Sono recentemente rientrato da un viaggio di lavoro a Barcellona. Era la mia prima volta in una città che è sulla bocca di molti, descritta come meta irrinunciabile. Personalmente non sono riuscito a farmela piacere, pur avendoci provato.
Ho visitato la Spagna diverse volte, e vi ho passato un periodo di studio quando ero alle superiori. Ho trovato molto più affascinante Granada, o Siviglia, o Salamanca. Credo l’aspetto più superficiale del problema è che Barcellona è piena di architettura modernista, e io non ho molta affinità con il modernismo. Mi ha sempre dato la sensazione di qualcosa che, parafrasando Ian Malcolm di Jurassic Park, l’architetto “fa perché è in grado di farlo, ma non si chiede se dovrebbe farlo”.
Ho visitato la Sagrada Familia insieme alla mia sposa, e ho “attaccato” l’edificio come faccio di solito: quale iconografia propone, quali simboli usa, attraverso quali immagini, cosa rimandano le scelte a livello di struttura, etc. Avevo visto per la prima volta la Sagrada Familia sul libro di storia dell’arte delle superiori, e non mi era piaciuta perché le torri mi davano l’impressione di essere termitai fatti di ossa. In effetti, visitando Casa Battló avuto modo di verificare che Gaudì lavorava parecchio con la forma delle ossa, anche se mi è riuscita meno indigesta per dettagli come il soffitto che sembra un vortice d’acqua.
Di primo acchito, la Sagrada Familia mi ha dato l’impressione di una grande confusione. Studiando l’edificio si nota che c’è un ordine, un pensiero alla base, ma questo pensiero va in direzioni che non riesco ad apprezzare. Ad esempio, in diverse parti del tetto compaiono delle gigantesche riproduzioni di frutta. Stando all’audioguida, sono collegate alle stagioni, e questo lo posso capire perché la cattedrale ha anche la funzione di strumento che misura o scandisce il tempo, sia sacro che profano. Ho pensato che potesse essere un riferimento al passaggio evangelico “dai loro frutti li riconoscerete”. Il problema è che la frutta gigante è decorata con la tecnica dei frammenti di piastrelle, e finisce per darmi l’impressione di uno dei cappelli di frutta di Carmen Miranda.
La facciata della Passione contiene sculture che non appartengono a Gaudì. Hanno dei tratti così squadrati che fanno pensare a qualcosa di realizzato con Minecraft. So che il paragone è infelice ma, abituato come sono alle cattedrali gotiche o, al limite, alle sculture di autori rinascimentali, trovo che questo tipo di estetica quasi brutalista si concili male con i sentimenti che la chiesa come luogo dovrebbe ispirare, cioè raccoglimento e ascesi.
L’interno della Sagrada Familia funziona meglio dell’esterno perché i giochi di luce sono genuinamente interessanti. Il problema è quando si alzano gli occhi. Secondo l’audioguida, le colonne dovrebbero rimandare a dei tronchi che si biforcano in rami più piccoli. Il problema è che le colonne e il soffitto sono pieni di spigoli, e i giunti fra le colonne portanti e i “rami” che si irradiano verso il soffitto hanno un aspetto più consono alla scenografia di un film di fantascienza che a una riproduzione stilizzata della natura.
Mentre prendevo nota di questi dettagli, mi rendevo conto che mi sfuggiva il problema principale: perché tutto questo mi dava così fastidio? Ci stavo pensando anche mentre guidavo verso il supermercato per andare a fare la spesa, ed è lì che ho avuto lo spunto decisivo.
Riflettevo su quello che avevo imparato leggendo Il Codice dell’Anima di Hillman, un libro di psicologia meraviglioso ma troppo complesso perché lo si possa descrivere in poche righe. Un aspetto che mi ha colpito in particolare è la metafora della ghianda: essa viene nel mondo con il fine di diventare una quercia, e nel farlo cresce contemporaneamente in due direzioni: verso l’alto, spingendosi verso il cielo, e verso il basso, affondando le radici nella terra. Da una parte tende alla leggerezza e alla luce, dall’altra trova la propria saldezza nel buio e nella densità della terra.
Hillman usa questa immagine per spiegare come il singolo essere umano venga nel mondo con una predisposizione, per così dire, e nel crescere deve conciliare la tendenza dello spirito, che cresce verso l’alto, e quella dell’anima, che invece cresce verso il basso. Si tratta di una evoluzione del pensiero di Jung, in cui il processo di individuazione richiede all’essere umano di prendere coscienza e di “integrare” progressivamente gli aspetti più oscuri della propria psiche. Questo non significa banalmente “accettare il male”, significa riconoscere che dentro di noi, e specialmente dove siamo meno disposti a guardare, è nascosto ciò che dobbiamo imparare con maggiore urgenza.
Quando penso alle chiese e alle cattedrali, i miei stili architettonici preferiti sono il romanico e il gotico. Il romanico perché conduce per mano al raccoglimento e al mondo interiore, e il gotico perché solleva lo spettatore verso l’alto facendosi, come lo descrive bene Notre-dame de Paris di Cocciante, “canto, musica e poesia”.
La Sagrada Familia, almeno per me, non fa né l’una né l’altra cosa. Il frastuono delle idee e delle immagini mescolate le une alle altre è tale che ne sono stato impressionato, ma sono rimasto esattamente dov’ero.














