia del suo tempo. Del resto è sempre andata così: i grandi artisti non hanno mai trattato i classici come reperti archeologici da restaurare, li hanno usati per interrogare il presente.
E, a pensarci bene, se davvero volessimo affrontare la questione con il rigore filologico che oggi tanti rivendicano, dovremmo cominciare molto prima di Nolan e perfino molto prima di David, dovremmo tornare direttamente all'origine del mito e accettare serenamente che Elena nasce da Zeus trasformato in un cigno, il quale seduce Leda, che successivamente torna a casa, va a letto anche con il marito Tindaro e, come se fosse la cosa più normale del mondo, depone due uova dalle quali nasceranno Elena e i Dioscuri.
Cioè, stiamo parlando di una storia in cui un dio decide di conquistare una donna travestendosi da palmipede, una regina depone uova e da quelle uova nasce la donna più bella della mitologia greca, però il punto in cui improvvisamente smettiamo di sospendere l'incredulità è il colore della pelle di un'attrice. È un confine piuttosto curioso.
È in questo momento che, secondo me, la polemica smette di parlare dell'Odissea e comincia a parlare di noi, perché il punto non è stabilire se Elena fosse bianca, nera o asiatica, il punto è capire perché abbiamo finito per ridurre una discussione sui simboli a una discussione sulle identità.
I grandi miti non hanno mai funzionato come fotografie del passato, hanno sempre funzionato come strumenti attraverso cui ogni epoca raccontava sé stessa, motivo per cui David vede nella guerra di Troia la Francia prerivoluzionaria, Dante prende Virgilio e lo trascina nell'aldilà cristiano, Shakespeare riscrive storie che non gli appartengono, Joyce porta Ulisse nella Dublino del Novecento e, inevitabilmente, anche Nolan racconta molto più il XXI secolo che l'antica Grecia. È così che un classico continua a vivere.
È curioso, allora, che proprio oggi si pretenda invece che i classici smettano di fare ciò che hanno sempre fatto. Da una parte c'è chi pretende di congelarli in una presunta autenticità storica che, semplicemente, non è mai esistita, dall'altra chi pensa che basti modificare l'identità di un personaggio per produrre automaticamente una lettura nuova dell'opera.
L'intuizione originaria della cultura woke, in realtà, era molto più interessante: rendere visibili meccanismi di esclusione che per secoli avevamo considerato normali, aggiungere prospettive, allargare lo sguardo. Poi, come succede spesso alle idee quando finiscono dentro le guerre culturali dei social, qualcosa si è perso per strada e abbiamo iniziato a comportarci come se la cultura fosse un album di figurine: cambi la faccia del personaggio e pensi di aver cambiato anche la storia. Il problema è che i simboli funzionano un po' diversamente.
Ed è questa, secondo me, la domanda che continuiamo a evitare, perché il problema non è se Elena possa essere interpretata da un'attrice nera, esattamente come non era un problema che David la dipingesse come una nobildonna francese; il problema è capire se quelle operazioni abbiano davvero qualcosa da dire oltre la superficie, se aggiungano uno sguardo nuovo oppure si limitino a cambiare l'estetica.
Per questo continuo a trovare piuttosto sterile discutere se Nolan abbia rispettato oppure no Omero, perché Omero non è mai arrivato fino a noi dentro una campana di vetro, è arrivato fino a noi perché ogni generazione ha avuto l'arroganza di appropriarsene, di piegarlo alle proprie domande e perfino di tradirlo. Tra cent'anni, probabilmente, nessuno ricorderà più la polemica sull'attrice scelta da Nolan, proprio come oggi nessuno entra al Louvre scandalizzandosi davanti all'Elena di Jacques-Louis David.
Qualcun altro riscriverà Omero, qualcun altro si indignerà e qualcun altro ancora sosterrà che quella non è la vera Odissea. Sarà un'ottima notizia, perché significherà che quei miti continuano ancora a fare quello che fanno da quasi tremila anni: costringerci a parlare molto meno dell'antica Grecia e molto più di noi stessi.















