Oltre alla chiesa di Santa Sofia fanno parte del Complesso monastico di Santa Sofia anche il chiostro, il Campanile e la fontana. La chiesa è la parte più antica ma tutto il complesso rappresenta un esempio unico della storia dei Longobardi nell’Italia meridionale. Appartengono a periodi diversi ma sono una testimonianza architettonica, pittorica e scultorea dell’arte longobarda ed è per questo che tutto il complesso è inserito nella lista del patrimonio UNESCO.

Il Campanile venne costruito tra il 1038 e il 1056 da Gregorio II durante il principato di Pandolfo III, il chiostro nel XII secolo per volere dell’abate Giovanni IV e infine la fontana che si trova nella piazza antistante è stata costruita nel XIX secolo. La fontana venne realizzata nel 1806 quando la città era sotto la guida del marchese di Talleyrand cioè durante il Principato istituito da Napoleone. Occupa la parte centrale della piazza antistante la chiesa di Santa Sofia e si presenta a più livelli con base cilindrica e gradoni concentrici che portano alla vasca d’acqua principale.

Al centro della vasca sono presenti quattro leoni e sopra di essi svetta l’obelisco neoclassico che a differenza di quelli egizi appare liscio e senza geroglifici. La costruzione della fontana è frutto di un intervento per il quale si vuole trasformare il sagrato della chiesa in una piazza pubblica nella quale può svolgersi la vita cittadina. Nella piazza oltre alla fontana svetta il campanile che presenta una pianta quadrata ma in origine non era posizionato dove lo vediamo oggi ma sul lato sinistro della facciata della chiesa. Venne costruito per volere dell’abate Gregorio ma il terremoto del 1688 lo rase al suolo e il crollo causò anche la rovina di parte della chiesa. Il campanile però subì un nuovo crollo nel 1702 a causa di un nuovo sisma e per evitare nuovi danni alla chiesa venne ricostruito lasciando tra i due monumenti una distanza di sicurezza.

Nel 1703 il campanile venne ricostruito per volere del Cardinale Vincenzo Maria Orsini, futuro papa Benedetto, e ancora oggi è possibile vedere un’iscrizione celebrativa che riporta «CHRISTI FULTUS SPIRAMINE GREGORIUS PIRAMIDEM HANC IUNIOR AUDABILEM NOVO STRUXIT FUNDAMINE PRINCIPANTE CUM FILIO PANDULPHO ILLUSTRISSIMO TURRITUM HOC AEDIFICIUM INCOEPIT ABBAS INCLITUS». (Sorretto dallo spirito di Cristo, Gregorio il giovane elevò su una nuova fondazione questa pregevole piramide; essendo principe l'illustrissimo Pandolfo con suo figlio, l'inclito abate intraprese questo turrito edificio.). Questa non è l’unica epigrafe posizionata sulla facciata del campanile, l’altra descrive la distruzione causata dai due terremoti e la ricostruzione conclusa nel 1703 dall’Orsini.

Di epoca precedente alla fontana e al campanile è il chiostro che venne eretto nella seconda metà del XII secolo per volere dell'abate Giovanni IV ed è un esempio dell’arte romanica campana. Il chiostro probabilmente sorge sulle rovine di quello di epoca arechiana, distrutto dal terremoto del 968 e all’interno del quale era presente la schola cantorum. La struttura presenta una pianta quadrata con rientranza nell’angolo meridionale resa necessaria dalla presenza della chiesa.

Al centro del chiostro è presente un caratteristico pozzo la cui vasca è costituita da un capitello composito incavato. Questo è un esempio di reimpiego dell’immenso materiale romano presente in città e la posizione che vediamo oggi è frutto del volere dell’Abate Giovanni IV. In questo caso più che di un pozzo vero e proprio bisogna parlare di una cisterna per la raccolta delle acque piovane e per questo sembra più il frutto di una composizione armonica.

Il pozzo è circondato da un suggestivo porticato costituito da quindici quadrifore e da una trifora con archeggiature sesto oltrepassato tipico delle architetture moresche. I temi trattati nei capitelli sono temi profani e questo le rende particolarmente unico rispetto ai temi trattati nello stesso periodo storico l’unione di temi sacri e profani dimostrano la cultura eterogenea delle maestranze presenti sul posto. Le colonne che sorreggono le arcate sono 47 e sono realizzate in materiale di pregio come granito e alabastro e su di esse sono poggiati i capitelli opera di maestranze diverse. Tra le colonne è presente una colonna ofitica o tortile cioè una colonna annodata tipica dell’architettura romanica. Al piano superiore è presente una terrazza che funge da passeggiata su cui si affacciano le stanze dell'ex monastero.

I capitelli presenti sulle colonne sono diversi uno dall’altro rappresentando una ricchezza di elementi scultorei. Gli storici considerano l’opera frutto di diverse maestranze definite con il nome delle opere eseguite. Una maestranza è il Maestro dei Mesi, autore del celebre Ciclo dei Mesi; in questi capitelli vengono raffigurati i lavori agricoli e le attività umane legate allo scorrere del tempo. Sono caratterizzati dall'horror vacui cioè dalla paura del vuoto, che spinge il maestro a riempire ogni spazio disponibile delle cornici decorative con figure secondarie. Sono presenti fiori, stelle e animali come cani o buoi ai lati della figura centrale. Secondo alcune ipotesi lo stesso maestro è autore di elementi presenti a Montevergine. Questa iconografia trova riscontri nel Nord Italia, ma la sua realizzazione è legata a un’officina di artisti locali della fine del XII secolo.

Altre maestranze che hanno lavorato ai capitelli della chiesa sono: Maestro dei Draghi la cui opera è caratterizzata da creature fantastiche e mostruose; Maestro del Rotondo che viene citato dalla critica come terza mano principale attiva all’interno del cantiere del chiostro; Maestro della Cavalcata di Elefanti citato come autore dei rilievi con elefanti.

L’elemento iconografico che emerge dallo studio dei capitelli è la continua lotta tra Bene e Male e si può dividere in tre diverse tematiche. Una è quella dei combattimenti tra bestie, gli animali simbolo di cristianità come il cervo o il bue soccombono all’attacco di leoni, di cani e di grifoni. Le scene simboleggiano l’anima dei cristiani che viene aggredita dalle forze maligne. Un altro tema ricorrente è la lotta tra uomo e bestie come ad alludere al dramma che l’uomo vive per sottrarsi alle tentazioni materiali.

Sono presenti scene in cui gli uomini strangolano serpenti che raffigura la volontà umana che vince su Satana e sul caos. Infine, sono presenti combattimenti equestri, in alcuni pulvini sono rappresentati cavalieri in armatura spesso identificati come crociati per la croce che portano sullo scudo. I cavalieri danno l’idea di un tema molto sentito nella Benevento Longobarda cioè la difesa di Cristo come missione e impegno verso la fede.

Il chiostro rappresenta una delle architetture più suggestivi dell’arte romanica nell’Italia meridionale ed è un luogo dove l’architettura, la scultura e la spiritualità si fondono in un racconto visivo unico al mondo. Spesso viene considerato un’appendice della celebre chiesa ma esso rappresenta un capolavoro unico ed è la testimonianza della cultura del XII secolo. Rappresenta il cuore della cultura beneventana e all’interno delle sue stanze fiorì l'attività dei monaci amanuensi che, grazie alla disponibilità di pergamene e materiali scrittori, resero Santa Sofia famosa nel mondo medievale.

Oggi il chiostro ospita il Museo del Sannio che dal 1929 conserva testimonianze archeologiche che vanno dal Paleolitico all'epoca longobarda, e include frammenti dell'Iseo di Iside, armi e gioielli della Langobardia Minor.

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