Quando un territorio vinicolo ha una lunga storia, la tradizione può guardare nuove prospettive senza mai perdere la sua personalità e il suo carattere, ma riuscendo a dare importanza a tutte le sue forme di stile e anime, declinate nella molteplicità di un territorio che presenta molte sfumature. Base solida per i produttori che qui interpretano la storia, i terreni e studiano il futuro, strizzando l’occhio ai vini con basso grado alcolico, ma con le radici ben piantate nel vigneto da cui provengono. Una nuova produzione che da progetto nato nel 2024, ora entra in modo definitivo nel disciplinare con la consapevolezza di avvicinarsi alle nuove generazioni e rispondere alla domanda internazionale di vini più freschi, leggeri e di pronta beva.
Ma qui ad Orvieto il basso grado alcolico è interpretato in un’ottica unica di rispetto di un territorio e della sua espressione, ma moderno ed elegante, capace di trovare equilibrio, che va a denotare la trasversalità di un territorio e dei suoi produttori.
Il vino DOC Orvieto Classico si sviluppa sotto la Rupe, ma la Denominazione è ampia e percorre i confini tra Umbria e Lazio, nelle provincie di Terni e Viterbo con 3.000 anni di storia, è simbolo di cultura e legame profondo con il territorio a partire dal popolo Etrusco che produceva vino nelle grotte di tufo, sfruttando i dislivelli che agevolavano le operazioni e nella profondità del suolo permettevano un ottimo affinamento grazie ad un microclima unico. La via Francigena ne ha portato il nome in tutta Europa, vino amato sia dai Papi che dal Vate Gabriele D’Annunzio, utilizzato inoltre come moneta per pagare le maestranze in opera al Duomo, su tutti Luca Signorelli.
A partire dal 1971, la DOC, una delle prime in Italia, al suo vino ha riconosciuto il valore del tempo e dei paesaggi modellati da un legame profondo con l'identità che è diventata il filo conduttore della Qualità e della sua personalità, una pluralità di anime, una coralità, che interpreta la complessità fatta di uomo, territorio e lavoro che parla di stili dell’anima del vino di Orvieto, con una capacità di invecchiare in modo unico, che significa metabolizzare gli aromi e renderne di nuovi, originali, a volte capaci di tendere con piacevole sorpresa a note di idrocarburo.
Fu l’agronomo Giorgio Garavini, ispettore del Ministero dell’Agricoltura, che nel 1931 delineò l’area di produzione del Vino Tipico Di Orvieto, delineando gli areali delle vigne poste ad un’altitudine compresa tra i 150 e i 500 m sul livello del mare, selezionando le uve che producono i migliori bianchi e indicando le tre diverse tipologie: secco, abboccato e dolce. A queste si aggiunse l’amabile, infine le versioni superiore vendemmia tardiva e Muffa Nobile, unica denominazione in cui viene contemplata a partire dal 2011.
Come spiega il presidente del Consorzio Vincenzo Cecci, la superficie vitata oggi è di 1.830 ettari, con una produzione che sfiora i 63.00 ettolitri, per più di 8.300 bottiglie, con 350 viticoltori, 30 vinificatori e 45 imbottigliatori.
Un paesaggio collinare nell’impianto di quello che è l’antico oceano del Pliocene, 10.000 anni fa, in cui successivamente si sono alternati eventi geologici che hanno dato vita all’Italia centrale, con diverse attività magmatiche sulle quali si è imposta l’attività erosiva del fiume Paglia che oggi va a dividere in senso longitudinale l’area creando due versanti, un po ' come accade a Bordeaux.
A nord-est, terreni sedimentari marini con fossili ben presenti, stratificati con argille e sabbie che si intrecciano, regolano l’umidità e regalano ai vini freschezza, salinità e acidità; a nord-ovest, i terreni prettamente argillosi risentono dell’antico vulcano di Bosena; sono misti di tufi, pomici per vini morbidi, pieni e strutturati. La parte centrale è quella più alluvionale con terreni molto fertili si vanno riscoprendo vini delicati, esili, fruttati e di facile beva, ma di carattere; l’area sud-est presenta terreni generalmente sabbiosi argillosi, su quel substrato marino che crea sacche idriche importanti per la vite nei periodi siccitosi per vini delicati, esili e piacevolmente fruttati e saporiti; infine i terreni prettamente vulcanici, sono misti di tufi, pomici terre rosse e argille della parte a Sud Ovest regalano bianchi profumati, con un alto potenziale di invecchiamento, ben strutturati, con una vibrante acidità e caratteristiche note sulfuree e iodate.
Il resto lo fanno la piovosità caratteristica della zona e la ventilazione costante dei mesi caldi, essenziale per ritrovare freschezza e profumi nei vini. Ma su tutto lo sbarramento artificiale sul Tevere che ha dato vita al lago di Corbara crea un microclima unico, adatto allo sviluppo della Muffa Nobile per rari vini muffati.
Procanico, Grechetto (G109 e G5) in un minimo del 60% insieme a Drupeggio, Verdello, Malvasia Bianca Lunga, con gli internazionali, come il Sauvignon, Viognier e Semillon.
In questo areale vinicolo, oggi si aggiunge l’esigenza di una nuova versione della bassa gradazione, con 10 gradi alcolici, nata dal contributo dell'enologo Riccardo Cotarella, con un rigoroso approccio agronomico, sperimentazioni sul territorio delle diverse uve nei microclimi, con la predilezione ai suoli fertili, alluvionali e calcarei; scelta di vigneti vigorosi in zone più fresche e ventilate; una gestione della chioma volta a proteggere l’acidità, e il rispetto dei tempi di maturazione con una vendemmia leggermente anticipata; ma anche lavorazioni e vinificazioni attente, volte a mantenere le note agrumate e floreali, la freschezza e lo stile verticale del vino.
La genesi porta al risultato di alto valore qualitativo sempre rivolto all’eccellenza, rispettando cultura e territorio in equilibrio per una tipologia nuova, moderna ed elegante che entra nel disciplinare dell'Orvieto va a contemplare il basso grado alcolico, ma sempre come prodotto della terra e dell’interazione dell'uomo fedele alle caratteristiche organolettiche e di personalità della DOC, percorrendo una nuova strada, un quadro di insieme e ben condiviso per il futuro del comparto, evidenziato e spiegato dai componenti della Commissione Tecnica del Consorzio, guidato dal presidente Riccardo Cotarella, con Paolo Nardo, Pier Paolo Chiasso e Massimiliano Pasquini.
Cotarella ci ha guidato in una degustazione alla cieca dei vini, per non essere influenzati, ma portandoci ad immergerci nelle molteplici anime dell’Orvieto, a verificare l’autenticità e le caratteristiche organolettiche, attuali e potenziali, a basso grado alcolico e Classico, perché, come afferma proprio l’enologo: “il vino è concretezza, non mera filosofia astratta”.
Non potevamo che iniziare con il tanto atteso vino a bassa gradazione alcolica, 10% che ha messo in evidenza come la gestione tecnica precisa e puntuale riesce a dare ottimi risultati per un vino espressivo e dalla spiccata personalità: giallo paglierino molto scarico che ricorda i bianchi delle regioni del nord Italia, ma brillante, con un naso altamente verticale e piacevolmente minerale che strizza l’occhio ai fiori delicati di gelsomino e al frutto acerbo della mela verde, al timo. È soprattutto in bocca che ritroviamo la tipicità dell’orvieto, con la sua freschezza verticale e una piacevole salinità che ci accompagna nella comprensione sottile di questa nuova tipologia che si adatta a diverse cucine internazionali e a nuovi scenari gastronomici.
L’Orvieto Classico Superiore è sempre un’espressione potente di personalità e qualità, una perfezione architettonica che mette in equilibrio tutti i sentori dei fiori con il frutto che si sposta dalla pera Williams alla pesca bianca ed una complessità che in bocca si esprime con un’eleganza assoluta sostenuta dalla mineralità, data sia dal terreno che dalla perfetta maturazione dell’uva su tutta la superficie delle bucce per un binomio di complessità ed eleganza.
Il passare del tempo si percepisce nel terzo vino in degustazione, dalla straordinaria personalità olfattiva, nel quale domina la sensazione di idrocarburo elegante e fine, con la persistenza e verticalità che solo un vino lavico sa dare, lasciando spazio alla frutta esotica e al caratteristico retrogusto ammandorlato, dimostra come e quanto il vino di Orvieto può invecchiare. Dopo tutto, il sentore di idrocarburo per esprimersi al meglio vuole un invecchiamento molto regolare e in assenza di ossigeno.
Insomma, la personalità di un vino la fa si il vignaiolo, ma osservando e integrandosi alla perfezione nel suo territorio dove il terreno diviene il vero timbro.
Abbiamo finito con una vendemmia tardiva, a ricordarci delle origini tra Umbria e Toscana del Vinsanto, ma con molteplici differenze, a partire dal l'appassimento delle uve sulla pianta che così mantengono tutte le loro caratteristiche organolettiche integre per un vino dove la componente dolce è la risultanza di una elegante acidità e sentori di frutta esotica matura per una bocca piacevolmente pulita.















