Quando andai a Lisbona nel febbraio di quest’anno1 mi venne detto che dovevo assolutamente recarmi a Sintra, località turistica a pochi chilometri dalla capitale portoghese. Non farlo, sarebbe stato come andare a Napoli e non visitare Capri. Presi dunque il trenino dalla deliziosa stazione neogotico-manuelina di Rocío per il viaggio di circa mezz’ora che mi portò a Sintra. Notai che il percorso attraversava le periferie di Lisbona, un paesaggio di edifici fatiscenti, fabbriche dismesse, terreni incolti e capannoni sfondati.
Un po’ come succede quando si prende la Circumvesuviana per andare da Napoli a Pompei (per continuare col paragone campano). Arrivato a Sintra, però, le cose cambiarono radicalmente. L’idilliaca cittadina è situata sulle pendici della Serra dello stesso nome in un paesaggio boscoso ricco di alberi esotici dalle forme strane, spesso ammantato dalle nebbie provenienti dal vicino oceano.
La località aveva affascinato i romani, gli arabi e poi i re portoghesi, che vi fecero costruire la loro residenza estiva. Nel XIX secolo, in epoca romantica, la città divenne meta di inglesi e tedeschi (Lord Byron, che la visitò nel 1809, nel suo Childe Harold's Pilgrimage la definì glorious eden), per poi trasformarsi in una delle principali destinazioni turistiche del Portogallo, fino ai giorni nostri.
Chiamata “Montagna sacra” (Varrone) dai Romani, Sintra era un luogo magico dove, secondo la leggenda, le giumente partorivano puledri generati dal dio del vento Zefiro e dove sulle spiagge vicine si potevano scorgere nereidi e tritoni. Al-Bakri, geografo arabo andaluso, così la descrisse:
È uno dei villaggi dell’Al-Andalus situati vicino al mare che dipendono da Lisbona. È sempre avvolto da una nebbia che non si dirada mai.
Il Palácio da Pena
L'opera architettonica più famosa di Sintra è il Palácio da Pena, che il principe consorte Ferdinando di Sassonia-Coburgo fece costruire a partire dal 1839 da Wilhelm di Eschwege, architetto e naturalista tedesco. Questo palazzo rappresenta uno dei tentativi, che caratterizzarono tutto l’Ottocento romantico-storicista, di riunire forme stilistiche di epoche e paesi diversi in un insieme pittoresco.
Appartiene a quella serie di palazzi costruiti da sovrani anacronistici che, davanti all’avanzata della rivoluzione industriale e per distanziarsi dalle “plebi” democratiche, si facevano erigere fantasiose dimore in luoghi impervi con vista sul mare, sulle vette montane o sui boschi. Tra gli esempi, i famosi castelli neo-rococò e neogotici del re Luigi II di Baviera, l’Achilleion dell’imperatrice Sissi a Corfù in stile ellenico-pompeiano o la residenza neo-Tudor di Miramare costruita da Massimiliano d’Asburgo.
Ma veniamo al Palácio da Pena. Un portale moresco apre l’accesso a questo castello “da favola” arroccato sul Monte da Lua. Le sue torri e le facciate medievali risplendono di giallo canarino, rosso lampone e blu oltremare.
Nonostante questa sinfonia di colori vivaci, ci si sente trasportati ora verso i castelli della Germania, ora verso le residenze manueline del Portogallo. Le sale e il loro arredamento, in perfetta armonia, sono ancora più variegati: la stanza più spettacolare è senza dubbio la «sala araba» con i suoi dipinti in trompe-l’œil che adornano pareti e soffitto. La fascinazione per la decorazione «orientale» si manifesta nel Salão Nobre e nella camera da letto, mentre in altre sale sono il Rinascimento e l’epoca barocca a essere evocati. Sono presenti quasi ovunque le porcellane di Sassonia.
Una parte del complesso è occupata dal chiostro e dalla cappella di un monastero del XVI secolo, che Ferdinando fece integrare nel proprio castello. Anche l’arco di Tritone, custodito da un mostro marino, ricorda l’epoca gloriosa del Portogallo.
Insomma, l’avrete capito, un esempio sfrenato di Kitsch e proprio per questo, visitato da frotte di turisti da ogni parte del mondo. Anche quando lo visitai in febbraio, fuori stagione, le code per accedervi erano chilometriche e decine di torpedoni intasavano l’entrata.
A prescindere dall’opinione che ci si possa fare sul «Neuschwanstein portoghese», tutti i visitatori concordano sull’unicità del panorama che si gode dalle terrazze e dalle torri a 520 metri di altitudine. Purtroppo, al di là dei pendii boscosi, quel che ora si vede è principalmente lo squallido panorama suburbano che ho descritto nel primo paragrafo.
Il parco, ricco di alberi esotici, con le sue sorgenti e i suoi padiglioni, rimane uno dei giardini più belli d’Europa. Richard Strauss espresse così le sue impressioni su questo luogo:
È il giorno più felice della mia vita. Sono stato in Italia, in Sicilia, in Grecia e in Egitto. Ma non ho mai visto nulla di più affascinante. È il luogo più bello che io abbia mai visto.
Francamente, mi pare che qui il grande compositore abbia un po’ esagerato…
Considerato il livello imperante di (cattivo) gusto, non mi stupì, dopo la folla del Palácio da Pena di essere quasi solo quando visitai l’altro, ben più bello palazzo reale di Sintra, il “Palácio da Vila” o Palazzo Nazionale di Sintra.
Il “Palácio da Vila”
Originariamente residenza dei governatori mori (wali), il Palazzo è da molti secoli un elemento singolare del paesaggio di Sintra, grazie soprattutto ai suoi due giganteschi camini conici bianchi, a metà strada fra un trullo d’Alberobello e uno stupa nepalese.
Il Palazzo di Sintra fu abitato dai monarchi portoghesi e dalla loro corte per quasi otto secoli. Fu molto frequentato, soprattutto nel Medioevo, e servì da residenza secondaria durante le battute di caccia, da rifugio durante le epidemie di peste che colpirono la capitale, o ancora da residenza estiva.
Diventato proprietà dello Stato nel 1910 alla caduta della monarchia, il Palazzo al suo interno custodisce una straordinaria collezione di mobili e opere d’arte rappresentative delle arti decorative portoghesi dal XV al XVIII secolo, provenienti in gran parte dalla Casa Reale. Con oltre mille anni di storia, il Palazzo testimonia un ricco incontro di culture, che si manifesta nella sua architettura e nel patrimonio artistico che custodisce. Volendo descrivere il lusso dell’India, paese appena scoperto di cui era governatore, Afonso de Albuquerque (1462-1515) prese il Palazzo di Sintra come esempio per eccellenza quando scrisse in una lettera indirizzata al re Manuel I:
A Malacca si trova addirittura più oro e blu che nel Palazzo di Sintra.
Prevalentemente in stile mudéjar (una fusione fra l’arte cristiana e quella musulmana), il Palazzo racchiude una profusione di piastrelle ispano-moresche. La sua eclettica collezione di oggetti d’arte comprende pezzi donati in omaggio alla famiglia reale dai suoi sudditi e dai dignitari in visita, come le magnifiche porcellane cinesi e i mobili indo-portoghesi.
L’edificio riunisce diversi stili architettonici, tra i quali spicca in particolare lo stile manuelino, o gotico tardivo portoghese.
Sarebbe troppo lungo descrivere nei dettagli questo magnifico palazzo. Mi limiterò a evocarne i principali ambienti.
Vista di Sintra dalle arcate del Palazzo Nazionale, Sintra, Portogallo. Foto di Flavius Roversi.
La Sala dei Cigni è la più grande del palazzo. È una delle parti dell’edificio in cui lo stile mudéjar si manifesta con maggiore intensità, sia nelle magnifiche piastrelle che rivestono le pareti che negli archi a sesto ribassato. La sala deve il suo nome al soffitto in legno in stile rinascimentale risalente alla fine del XVI secolo, decorato con cigni bianchi, simboli di purezza e fedeltà. Era in questa sala, che si tenevano le cerimonie ufficiali più importanti.
Il cortile interno centrale offre una magnifica vista sui monumentali camini. Si tratta di un luogo intimo, dove il suono dell’acqua che scorre e le piastrelle che adornano le pareti evocano la tradizione architettonica araba.
Nella Sala delle Gazze venivano accolti i notabili del regno e gli ambasciatori stranieri. La sala deve questo nome al suo soffitto affrescato raffigurante 136 gazze che tengono tra gli artigli una rosa, allusione alla casata dei Lancaster (il cui simbolo è una rosa rossa), alla quale apparteneva la regina Filippa.
La Sala delle Sirene: i dipinti decorativi del XVIII secolo che adornano il soffitto raffigurano delle sirene che suonano uno strumento musicale mentre circondano una nave con lo stemma del Portogallo
Gli stemmi delle 72 famiglie nobili più influenti del regno, raffigurati nella Sala degli Stemmi, costituiscono ancora oggi un punto di riferimento araldico fondamentale. Sulla modanatura che circonda l’intera sala si legge la seguente iscrizione relativa agli stemmi raffigurati:
Poiché sono stati ottenuti grazie a leali sforzi e servizi, questi, come altri simili, devono essere preservati.
Nella cosiddetta “sala araba” l’elemento più notevole della decorazione è il rivestimento di piastrelle geometriche che creano l’illusione di essere tridimensionali.
Infine, la cucina che deve la sua fama ai suoi già menzionati monumentali camini alti 33 metri, che sono diventati un simbolo della città di Sintra e l'elemento distintivo del suo profilo.
Il palazzo reale di Sintra nella storia e nella cultura
Le vicende del “Palácio da Vila” di Sintra, residenza reale per oltre otto secoli, sono strettamente legate a quelle del Portogallo.
Il re Dinis fu il primo a intraprendere i lavori di ristrutturazione del palazzo arabo nel 1287.
Successivamente, fra gli altri, vi abitarono João I, «re di buona memoria» (1357-1433), autore della conquista di Ceuta che nel 1415 avrebbe segnato l’inizio dell’espansione portoghese e sua moglie, l’inglese Filippa di Lancaster (1360-1415), principessa della famiglia dei Plantageneti.
Fu proprio nel Palazzo che il re João II, nel 1492, prese la decisione di autorizzare gli ebrei espulsi dalla Spagna dai re cattolici a stabilirsi in Portogallo dietro pagamento di una cospicua somma di denaro – una decisione dalle conseguenze sociali e politiche di notevole portata.
Manuele “il Fortunato” (1469-1521) amava trascorrere l’estate a Sintra per via del clima mite e dell’abbondanza di selvaggina. Fu qui che ricevette la notizia della scoperta della rotta marittima per le Indie nel 1498 e della scoperta del Brasile nel 1500.
Re Sebastião “il Desiderato” (1554-1578) a Sintra avrebbe concepito il suo poco saggio piano di crociata in Nord Africa, che portò alla sua morte e alla temporanea perdita dell’indipendenza del Portogallo. La tradizione vuole che il re Sebastião abbia ascoltato lo stesso Camões leggere per la prima volta il suo poema Os Lusíadas nella Corte delle udienze del palazzo.
Nel luglio del 1581 – un anno dopo l’annessione del Portogallo all’Impero asburgico, all’interno del quale rimase fino al 1640 – Filippo II di Spagna e Portogallo visitò Sintra, trascorrendo una notte al Palazzo, e condivise le sue impressioni in una lettera indirizzata alle figlie
[...] sebbene antica, questa dimora possiede stanze molto piacevoli, alcune delle quali di un tipo che non ho mai visto altrove, e sarei felice di vedervi qui perché penso che vi piacerebbe per via dei giardini e delle fontane [...].
L’antico Palazzo di Sintra conobbe in seguito un lungo periodo di declino e cessò di essere abitato, se non temporaneamente e in occasione di brevi soggiorni dei sovrani.
Per finire
Per finire, non posso non includere nel mio articolo il consueto riferimento letterario. Il principale poeta moderno portoghese, Fernando Pessoa, dedica una poesia alla sopra menzionata regina Filippa di Lancaster, madre, fra altri illustri principi, di Enrico il Navigatore, abile e geniale organizzatore delle imprese marinare del Portogallo, in Mensagem (Messaggio), il suo unico libro in lingua portoghese pubblicato quando era ancora in vita (tutta la collezione poetica Mensagem è un’epopea apologetica del sentimento nazionale attraverso l’immaginario imperiale):
Quale enigma dimorava nel tuo seno,
che generò solo geni?
I tuoi sogni, quale arcangelo venne
a vegliarli, con amore materno, un tempo?
Volgi verso di noi il tuo volto solenne,
Principessa del Santo Graal, ventre umano dell’Impero,
Madrina del Portogallo!
Contrariamente a quanto fatto credere da Antonio Tabucchi ai suoi lettori progressisti, mi viene il dubbio che Pessoa fosse in realtà un gran reazionario, seguace del mito messianico-millenarista del Quinto Impero (in portoghese, Quinto Império) che pronostica l'avvento di un futuro impero portoghese e cristiano il cui dominio si estenderà a tutto il mondo, succedendo a quattro precedenti grandi imperi del passato: Assiro, Persiano, Greco e Romano (?).
A meno che non si trattasse di una delle mille maschere indossate dal poeta, “fingitore” per eccellenza, come scrisse in Autopsicografia:
O poeta é um fingidor.
Finge tão completamente
Que chega a fingir que é dor
A dor que deveras sente.[Il poeta è un fingitore
Finge in modo così totale
Che finge persino che sia dolore
Il dolore che in realtà prova.]
Note
1 Vedi l’articolo su Meer edizione italiana del 28 aprile 2026: La luce di Lisbona.













