Oggi vi parlo di Filippo Nardi, inglese di origine, ma figura che in Italia ha attraversato televisione, musica, moda ed intrattenimento senza mai lasciarsi rinchiudere in una sola definizione.
Per molti il suo nome è legato alla seconda edizione del Grande Fratello nel 2001, dalla quale uscì dopo appena tredici giorni, in un’epoca in cui il reality era ancora un esperimento sociale prima che un fenomeno mediatico consolidato.
Vent’anni dopo è tornato nella casa più famosa d’Italia partecipando al Grande Fratello VIP 2020. Questa esperienza si è conclusa con una squalifica che ha nuovamente acceso il dibattito sul suo carattere e sul suo modo di vivere lo spettacolo, in un contesto che nel frattempo è totalmente degenerato.
Trasmissioni come queste appartengono ormai alla spazzatura della televisione attuale, eppure continuano a invadere i palinsesti. Dovrebbe essere l'editore stesso, investito di una precisa responsabilità culturale, a non proporre più certe ripetizioni logore. Tuttavia, se questo declino persiste, è perché si è consolidata una forma di complicità con una fetta di pubblico ormai assuefatta, che accetta passivamente e consuma acriticamente dinamiche prestabilite. Si crea così un cortocircuito culturale in cui l'offerta impoverisce la domanda e la domanda legittima l'offerta, alimentando un circolo vizioso che anestetizza il pensiero critico a favore del puro voyeurismo.
Nel corso degli anni ha alternato esperienze diverse, dai Dj set alle apparizioni televisive, costruendo un percorso personale spesso lontano dalle strade più prevedibili del mondo dello spettacolo.
Personalmente ho avuto modo di conoscere Filippo Nardi durante la realizzazione di alcune campagne pubblicitarie televisive nelle quali era testimonial. In quelle occasioni ho potuto apprezzarne non solo la professionalità, ma soprattutto le qualità umane.
A differenza di molti personaggi del mondo dello spettacolo si è sempre dimostrato una persona gentile, garbata e disponibile, attenta al lavoro e rispettosa di chi gli stava intorno. Questo suo modo di fare, che si potrebbe attribuire al classico aplomb da gentleman inglese, risiede in realtà nella sua natura più profonda.
Si tratta di un individuo positivo e dai modi impeccabili, segno evidente di una solida formazione ricevuta alle spalle. La famiglia, del resto, rimane sempre un pilastro fondamentale nel modellare il carattere ed i valori di una persona, guidandone la condotta indipendentemente dalle inclinazioni naturali.
Negli anni le nostre strade professionali non si sono più incrociate, ma il rapporto è rimasto. Ogni tanto ci sentiamo ancora e questo, più di tante parole, racconta una stima reciproca che il tempo non ha scalfito.
Oggi vorrei proporre a voi una riflessione che va oltre il semplice personaggio televisivo, un invito a scoprire da vicino l’uomo dietro i riflettori, le sue idee autentiche, il suo percorso ed il suo sguardo personale sul presente e sul futuro.
A 57 anni e a circa 25 anni dalla tua esperienza al Grande Fratello nel 2001 quando avevi poco più di 30 anni, il tuo percorso è sempre rimasto tra rottura degli schemi e difficoltà a stare dentro definizioni fisse. Ti senti più vicino al ragazzo che allora sfidava le regole entrando nella casa o all’uomo che sei oggi e la tua insofferenza verso etichette e aspettative è stata una conquista di libertà o una battaglia che continua ancora?
In realtà non ho mai sfidato le regole. Mi sono opposto a un comportamento della produzione che non ritenevo giusto, né giustificato, né giustificabile. Penso di avere ancora oggi, nella mia indole, quella caratteristica che mi spinge a intervenire con forza ogni volta che percepisco un'ingiustizia, nei miei confronti o verso gli altri. È un tratto che ho sempre avuto nel carattere. Sono una persona molto tranquilla finché non vengono premuti i bottoni giusti o sbagliati, a seconda dei punti di vista. Quando accade, mi infervoro, perché la mia non è neppure una sfida, ma un'opposizione che ritengo giusta e giustificabile. Mi sono sempre sentito libero e, quindi, non si è trattato di una conquista della libertà, ma di una reazione a una precisa sensazione di ingiustizia subita da parte della produzione.
Dopo soli tredici giorni lasciasti la casa. Col senno di poi è stata una sconfitta o una liberazione?
Non è stata né una sconfitta, né una liberazione. Nella mia educazione britannica, quando stai giocando e non ritieni giusta la gestione delle regole, abbandoni il campo con la testa alta. È esattamente quello che è successo. Non l'ho considerata una sconfitta, né una liberazione. Più che altro, ho provato dispiacere per il fatto che la produzione non avesse compreso né rispettato il mio stato d'animo. Se fosse stato diverso, sarei rimasto.
In quel momento avevi già capito che la notorietà può essere tanto veloce quanto effimera?
No, perché finché non vivi la notorietà non hai minimamente idea di quello che si prova. Io ho trovato la richiesta da parte di persone sconosciute molto invadente e stancante. Non pensavo di aver fatto qualcosa di meritevole di così tanta attenzione. Infatti, per le prime settimane è stata una vera sorpresa. La longevità è stata ancora più sorprendente, perché tuttora la gente mi ferma per strada e mi chiede dove siano le mie sigarette. Poi, ricordati che la fama e la notorietà sono date da terzi. Non ci si dà la notorietà da soli, quindi è fuori dal proprio controllo ed è facile sentirsi in balia dei riflettori che si accendono e si spengono. Tuttavia, non essendomi mai sentito schiavo di questo, perché ero ben consapevole che fosse una cosa data da terzi, non ho sofferto quando i riflettori si sono abbassati. Anzi, a tratti è stato anche un sollievo.
Quanto ha pesato quella esperienza sull’immagine che il pubblico ha costruito di te?
Molto, perché quella è solo una piccola parte di me. Era soltanto il mio desiderio di giustizia, il bisogno di essere trattato in modo corretto e rispettato, ma rappresenta una percentuale davvero minima. Io sono tanto altro: vivo una vita molto riservata e sono una persona riflessiva. Rifletto molto, sto spesso da solo, in penombra, in silenzio, in costante contatto con me stesso. Ovviamente il pubblico e i mass media hanno marciato sulla parte più eclatante, quella che abbiamo visto. Però non rinnego nulla, anzi ringrazio per quello che è successo, perché è stato tutto assolutamente spontaneo e mi ha offerto tante scelte lavorative. Penso che la vera fortuna della vita sia proprio avere la possibilità di scegliere.
Hai mai avuto la sensazione di essere stato più famoso che realmente conosciuto?
Sempre, perché, chi è, che mi conosce veramente fino in fondo? Forse mia madre, forse alcune delle compagne della mia vita, ma nessuno oltre loro. Certo che sono stato più famoso che realmente conosciuto, perché penso che non conosciamo mai davvero le persone famose. Loro mostrano solo un lato della loro vita, quello che viene esposto al pubblico. Il loro privato intimo è tutta un'altra cosa e appartiene davvero a pochi. Faccio fatica a conoscere io stesso me, figurati gli altri.
Cosa cercavi tornando al Grande Fratello VIP vent’anni dopo?
Ah, tornando al Grande Fratello, volevo chiudere il cerchio e tornare, dopo circa vent’anni di carriera televisiva, da dove ero venuto, perché non ho mai rinnegato le mie origini televisive. Anche quella volta si è visto che non è proprio il formato per me. Ho beccato un anno in cui ci sono stati degli equivoci e penso di essere stato trattato molto ingiustamente. Però, dopo vent’anni di televisione, capisci un po' meglio i meccanismi: siamo carne da macello. Quando vai lì, sei in balia di autori, presentatori e delle dinamiche politiche del momento, quindi devi esserne consapevole. Mi dispiace che mi abbiano dipinto come una persona che non sono. La gente frustrata, i leoni da tastiera, non vedono l'ora di sfogare la propria insoddisfazione su un capro espiatorio e, per l'ennesima volta, gliel'ho servito su un piatto d'argento, ricevendo minacce di morte contro di me, la mia ex compagna, mio figlio e il mio agente. Questo dimostra solo in che stato critico si trovi la società e quanto la gente non sappia gestire la propria frustrazione.
La tua squalifica nel 2020 è stata un incidente di percorso o il risultato inevitabile di un carattere che fatica ad adattarsi alle regole imposte?
Quella squalifica è stata veramente scandalosa, visto che c'è gente che ha fatto cose molto peggiori e in malafede rispetto a me. Io avevo fatto solo qualche battuta, magari fuori luogo, ma neppure tanto secondo me. Credo che se una cosa la fai in buona fede per strappare un sorriso, sia molto diverso dal farla per ferire o denigrare e io ho sempre agito in buona fede. Non ho infranto le regole. È stato tutto giudicato e montato in un modo tale per cui sembravo uno che faceva continuamente battute da caserma. Io non mi ricordo una cosa del genere e nemmeno i miei compagni di allora mi ricordavano così. Si vede che, essendo schiavi del meccanismo televisivo, per strappare due punti di ascolto e dipingersi come santi o portatori della verità, hanno bisogno di un capro espiatorio. E poi abbiamo visto cosa è successo alla persona che godeva nel puntarmi il dito contro.
Ti sei mai sentito giudicato più per alcuni episodi televisivi che per la persona che sei realmente?
Per alcuni episodi certo, ma la persona che sono realmente si vede solo a contagocce. Io sono sempre stato me stesso, che sembra una frase semplice, ma non è così facile nel mondo di oggi. Quindi, se venite giudicati per chi siete, io vi rispondo: avete ragione, avete diritto alla vostra opinione, io continuo a essere me stesso, nel bene e nel male, modificando ovviamente piccoli dettagli per migliorare il modo in cui mi pongo al mondo. Una cosa è importante: se tu, che sei uno sconosciuto, non capisci la differenza tra una cosa detta o fatta in buona fede e una in malafede, a quel punto io non mi ritengo responsabile per i tuoi sentimenti.
C’è stato un momento in cui hai pensato di allontanarti definitivamente dal mondo dello spettacolo?
Ah, sì, certamente. Quando il tutto è tornato naturale e non c'erano più le richieste di prima, mi sono organizzato continuando la mia vita. Così come la televisione era arrivata come un fulmine a ciel sereno quando avevo 33 anni, sapevo benissimo che era qualcosa di molto effimero e fragile, che poteva sparire da un momento all'altro, quindi mi sono preparato psicologicamente. Ovviamente arrivavano delle richieste che mi andava di fare, per un motivo o per un altro e ho detto di sì, ma ho detto anche tanti no.
Nel tuo percorso hai attraversato televisione, musica, moda e intrattenimento. In quale di questi mondi ti sei sentito davvero a casa?
Ah, la musica. Stare in uno studio di registrazione a produrre un disco è il mio habitat naturale. Oddio, anche fare le interviste al Festivalbar, dietro le quinte, a tutti gli artisti mondiali che sono passati di lì, era qualcosa che adoravo. Non vedevo l'ora di tornarci ogni anno, anche con 40 gradi sotto il sole, per parlare con Sting, Ricky Martin, Pino Daniele, Biagio Antonacci, le Spice Girls. È passata anche Amy Winehouse da noi. Quello è stato davvero pane per i miei denti.
Qual è il prezzo più alto che hai pagato per la notorietà?
Sono le precondizioni delle persone il vero ostacolo: non vedono oltre come sono stato dipinto in televisione. Per farmi conoscere realmente, devono fidarsi e darmi il tempo, perché anche durante i primi incontri tutti mi prendono per uno ricco che fa festa tutte le sere circondato da modelle. Invece, la mia vita reale è molto discreta, riservata, solitaria e vivo in modo modesto. Questo è il prezzo della notorietà: le precondizioni e i pregiudizi che la gente ha nei miei confronti.
E qual è il regalo più grande che ti ha lasciato?
Il regalo più grande che mi ha lasciato è stato incontrare tante persone interessanti, tutti i musicisti mondiali al Festivalbar e poter guardare un quarto di secolo su uno schermo. Non mi guardavo mai in televisione: quando ho fatto i servizi per le Iene non li guardavo neppure, se non quando c'era da correggere qualcosa per i successivi. Per me, un'esperienza alle Iene o al Festivalbar, una volta fatta era fatta e me la portavo dentro; non avevo bisogno di rivedermi. Adesso, però, se vado a riguardarmi, noto proprio il passaggio del tempo, come sono cambiato, come mi guardavo negli occhi. Riesco a riconoscere come stavo in quel momento: quello è bello, è vero, è la documentazione di un quarto di secolo.
Oggi molti giovani inseguono la visibilità sui social. Che consiglio daresti a chi confonde popolarità e successo?
E beh, i social vivono in un mondo virtuale e io starei molto attento sia alla parola virtuale che a quella dell'attenzione gratuita. Che tu sia una bella donna in costume da bagno o un ragazzo con un orologio costoso, non è la realtà, è virtuale. La nostra autostima non deve mai, mai, mai essere calcolata in base a quanti like o quanti follower hai. Anche perché, se un giorno chiudessero i social, come daresti senso alla tua vita? Sono cose che si trovano dall'interno. Io, per esempio, preferisco postare foto del mio gatto su Instagram.
I social hanno cambiato radicalmente la visibilità pubblica. Ti saresti trovato a tuo agio in un mondo dove tutto è continuo e immediato?
No, io vengo da un'altra epoca. Ho vissuto gli anni Settanta e Ottanta, quando la TV si spegneva alle undici di sera, in un mondo pre-digitale, dove le prime videocassette sono arrivate solo negli anni Ottanta. Il mio divertimento e il modo in cui ho conosciuto me stesso sono sempre passati attraverso le azioni, vivendo esperienze reali, non mediandole attraverso uno schermo. Tutto questo essere immediato di oggi è pericoloso, perché la vita reale non funziona così. Penso che questo crei problemi molto profondi nello sviluppo emotivo dei ragazzi attuali.
Che rapporto hai oggi con l’Inghilterra e con le tue radici?
L'Inghilterra mi manca molto, così come l'ordine, l'educazione e la puntualità. Londra, in particolare, mi manca tanto, ma non è più la città che ho amato. Essendo una metropoli così importante e in continuo sviluppo, tutte le zone più affascinanti non esistono più, trasformate in quartieri di case milionarie. Per questo tengo molto cari i miei ricordi della Londra tra gli anni Settanta, Ottanta e i primi Novanta, quando pullulava di artisti, musica, designer e fermento nella moda. Sono stato davvero fortunato a vivere quel periodo così bello della città.
Cosa ti affascina e cosa ti lascia più perplesso dell’Italia di oggi?
Mi affascina dell'Italia la sua diversità e la ricchezza di cultura e di luoghi. Il mare, la montagna, tutta la geografia del Paese è spettacolare. Ho avuto la fortuna di visitarla tutta lavorando, il che è un privilegio immenso. La mia perplessità resta sempre la stessa: la disorganizzazione, la politica e la burocrazia. Vedo spesso una sorta di sottomissione nella gente, come se agli italiani si possa far accettare qualsiasi cosa. In Inghilterra sarebbero in piazza in un quarto d'ora, in Francia in dieci minuti. In Germania non servirebbe neppure scendere in strada perché tutto funziona. Eppure, la qualità della vita in Italia rimane alta, nonostante tutto. In altri paesi, con la stessa gestione, ci sarebbe già stata una rivoluzione.
Qual è la trasformazione della società contemporanea che ti colpisce di più?
Probabilmente è il mondo digitale, con i giovani continuamente incollati allo schermo e portati a vivere le esperienze in modo meno fisico. Pensano di sapere tutto perché hanno in mano un telefono che garantisce accesso all'informazione globale, eppure diventano meno curiosi, proprio avendo tutto a portata di mano: è una cosa stranissima. Mio figlio, ad esempio, pensa di capire cosa significhi andare a New York solo perché ha visto le foto su Instagram o su Internet. Io, al contrario, sognavo di andare a New York e non vedevo l'ora di scendere dall'aereo per respirare l'aria, vedere le luci, i colori, percepire i suoni della città. Invece, oggi restano a casa, girano il mondo col telefonino e pensano di aver vissuto tutto. Ma hanno solo visto tutto, non hanno vissuto niente: il vissuto è un'altra cosa.
E quale invece ti fa guardare al futuro con speranza?
Boh, poca roba, davvero poca roba. Secondo me, nella storia c'è sempre stato un movimento contrario a tutto ciò che accade, un po' come quando i punk sono emersi negli anni Settanta in Inghilterra per rispondere a una società troppo formale. Credo che ci sarà un ritorno alla natura, alle esperienze vissute, alle cose più lente. La vita lenta è qualcosa che tornerà presto e davvero non vedo l'ora.
Sei soddisfatto delle scelte che hai fatto nel tuo percorso personale e professionale?
Sono soddisfatto, sì. Si tratta di scelte che ho fatto, quindi parliamo del passato: non posso farci nulla, non le posso cambiare, ma posso solo rendermi conto di come le mie decisioni mi abbiano formato e dell'uomo che sono diventato. Ovviamente, ci sono cose che non ripeterei e altre che, in alcuni casi, ripeterei ancora.
Se potessi tornare indietro nel tempo c’è qualcosa che cambieresti o rifaresti diversamente?
Probabilmente cercherei di essere più presente per la crescita di mio figlio, perché nei primi anni ero sempre al lavoro e l'ho vissuto davvero poco. Guardando ancora più indietro, mi sarei applicato di più a scuola e avrei frequentato l'università, anche se tuttora non saprei scegliere la facoltà: avevo troppi desideri, volevo fare l'architetto, il chirurgo, il direttore d'orchestra, il sarto. Quindi, anche tornando indietro, non saprei quale corso seguire. Ma se potessi parlare con me stesso a vent'anni, direi: rimani sempre te stesso, cerca solo di essere un po' meno impulsivo. O meglio, continua a essere istintivo, ma ragiona meglio sull'istinto prima di passare all'azione. E scegli una sola di tutte quelle strade che avresti voluto percorrere: provaci, almeno quello.
C’è qualcosa che non hai ancora realizzato e che vorresti fare nei prossimi anni?
La lezione più importante che la vita mi ha insegnato è che tante cose a cui diamo eccessiva importanza, in realtà, non contano nulla. Ho imparato a cercare di vivere il momento, a fare tesoro del passato senza però preoccuparmi costantemente per il futuro. Noi esseri umani siamo progettati per sopravvivere. Quindi, anche di fronte a ciò che la società ci impone come la peggiore tragedia al mondo, bisogna ricordare che passerà e che ce la faremo. Ce la faremo veramente. Questa è la lezione: ce la farai, davvero. Anche rispetto al grande equivoco che ancora oggi è compagno del mio nome.
Qual è il più grande equivoco che ancora oggi accompagna il tuo nome?
Il grande equivoco è che io sia un pazzo scatenato, ingestibile, ma non è assolutamente vero niente di tutto questo.
Se dovessi descrivere questo momento della tua vita con una sola parola quale sceglieresti?
Consapevolezza.
Qual è il tuo piatto preferito in assoluto?
I passatelli in brodo.
Chi è Filippo Nardi?
Appena saprò rispondere, ti faccio sapere. Sto ancora cercando di capire, penso che nel mio caso forse l'ultimo giorno della mia vita, sdraiato sul letto in ospedale con tutta la mia mia famiglia intorno, non so ancora neanche quel giorno lì, per me l'importante di aver cercato di capire.
Al termine di questa conversazione resta una sensazione precisa. Filippo Nardi non è il personaggio che per anni è stato raccontato dalla televisione. O almeno non soltanto quello.
Dietro l'immagine pubblica emerge un uomo che continua ad interrogarsi, che non ama le definizioni definitive e che sembra aver trascorso gran parte della propria vita cercando di restare fedele a sé stesso più che alle aspettative degli altri.
Nelle sue parole non c'è alcun desiderio di riscrivere il passato o di correggere ciò che è stato. C'è piuttosto la consapevolezza che ogni scelta, giusta o sbagliata, contribuisce a costruire la persona che siamo.
Colpisce la sua costante ricerca di autenticità. In un'epoca che misura il valore delle persone attraverso visibilità, follower e consenso immediato, Filippo Nardi continua a ragionare in termini di esperienza vissuta, relazioni reali e libertà interiore. Non rinnega il successo, ma non gli attribuisce neppure un valore assoluto. Lo considera una conseguenza, mai un obiettivo.
Forse il filo conduttore di tutta la sua storia è proprio questo: il rifiuto di lasciarsi definire da uno sguardo esterno. Che si tratti della televisione, dei social o dei pregiudizi costruiti nel tempo, Filippo Nardi sembra rivendicare il diritto di essere qualcosa di più complesso di un'etichetta.
La parola che sceglie per descrivere il presente è "consapevolezza". Non felicità, non successo, non rivincita.
Consapevolezza.
Ed è probabilmente questa la chiave di lettura più sincera dell'uomo incontrato oggi. Un uomo che a 57 anni non pretende ancora di sapere esattamente chi sia, ma che continua ad avere il coraggio di cercarlo.
Forse, in fondo, è proprio questa ricerca a definire Filippo Nardi più di qualsiasi programma televisivo, più di qualsiasi titolo di giornale e più di qualsiasi giudizio formulato da altri.
Non la certezza di essersi trovato, ma la volontà di continuare a cercarsi.















