Fu in quel momento che lo vidi...
(J. L. Borges L'Aleph)
Ventiquattromila e novanta.
Si direbbe un numero molto grande. Mi verrebbe da dire smisurato.
Si ottiene moltiplicando 66, il numero dei miei anni, per 365, il numero dei giorni e delle notti che ho avuto la ventura di vivere. Molti di questi giorni sono passati anonimi, veloci e rabbiosi, come se avessero fretta di finire. Insignificanti o almeno così li ha registrati la mia memoria, amalgamandoli nella grigia matassa della "vita ordinaria".
Ma alcuni giorni e alcune notti no.
Li ho guidati io stesso perché scorressero, purtroppo sempre veloci e spietati, in luoghi extra-ordinari, quasi sempre nella natura selvaggia, dove la bellezza del mondo si esibisce nella sua eterna cangiante sinfonia espressa mediante armoniche visive e sonore di un'intollerabile perfezione.
Anche questa sera, spazzata dallo scirocco sotto le stelle dell'estate boreale tra la Toscana e la Romagna, la crudele magnificenza delle costellazioni, incorniciate dalle nere sagome dei noci e degli ippocastani della corte di Sant'Apollinare, sembra volermi sfidare in una sorta di "singolar tenzone" in cui vengo chiamato a rispondere, con la mia limitata conoscenza e soprattutto con il vigore del mio sentimento vitale, a tanta infinita bellezza.
In questo libero e solitario silenzio mi viene in mente, mi si perdoni l'ardire per l'alto paragone, la formidabile sfida che Javeh lancia al misero Giobbe spezzato, lui sì, dalle sventure che Satana aveva raccolto per lui:
Orsù cingiti i lombi come un prode; io ti interrogherò e tu mi risponderai". Dove eri tu quando Io gettavo le fondamenta della Terra? Dillo se hai tanta intelligenza.
Ecco: nascere a questo mondo per qualcuno significa, volente o nolente, raccogliere il guanto di questa sfida esiziale perché in gioco c’è il senso stesso della propria esistenza.
Nel suo celebre romanzo La Montagna Incantata Thomas Mann fa dire a uno dei fantastici compagni che il giovane protagonista, Hans Castorp, incontra durante il suo soggiorno lassù:
La vita, giovanotto, è come una donna lunga, distesa... quale in una splendida ironica sfida impegna il nostro massimo fervore, tutta la tensione del nostro piacere virile, che o dà buona prova o crolla... crollare, giovanotto, capisce che cosa significherebbe? La sconfitta del sentimento di fronte alla vita, ecco l'insufficienza per la quale non c'è grazia, non c'è pietà, non c'è dignità... Ignominia e disonore sono parole troppo blande per questa rovina, questo fallimento, questa orrida mortificazione. Essa è la fine, la disperazione infernale, la fine del mondo…
Poi ancora, con implacabile fervore:
…di qui il nostro obbligo, il nostro obbligo religioso del sentimento. Il nostro sentimento, capisce, è la forza virile che sveglia la vita. La vita è addormentata, vuol essere destata per le ebbre nozze col divino sentimento. Poiché, giovanotto, il sentimento è divino. L'uomo è divino in quanto sente, egli è il sentimento di Dio. Dio lo creò per sentire mediante lui. L'uomo non è che l'organo mediante il quale Dio celebra le sue nozze con la vita svegliata e inebriata. Se l'uomo vien meno nel sentimento, si scatena l'onta di Dio, la sconfitta della forza virile che viene da Dio, una catastrofe cosmica, un inimmaginabile orrore...
La fine del mondo, un inimmaginabile orrore è il rischio a cui la sfida lanciata dalla crudele imperiosa bellezza del Creato ci espone, qualora il nostro valore dovesse venire meno e il fervore del nostro sentimento vitale perdesse il vigore necessario per unirsi nello "Hieros-gamos", la sacra unione con il Cosmo, che si presenta a noi con il seducente richiamo della sua perfetta bellezza.
Questa lunga, fantasiosa e un po' melodrammatica premessa esprime tuttavia lo stato d'animo e le aspettative che animano il mio “sentimento vitale” mentre mi accingo a partire per l'ennesimo lungo viaggio in uno di quei luoghi extra-ordinari dove ho sempre cercato, sulle ali delle mie passioni naturalistiche, di trovare i santuari dell'indicibile meraviglia del mondo.
Polinesia, le fantastiche isole dei mari del Sud, puntini sperduti a sud dell'equatore nel cuore dell' Oceano Pacifico che hanno affascinato con il loro richiamo e le loro lusinghe Stevenson, Gauguin e Jack London: ecco dove sto per andare con lunghi voli sopra l’emisfero boreale fino a valicare il massimo parallelo e recarmi a Tahiti: 17gradi sud e 149 gradi ovest rispetto al meridiano di Greenwich, praticamente agli antipodi della mia soffocante e soffocata Bologna, Italy, nella povera vecchia stanca Europa.
Mi recherò, dopo aver violato il regno del cielo, a sfidare con ingenua baldanza il regno del mare, di quel mare che con il suo incessante respiro e il suo infinito occhio, di un blu talmente denso da sembrare intagliato nello zaffiro, circonda queste isole che altro non sono che antichissimi vulcani spenti divorati dal corallo.
Andrò a immergermi, con bombole e autorespiratore e a volte semplicemente con maschera e boccaglio, tra le barriere coralline oceaniche e le "passes", i valichi che l'oceano si apre per entrare e uscire, spinto dalle maree e dagli alisei, nelle vaste lagune polinesiane attraverso queste enormi aperture del reef.
Chissà se sotto lo sguardo severo della Croce del Sud il mio sentimento vitale ritroverà quel vigore che alimentava i miei primi viaggi; quando il mondo mi sembrava piccolo nelle mie mani e l'Aleph - quel singolo piccolo sfolgorante punto che contiene tutti i luoghi dell' universo, contemporaneamente visibili da ogni prospettiva, che un giovane Borges trova sotto il diciannovesimo gradino della scala nella casa di un suo perduto amore - brillava per me nel cuore rosato di ogni conchiglia trovata di sera, al ritiro della marea, nelle basse lagune coralline del mar Rosso o del mare di Celebes.















