26 giugno (domenica). Siamo al Faleolo Airport di Samoa che è l’alba. Al check-in gli impiegati ci comunicano che all’aeroporto figiano di Nadi è in corso uno sciopero e i voli sono sospesi, l’unica alternativa proposta è quella di invertire i nostri voli, andando prima a Tonga e alle Figi dopo. Un marinaio presente dice che una nave per l’isola figiana di Vanua Levu parte questa mattina, il costo del viaggio è di pochi dollari.
Interessante e buono a sapersi, anche se non siamo in grado di scombinare il viaggio a tal punto: volendo, è comunque possibile andare in giro per il Pacifico su navi cargo in servizio nelle varie isole.
Per noi è uguale, andremo alle Figi dopo Tonga non cambia nulla, per certo non abbiamo voglia di tornare in città ad aspettare che finisca lo sciopero. Alle 7:30 l’aereo si alza seguendo per due ore e mezzo la linea del Date-Line in direzione sud fino al Regno di Tonga, una costellazione di piccoli atolli e isole verdi sparse in un mare turchese. Tongatapu, dove si trova la capitale Nukuʻalofa, è l’isola più grande e più popolata di Tonga e si trova nella parte più meridionale dell’arcipelago tongano.
Le altre principali zone insulari sono Haʻapai, al centro; Vavaʻu, più a nord e le Niuas, molto più a nord e vicine alle Samoa. Le isole di Tonga le vediamo sotto di noi, distribuite lungo una lunga linea nord-sud per centinaia di chilometri. Atterriamo all’aeroporto di Fua’amoto nell’isola di Tongatapu, distante una ventina di chilometri dalla capitale Nuku’alofa. Per prima cosa ci rechiamo al banco dell’ufficio cambio: la valuta di Tonga si chiama Tongan paʻanga, siglato come Top, ed un Top è diviso in 100 seniti. Al cambio, 1 Top equivale a 0.86 US$ o a 1015 lire italiane, informazioni utili a “prendere le misure” con questa nuova realtà.
Non esiste un servizio regolare di autobus, l’auto che ci porta alla capitale è di un privato di nome Sione che ogni tanto arrotonda le entrate in questo modo. Chiede 3 Top e parla un buon inglese poiché spiega: “Dal 1900 The Kingdom of Tonga è stato un protettorato britannico. Il nostro regno non fu mai una vera e propria colonia, ha sempre mantenuto il proprio re e il proprio governo interno. Tonga è un caso particolare nel Pacifico perché siamo riusciti a conservare la nostra monarchia e una certa indipendenza, a differenza di molte altre isole oceaniche colonizzate direttamente. Nel 1970 è terminato il protettorato e Tonga è diventata pienamente indipendente entrando nel Commonwealth”.
Piove, tira vento e Sione ci informa che da due settimane il cielo è quasi sempre coperto e fa freddo: “Quei visitatori che fino a qualche giorno fa erano presenti hanno lasciato l’isola per il clima, ma in tanti hanno fatto le valigie anche per il trauma causato dal forte terremoto di giovedì scorso, tre giorni fa, di magnitudo 7.2 ed epicentro a sud-ovest di Tongatapu. Il sisma è stato avvertito in tutto l’arcipelago”.
Ignari di tutto, noi arriviamo quando tutti scappano. Nukuʻalofa è una piccola capitale tropicale tranquilla e poco urbanizzata, con poche automobili, poche strade asfaltate, gente che si sposta a piedi o in bicicletta e si respira una forte presenza della cultura polinesiana e della monarchia tongana, in un’atmosfera generale decisamente rilassata e rilassante. Ci appare come un’isola isolata, ancora più autentica e remota rispetto ad altre isole del Pacifico già visitate. Dei circa 100mila abitanti del regno, un quarto popola la capitale e la sua area urbana molto sparsa. Sione ci porta direttamente alla Leo’s Guesthouse in pieno centro, distante appena due case dal Date-Line Hotel sul mare. Chiedono 2 Top a testa ed è l’alloggio giusto per noi, con uso della cucina in comune ed un servizio trasporto gratuito per l’aeroporto, distante 45 minuti.
È appena passato mezzogiorno e già siamo in giro a curiosare per le vie di questa piacevole capitale, quando veniamo attratti da inni religiosi cantati in tongano con armonie polinesiane molto intense che escono da una chiesa monumentale in stile neogotico non distante dal nostro albergo. Oggi è domenica e la chiesa in questione è la Free Wesleyan Church of Tonga, la principale chiesa metodista: confessione dominante del regno e molto legata alla monarchia tongana. Siamo lungo Hala Vahaʻakolo, nel quartiere storico di Kolomotuʻa, vicino al lungomare e non lontano dal Palazzo Reale che è una delle aree religiose e storiche più importanti della capitale.
La religione a Tonga ha anche un forte ruolo politico e culturale: monarchia, tradizione e cristianesimo sono profondamente legati. Essendo noi italiani e cattolici subito ci informano che nella stessa zona c’è pure la Cattedrale dell'Immacolata Concezione. La messa è finita e tutti i fedeli, uomini e donne, escono vestiti di bianco. Intere famiglie tutte in bianco. Chiedo ad una, due e tre persone e alla fine capisco che il bianco è associato al rispetto, alla purezza, alla modestia, al comportamento corretto e ordinato: “Alla dignità davanti a Dio”.
A pochi passi, troviamo il principale punto di riferimento della nazione nel Palazzo Reale di Tonga in stile coloniale vittoriano, una grande costruzione in legno eretta nel 1867 vicino al mare. Il cordiale guardiano, in tono sommesso, con rispetto quasi sacrale afferma essere la casa del sovrano Taufa’ahau Tupou IV, che vi abita con la moglie, regina Halaevali Mata’aho, ed i quattro figli: tre principi ed una principessa. La monarchia tongana pare avere un’aura profondamente tradizionale e quasi “sacra” nella società locale. Il palazzo è circondato da forte rispetto cerimoniale e, ovviamente, non è aperto al pubblico.
Un insegnante filippino presente spiega che questo è un monarca polinesiano d’altri tempi, circondato da rituali, silenzio, tradizione e autorità antica nel cuore del Pacifico e precisa: “È un sovrano molto venerato dal popolo tongano, è salito al trono nel 1965 ed è stato protagonista dell’indipendenza completa del paese nel 1970”. Aggiunge poi un curioso dettaglio da record: “Re Tupou IV è famoso anche per la sua corporatura enorme, alto oltre 190 cm e pesa circa 200 chili, tanto da essere considerato il monarca più imponente del pianeta”. Impariamo che lo scorso febbraio, quattro mesi fa, la regina Elisabetta II era alle Tonga ospite in questo palazzo, in occasione del suo Silver Jubilee tour nel Pacifico.
Alle spalle del mercato, rigorosamente chiuso, c’è il lungomare di Hala Vuna. Hala in tonganese sta per via o strada. Un po' dovunque, nelle case e nelle strade sono visibili grosse lesioni a causa del sisma, ma la gente non pare così allarmata e neppure ne parla.
Seguendo questa hala che costeggia il mare verso est si arriva al porto, attracco obbligato di navi e battelli che fanno regolare servizio con le isole del regno. Qui alle Tonga, molto più che altrove, basta mostrarsi leggermente perplessi che subito qualcuno chiede, con garbata deferenza, se può esserci d’aiuto. La tabella alla capitaneria indica che è in partenza la nave per Neiafu a Vava’u, un’isola parecchio a nord: 48 ore di viaggio per 8 Top. La ragazza della biglietteria ne elenca i vantaggi, precisando che in aereo costerebbe 22 Top. E aggiunge: “All’isola di Vavau si può alloggiare al Government House per appena 1,50 Top a notte”. Definisce Vavau una “friendly Island”. Estendendo il discorso a Nukuʻalofa, dice che fuori città si trovano case in affitto per 6 Top, ma il clima adesso non è dei migliori e tutti scappano.
Nella casetta della biglietteria una parte del tetto è crollato, chiediamo se fosse presente durante il crollo: “No, per fortuna! La scossa grossa è arrivata quando l’ufficio era chiuso. Ci sono stati danni alle infrastrutture del porto, ma nessuna vittima a Nukuʻalofa, soltanto un morto ed alcuni feriti nell’isola di Eua”. L’impiegata non è bellissima ma talmente solare da abbagliare, mi segno il suo nome, Malia che sta per Maria, ed alcune parole che lei stessa mi suggerisce di ricordare: malo, significa “saluto, grazie, bravo”, e ofa, ovvero “amore e affetto”. Il saluto più tipico e comune è malo e lelei, che più o meno equivale a “ciao, benvenuto, salute e bontà”.
Nel pomeriggio quel po' di gente che c’era in mattinata è sparita, tutte le attività commerciali sono chiuse, la città si è svuotata. Malia spiega che le domeniche alle Tonga sono sempre così: “Il riposo domenicale è molto sentito, dedicato alla famiglia e alla quiete”. La città ora sembra quasi “sospesa nelle grazie del Signore” ed è, in effetti, il suo fascino particolare. Se uno cerca energia e movimento, musica e frenesia, questo è il posto sbagliato. Si sente solo il rumore del mare ed è una sensazione mai vissuta prima in maniera tanto evidente: un’atmosfera generale così raccolta da invitare alla contemplazione. Talmente tranquilla e serena che alle 17 Valentina ed io siamo già a letto pronti a dormire, per un giusto recupero delle energie spese in questi giorni.
27 giugno (lunedì). Dormita spettacolare, più di dieci ore, il luogo ci ha contagiato e ne avevamo proprio bisogno. Finito il riposo domenicale, la città si rianima con negozi, uffici e scuole, anche se con ritmi che restano molto rilassati ed una scansione del tempo per niente frenetica. Dopo una ricca colazione alla caffetteria del Date-Line hotel per 1,75 Top, si riparte ad esplorare i dintorni. Dal Royal Palace, continuando su Hala Salote verso il centro si arriva prestissimo al Maketi Talamahu, il mercato cuore popolare di Nukuʻalofa, vivace e autentico, dove si mescolano profumo di frutta tropicale, artigianato locale e vita quotidiana tongana.
Qui troviamo montagne di banane, taro, cocco, papaya, pesce fresco, stuoie intrecciate, collane artigianali e vari prodotti delle isole. Sono davvero belle le composizioni di “ngatu”, altrimenti detto “tapa cloth”, un tessuto tradizionale polinesiano ottenuto non da fili tessuti, ma dalla corteccia battuta di alcuni alberi, soprattutto il gelso da carta. Viene decorato con motivi geometrici marroni e neri, stampati o dipinti a mano. Le sorridenti donne tongane sedute dietro le bancarelle, parlano lentamente e spiegano che è un tessuto di pregio molto importante per la loro cultura, usato per cerimonie reali, matrimoni, funerali, doni prestigiosi o anche per decorazioni rituali.
Il solito insegnante filippino, che pare seguirci, sempre scattante e pronto ad ogni nostra domanda, interviene in soccorso nostro e delle brave signore: “Alcuni teli possono essere lunghissimi e richiedere settimane di lavoro collettivo da parte delle donne. Nel Pacifico il tapa non è solo un tessuto, è un simbolo di identità, rispetto e tradizione ancestrale”. Questo mercato più che un’attrazione, è il vero centro sociale della città, dove si incontravano contadini, pescatori e famiglie provenienti da tutta Tongatapu.
Al General Post Office scegliamo 9 stupende cartoline postali con l’immagine della famiglia reale in pose ufficiali solenni, tipiche dello stile britannico-coloniale, ma in abiti tradizionali ed una forte identità polinesiana. Cartoline con stemmi reali e dai colori vivaci, da spedire ad amici e parenti: un souvenir simbolico di una monarchia esotica e insieme molto legata alla tradizione. Nel negozio minimarket accanto all’ufficio postale compriamo del formaggio, una bibita all’arancio cattivissima, aghi per cucire, assorbenti ed anche un rullino fotografico: i prodotti essenziali non mancano ed i prezzi sono inferiori a quelli delle isole da noi visitate.
Passeggiando, in un locale lungo la via vediamo che stanno giocando a biliardo a stecche. Ci fermiamo e subito ci invitano a una gara Tonga-Italia che abbiamo perso ma con onore: partita molto combattuta. Un signore in carne di nome Tevita, che dice di essere il corrispettivo di David in inglese, ci intrattiene con simpatica empatia. Si dichiara innamorato dell’Italia e soprattutto del Vaticano e ci osserva con adulazione, come due che arrivano da un luogo magico che lui ha sempre sognato di vedere.
Tevita possiede un classico volto da persona onesta, che parla col cuore. Quando si viaggia capita spesso di incontrare persone ambigue, quelle che con la voce dicono una cosa e con il volto un'altra, non qui a Tonga.
Tavita è molto orgoglioso del suo paese insulare: “La storia di Tonga è una delle più particolari del Pacifico, perché è uno dei pochissimi stati insulari della regione a non essere mai stato formalmente colonizzato da una potenza europea”.
L’amico tongano ha ben chiaro i principali periodi evolutivi: “Circa 3000 anni fa le isole erano abitate da popolazioni della cultura Lapita, navigatori straordinari che scorrazzavano per il Pacifico. Con il tempo, Tonga è diventato uno dei principali centri politici e culturali della Polinesia. Tra il XII e il XV secolo è nato il potente Impero tongano, guidato dalla dinastia dei Tuʻi Tonga. Questo regno esercitava influenza su molte isole del Pacifico, tra cui parti delle attuali Samoa, Figi e Tuvalu. Era una potenza marittima fondata su navigazione, commercio, alleanze e prestigio rituale”. Poi, dico, sono arrivati gli europei a rovinare tutto. Tavita non si fa trovare impreparato: “Per primi gli olandesi, nel 1606, e nel 1773 fu la volta di James Cook che chiamò le nostre isole Friendly Islands perché accolto con grande cordialità. In seguito, nell’Ottocento arrivarono a frotte i missionari cristiani, soprattutto metodisti.
Questo trasformò profondamente la società tongana”. È la storia che si intreccia a quella delle altre isole del Pacifico, ma qui c’è qualcosa di diverso, in primis la monarchia ancora sul trono: “La figura decisiva è stata quella di George Tupou I, che unificò il regno, abolì molti sistemi feudali tradizionali, promulgò una costituzione nel 1875 e fondò la monarchia moderna. Nel 1900 Tonga è diventato un protettorato britannico, mantenendo però il proprio sovrano e le proprie istituzioni. Questa è la grande differenza rispetto a molte altre isole del Pacifico: Londra influenzava la nostra politica estera, ma il regno tongano continuava e continua a esistere, incentrato sulla vita comunitaria, il peso della religione ed il rispetto profondo per usi e gerarchie”.
E termina così: “La monarchia a Tonga è ancora centrale, per questo luoghi come Nukuʻalofa o le isole di Haʻapai danno spesso la sensazione di un tempo che scorre in modo diverso rispetto all’Occidente”. Prima di salutarci ci consiglia di fare un’escursione all’Ha’amonga-a-Maui, il megalitico più famoso delle Tonga, soprannominato il "Stonehenge del Pacifico".
È un enorme trilite (due pilastri verticali che sorreggono un architrave) costruito con tre giganteschi blocchi di calcare corallino. Si trova vicino al villaggio di Niutoua, circa 25-30 km a est della capitale Nukuʻalofa: “Il monumento faceva parte dell'antica area reale di Heketa, uno dei primi centri della dinastia dei Tuʻi Tonga. Maui è il celebre eroe semidivino della mitologia polinesiana, presente nelle tradizioni di Tonga, Samoa, Hawaii e Nuova Zelanda”. Molto interessante ma ci vede perplessi a causa del poco tempo che abbiamo, allora suggerisce l’opzione balneare di Ha’atafu, una bella spiaggia distante una ventina di chilometri verso ovest, e ci pare un’ottima idea per domani.
28 giugno (martedì). Questa sera alle 19 abbiamo il volo per le Figi e quindi c’è ancora un’intera giornata da sfruttare. Lungo la via del mercato saliamo su di un rumoroso minibus inglese, stracarico di gente, che serve i villaggi fino a Kanokupolo Beach e al capolinea di Ha’atafu Beach, in cima alla striscia di terra dalla forma a uncino. All’arrivo, il mezzo ci lascia in uno spiazzo piantonato da un paio di casette a capanna tra le palme, tutt’attorno cespugli costieri e vegetazione bassa mossa dall’aliseo.
Davanti, una distesa di sabbia chiara corallina, ampia e luminosa che si allunga per chilometri e quasi completamente vuota, se si esclude dei bambini del villaggio che giocano in acqua, una famiglia tongana raccolta all’ombra di palme inclinate dal vento ed un paio di pescatori che hanno tirato a riva la loro doppia canoa a vela legata da formare un catamarano. Nessun turista presente, tranne il neozelandese Alex, un viaggiatore finito qui oggi come noi. Racconta entusiasta di essere stato alla spiaggia di Matafuna, nella punta nord di Foa, un’isola del gruppo Ha’apai, e si è trovato benissimo. Certo, familiarizzare con questi nomi non è semplice ed occorre tempo. Ci passa pure un buon indirizzo per dormire quando saremo ad Auckland. Facciamo un bagno ma il tempo è incerto, i mesi migliori pare siano da fine luglio a tutto settembre.
Siamo di nuovo a Nukuʻalofa che è mezzogiorno e torniamo nel negozio a comprare un pacchetto di sigarette Rothmans (0.45 Top), fiammiferi (00.3), una cioccolata (0.45) ed un gelato per 0.10 Top. Per pranzare, ci sediamo di nuovo al ristorante del Date-Line hotel, che ha una buona cucina ed una cameriera molto simpatica di nome Sara, arrivata a Tonga dalle Figi per amore. A Tonga la cucina tradizionale è semplice, sostanziosa e molto legata a ciò che offrono mare e terra tropicale: pesce, tuberi, cocco, frutta e maiale.
Proprio come nelle altre isole del Pacifico: stessi piatti con nomi diversi e cocco ovunque. Il piatto tradizionale delle Tonga si chiama Lu puli ed è uguale al Palusami mangiato a Samoa e non ci è piaciuto: da non ripetere. Ordiniamo quello che più assomiglia ad una nostra frittura di mare, con calamari, polpo, frittelle e pesce fritto per 5 Top in due. Sentendo che fra poche ore saremo a Nadi nelle Figi, Sara si adopera per darci alcune informazioni che mi segno nel caso potessero esserci utili. Precisa subito che le Figi sono più care delle Tonga: “A Nadi, uscite dall’aeroporto e andate sulla strada principale a prendere il bus in servizio per il centro, costa 50 cent ed evitate il taxi. All’aeroporto ci lavora un mio amico di nome Mc Davit Met, se avete dei problemi chiamate lui, tel 72500”.
Continua con informazioni più o meno ludiche: “Nella via principale di Nadi cercate il Fijiana Night Club, al piano superiore hanno quattro camere per 2.50 US$ a testa. Se invece cercate un bel posto, ovvero good people and beach, da Nadi prendete la nave per l’isola di Beachcomber, andata e ritorno costa solo 15 US$. Quando sarete alla capitale Suva, un buon posto per alloggiare è il Coconut End, sempre 2.50 dollari a testa”.
Si parte. Alle 18 siamo ad acquistare una stecca di Marlboro al Duty Free dell’aeroporto e nel metterci in attesa della chiamata d’imbarco ci accorgiamo che ci dispiace partire, qui ci saremmo stati volentieri più a lungo. Questo Tonga meritava di essere vissuto e capito meglio. Se dovessi tornare nel Pacifico, tornerei qui. Lo confido ad Alex, pure lui in partenza, che riassume in poche parole: “Beautiful and quiete place!!”.
Senza togliere nulla ai meriti di questo luogo penso che il desiderio di rallentare il viaggio fosse dovuto anche ad un fattore di “integrazione”. Nel caso specifico di questo viaggio, per esempio, la permanenza a Londra e poi Toronto, Vancouver, Los Angeles, Tahiti e le Samoa sono state parte del rodaggio, in particolare all’inizio di un viaggio occorre tempo per entrare nella dimensione di un luogo, sentirsi completamente a proprio agio ed assaporare appieno le diverse realtà che si presentano.















