Alcune immagini rimangono con noi molto più a lungo delle parole. Nel 1995 mi trovavo a Bombay, dove stavo studiando Ayurveda presso una clinica ayurvedica. In quei mesi, oltre alla formazione dedicata ai trattamenti del corpo, stavo approfondendo anche le pratiche tradizionali rivolte alla cura della testa e dei capelli.
Ma il mio apprendimento non avveniva solo nelle aule o nelle sale trattamento.
La domenica mattina, quando il ritmo della clinica rallentava e non c’erano lezioni in aula, anche la città sembrava avere ritmi più morbidi, quasi sospesi. Si svegliava lentamente.
Il profumo del Masala Chai si diffondeva nell’aria, mentre qualcuno iniziava già a preparare il pranzo e l’aroma del Dal speziato riempiva le case, accompagnato dal ritmo dei Bhajan (canti devozionali) e dei Mantra che attraversavano lo spazio come un respiro continuo.
Affacciata al mio piccolo balconcino, osservavo la vita che si muoveva lentamente intorno a me. Sul terrazzo accanto, ogni domenica mattina, appariva puntualmente una giovane donna. La luce del sole si rifletteva sui suoi lunghissimi capelli neri, cosparsi di olio.
Ogni colpo di spazzola li levigava con lentezza, seguendo il ritmo del mantra cantato dalla donna, come se gesto e suono appartenessero allo stesso movimento.
Scioglieva la treccia con un gesto semplice, quotidiano, quasi rituale, e la spazzolava lentamente, come se ogni passaggio avesse un tempo preciso.
Poi iniziava a massaggiare il cuoio capelluto con l’olio, prima la sommità del capo, poi l’intera testa, infine le lunghezze.
Non c’era fretta, solo continuità tra gesto e presenza.
Allora non sapevo ancora che quell’immagine sarebbe rimasta con me per sempre.
Non era soltanto un gesto di bellezza.
Era un modo di abitare il corpo, un linguaggio silenzioso tra cura, tempo e presenza. Ricordi che porto ancora vivi nel cuore, dopo trent’anni.
E da allora, i gesti di quella donna sono diventati i miei gesti.
Gestualità di cura che ho accolto, custodito e che ancora oggi continuo a praticare e tramandare. In India, la cura dei capelli non è mai stata separata da una visione più ampia dell’essere umano. Nella tradizione ayurvedica, il corpo non è frammentato in parti isolate, ma vissuto come un sistema in relazione costante con la natura, con il tempo e con lo stato interiore.
Anche i capelli partecipano a questo equilibrio e, nella visione ayurvedica, riflettono lo stato di salute fisica, psichica ed emotiva della persona. Per questo, prendersene cura significa riportare armonia, non solo al corpo ma al ritmo interno della vita.
Nella pratica ayurvedica, l’olio non è un semplice trattamento, ma un linguaggio. Un ponte tra corpo e sistema nervoso.
Viene applicato lentamente, portato dalle mani, distribuito con attenzione sul cuoio capelluto e sulle lunghezze.
È un gesto che attraversa la superficie per entrare nel ritmo del corpo. Le piante come Amla, Bhringraj, Neem e Sandalo fanno parte di questo linguaggio antico.
Non come ingredienti isolati, ma come qualità della natura che dialogano con il corpo. Ogni pianta porta con sé una direzione, ogni olio una memoria, ogni gesto una intenzione. Accanto a questo sapere, la cura si compone di passaggi più sottili, quasi invisibili.
A volte i capelli vengono avvolti dal calore del vapore, che apre lo spazio della ricezione. In altri momenti è il fluire dell’acqua a guidare il gesto, scorrendo lentamente e senza interruzioni, come forma di purificazione e leggerezza, in una cultura in cui l’acqua ha anche un profondo valore spirituale legato al rito e alle abluzioni (lavare, purificare).
Poi arriva il trattamento Snehana, che deriva dalla radice sanscrita snih, che significa non solo “ungere”, ma anche “avere cura”, “dare amore”, “prendersi cura”.
L’oleazione viene applicata sempre con le mani, con lentezza e presenza, oppure attraverso il trattamento Dhara, in cui olio o preparazioni liquide vengono versati in un fluire costante, ritmico e gentile.
Oppure attraverso il Pichu, un tampone di cotone imbevuto di olio di cocco, sesamo o olio medicato caldo come il Neeli Bhringraj Taila.
E infine le erbe, trasformate in impacchi morbidi, applicati come presenza viva sul cuoio capelluto. Non sono tecniche separate, ma fasi di uno stesso linguaggio che si intreccia senza soluzione di continuità.
In questa visione, la cura dei capelli diventa qualcosa che va oltre il trattamento estetico.
È una forma di ascolto.
Un modo di riportare il corpo a uno stato di equilibrio. Una relazione con sé, con il tempo e con ciò che ci attraversa. In India, molte donne imparano questi gesti fin da bambine.
Non attraverso istruzioni, ma attraverso la presenza: osservando, ripetendo, ricevendo. E così la cura diventa un sapere che passa da una generazione all’altra senza bisogno di essere troppo spiegato.
Forse è proprio in questa continuità silenziosa che la cura dei capelli rivela la sua natura più profonda.
Non è mai soltanto un gesto su qualcosa, ma sempre un gesto dentro una relazione: con il corpo, con la natura e con il tempo.
E forse tutto questo era già lì. In una domenica mattina a Bombay. Nel profumo del tè speziato. Nel suono dei Mantra che attraversavano l’alba.
E in una giovane donna che, sul terrazzo accanto, scioglieva lentamente la sua treccia e si prendeva cura dei suoi capelli come si prende cura di qualcosa che non appartiene solo a sé. Un gesto semplice, ripetuto, antico e ancora vivo.
Allora non potevo ancora saperlo, ma in quell’immagine si stava già aprendo un linguaggio. Un modo diverso di osservare la cura, di riconoscere nei gesti quotidiani qualcosa che attraversa culture, luoghi e generazioni.
Da quel momento, ho ritrovato quello sguardo negli occhi di tante donne incontrate nei miei viaggi. Luoghi diversi, gesti diversi, stessa intenzione.
E il viaggio prosegue ancora oggi: attraverso l’India, e poi verso l’Indonesia, Bali, la Cina, il Giappone, il Marocco, l’Italia e altri paesi ancora.
Luoghi diversi, tradizioni diverse, ma la stessa memoria silenziosa che attraversa i capelli, il corpo e il tempo.
Perché la cura non è mai stata solo un gesto estetico, ma sempre un modo di entrare in relazione con la vita, con la natura e con ciò che ci precede.
Alcuni dei rituali incontrati lungo questo cammino continuano a vivere non solo nel ricordo, ma anche nella pratica, nello studio e nella loro trasmissione.
Al prossimo gesto. Alla prossima memoria che prende forma.














