Fernanda (Nanda) Vigo, nasce a Milano nel 1936, da una famiglia milanese con origini austro-ungariche. Trascorre parte della sua infanzia e adolescenza con il pittore Filippo De Pisis (1896-1956), amico di famiglia. All’età di cinque anni rimane profondamente colpita dalle architetture di Giuseppe Terragni, la cui “Casa del Fascio” di Como attira l’attenzione verso la luce, che sarà una costante del suo intero personale itinerario artistico. Compiute le superiori, va a studiare e si laurea a Losanna presso l’Institut Polytechnique; nel 1959 frequenta un corso a San Francisco. Apre il suo studio sempre nel 1959 e lavora tra Milano e l’Africa, al fianco di artisti quali Giò Ponti, Lucio Fontana e Piero Manzoni.
Da quel momento, il suo itinerario professionale sarà dedicato ai molteplici aspetti del rapporto-conflitto tra luce e spazio. Allo stesso tempo, frequenta gli ambienti della Milano degli anni Sessanta, assorbendo idee, tecniche e stili. Viaggia moltissimo, partecipa ad oltre quattrocento mostre in Europa, prendendo contatti con gli artisti e i luoghi del movimento Gruppo Zero in Germania, Olanda e Francia.
In qualità di architetto cura la progettazione del cimitero di Rozzano, di sua esclusiva ideazione è il progetto della casa museo del pittore Remo Brindisi (1918- 1996), aperto nel 1973. Negli anni Sessanta e Settanta, Vigo è assidua frequentatrice delle avanguardie milanesi, la sua produzione artistica risulta essere di fondamentale importanza nel panorama dell’arte contemporanea italiana.
Nanda Vigo ha dominato la scena dell’arte italiana ed internazionale dagli anni Cinquanta del Novecento ad oggi, ed ha avuto un ruolo di primo piano nella storia del design nazionale e internazionale, a partire dagli esordi negli anni Sessanta, quando intreccia arte, architettura e design in un’unica visione, scandita dall’utilizzo del concetto di spazio-tempo, che attraverso la luce porterà l’artista ad indagare le infinite possibilità sottaciute oltre il reale.
Arte e realtà si intrecciano nelle sue produzioni, finalizzate alla crescita personale dell’individuo attraverso la costante stimolazione percettivo-sensoriale generata dalle sue opere, molte delle quali sono state inserite come monadi solitarie ed effimere nello scenario urbano, a popolare la quotidianità dei cittadini. Una ricerca spaziale costante, messa in atto per mezzo della luce, scelta dall’artista come fondamento di tutta la sua produzione, si riflette tanto negli ambienti realizzati nei primi anni sessanta in collaborazione con Lucio Fontana e Giò Ponti, quanto nella produzione industriale di oggetti d’arredo.
Specchi, lampade, divani, sono alcuni degli oggetti realizzati, dove convive la diversità dei materiali impiegati. I Suoi ambienti immersivi, gli Environments hanno segnato la rivoluzione percettiva delle arti, insieme ai Concetti Spaziali di Lucio Fontana. In entrambi i casi l’intento era creare uno spaesamento spazio temporale attraverso la ricerca visiva di una possibile realtà altra, di uno stimolo che fosse funzionale alla percezione estetica dell’osservatore, che con la sua partecipazione attiva l’opera d’arte.
Accanto a esperienze internazionalmente note, come l’adesione al Gruppo Zero di Düsseldorf, vi sono gli innumerevoli interventi sul territorio italiano che, a partire dal capoluogo lombardo, hanno visto l’artista attiva per oltre cinquant’anni sia in realtà urbane che all’interno di spazi privati.
Definita come la “Scultrice della Luce”, la sua poetica vive oggi nei suoi progetti, nel modus operandi, che l’ha portata ad interrogarsi costantemente sulla funzione dell’opera d’arte nello spazio urbano a contatto con il pubblico.
Fondamentale poi, è stato il suo contributo artistico nella città siciliana di Gibellina a seguito del rovinoso terremoto che nel 1968 sconvolse la Valle del Belice. Nanda Vigo, insieme ad altri artisti italiani ed internazionali, aderì all’appello lanciato dal Sindaco di allora, Ludovico Corrao, di ricostruire la Città seguendo i canoni della memoria e della rinascita attraverso l’arte e la bellezza.
A Gibellina Vigo lascia le Tracce Antropomorfe, un’opera che si ingloba e che aderisce perfettamente al tessuto urbano, in una visione di recupero della memoria civile ed identitaria che era stata cancellata dal sisma. Nella sua vasta produzione ha abbracciato opere di architettura quanto quelle di design, arrivando alla soglia degli anni Duemila con la produzione dei “Light Project”, in cui la luce si fa materia e diviene protagonista assoluta del percorso creativo. In uno spazio di tempo che copre oltre cinquanta anni, Nanda Vigo ha saputo dominare la scena artistica italiana ed estera con un linguaggio unico ed identitario, non ascrivibile a nessuna corrente artistica precedente.
Uno degli aspetti più interessanti del suo percorso artistico si evidenzia nella mostra-evento dal titolo “Global Chronotopic Experience”, tenutasi a Milano nel 2018. In questa occasione Nanda Vigo crea un “ambiente cronotopico” utilizzando strumenti e materiali di produzione industriale quali i perspex e l’acciaio inox laminato. Nanda Vigo ha percorso il suo cammino culturale mantenendo sempre un rapporto interdisciplinare tra arte, design, architettura, ambiente, elaborando numerosi progetti come architetto, designer e artista sempre alla ricerca di nuove possibilità di indagine visuo-percettiva.
Le opere più celebri di Nanda Vigo
La designer Fernanda Enrica Leonia Vigo, nota come Nanda Vigo, è nata a Milano il 14 novembre 1936 e morta nella stessa città il 16 maggio 2020. Ha lasciato un'impronta indelebile muovendosi costantemente sul confine tra arte, design e architettura. Il filo conduttore di quasi tutte le sue opere è lo studio della luce, dello spazio e dei materiali riflettenti.
Opere d'arte e installazioni spazialiste
Influenzata dal Gruppo Zero e dallo Spazialismo di Lucio Fontana, Nanda Vigo ha creato opere d'arte che modificano la percezione dello spazio circostante.
I Cronotopi (dagli anni '60). Sono in assoluto le sue opere d'arte più famose. Si tratta di strutture metalliche che racchiudono vetri industriali stampati o zigrinati. La luce penetra all'interno del "cronotopo" e viene distorta, rifratta e moltiplicata, cambiando l'aspetto dell'opera a seconda della posizione dell'osservatore.
I Wall-Scrapers e Specchi (anni '70). Strutture da parete che utilizzano superfici specchianti combinate con luci al neon per creare l'illusione di una profondità infinita nella parete stessa.
Installazioni al Neon (dagli anni '80 in poi). Famose sono le sue sculture di luce monumentali e le serie geometriche realizzate con tubi catodici e neon colorati, che tracciano linee fluide o forme archetipiche (come piramidi o onde) nell'osservazione notturna.
Oggetti di Design Iconici
Nel campo del design industriale, Vigo ha collaborato con le più importanti aziende italiane, creando pezzi che sono oggi nei musei di tutto il mondo (come il Triennale Design Museum o il MoMA).
Lampada Golden Gate (1970) per Arredoluce. Una delle sue lampade più celebri, un lungo arco di metallo cromato, slanciato ed elegante, che integra un neon lungo la sua curva. Rappresenta la perfetta fusione tra scultura e illuminazione funzionale.
Lampada Utopia (1970) per Arredoluce. Una lampada da tavolo o da parete in cui il tubo al neon è parzialmente nascosto da una lamiera ondulata, creando un effetto di luce soffusa ed eterea.
Mobili della serie "Blok" (1970) per Acerbis. Una linea di mobili d'arredo (comò, tavoli) caratterizzati da forme geometriche pure e rigorose, spesso rivestiti con materiali specchianti o metallici.
Sedia Due Più (1971). Una sedia dalla struttura in tubolare metallico cromato sormontata da due vistosi rulli di pelliccia (vera o ecologica), che gioca sul contrasto estremo tra la freddezza del metallo e la morbidezza calda della seduta.
Architettura e "ambienti" d'Interni
Nanda Vigo considerava la casa come un'opera d'arte totale. Ha progettato interni rivoluzionari dove pareti, pavimenti e luci formavano un unico ecosistema sensoriale.
Lo Scarabeo sotto la foglia (1965-1968). Situata a Malo (Vicenza), questa casa fu originariamente progettata da Giò Ponti, ma Nanda Vigo ne curò interamente gli interni. Rivestì le pareti interne di piastrelle in ceramica lucida e inserì materiali sintetici (come la pelliccia sintetica) e specchi, creando un ambiente quasi fantascientifico.
Casa Museo Remo Brindisi (1971-1973). A Lido di Spina (Ferrara), Vigo ha progettato un'architettura unica che unisce un'abitazione privata a uno spazio espositivo. Gli interni sono dominati da una monumentale scala cilindrica e dall'uso del bianco totale alternato a vetri e specchi, per dare massimo risalto alle opere della collezione d'arte.
La Casa Gialla e la Casa Blu (anni '60/'70). Appartamenti privati milanesi in cui l'uso monocromatico del colore (pareti e luci totalmente blu o totalmente gialle) trasformava stanze normali in spazi d'avanguardia ipnotici.
Nel 1964 Nanda Vigo collaborò anche con Lucio Fontana per la realizzazione della celebre Ambiente spaziale all'interno della XIII Triennale di Milano, confermando la sua centralità nei movimenti di rottura artistica di quel decennio.
Un libro rilevante e significativo
La storica e critica d’arte Elena Gradini ha pubblicato un libro dal titolo Arte & design. La produzione artistica di Nanda Vigo (edito da LuoghInteriori nel 2024). Si tratta di un saggio fondamentale per comprendere una delle figure più poliedriche, avanguardiste e forse non sempre celebrate quanto meriterebbe nel panorama del contemporaneo italiano e internazionale, annovera la Prefazione di Elena Pontiggia e un saggio critico di Ettore Sottsass Jr.
Quanto segue mette in luce i punti di forza, la struttura e il valore di questa pubblicazione.
Scolpire lo spazio con la luce
Nanda Vigo non è stata semplicemente una designer o un'architetta; è stata un'esploratrice dello spazio e della percezione. Il merito più grande del saggio di Elena Gradini è quello di non voler incasellare a tutti i costi l'artista, ma di abbracciare la complessità della sua ricerca, che si muove fluidamente tra arte visiva, architettura d'interni e design industriale.
La luce come fondamento e struttura
Al centro dell'analisi di Gradini c'è il focus sull'elemento che ha guidato l'intera carriera di Nanda Vigo dagli anni Sessanta fino alla sua scomparsa nel 2020: la luce.
Il libro evidenzia chiaramente come per la Vigo la luce non fosse un semplice mezzo di illuminazione, ma una vera e propria materia da plasmare. Attraverso l'uso del neon, del vetro specchiante, del metallo cromato e del plexiglass, l'artista modificava la percezione sensoriale dello spettatore. Gradini ci accompagna in questo percorso, spiegando come le opere di Vigo fossero pensate per "stimolare il sé", trasformando l'ambiente quotidiano o urbano in un'esperienza interiore e quasi cosmica.
Le connessioni internazionali e il territorio
Altro aspetto molto riuscito del saggio è la ricostruzione del contesto storico e delle fitte reti di relazioni intessute dall'artista. L'autrice approfondisce il legame imprescindibile della Vigo con il Gruppo Zero di Düsseldorf (con artisti del calibro di Heinz Mack, Otto Piene e Günther Uecker) e il sodalizio sentimentale e professionale con Piero Manzoni. Tuttavia, il libro non si limita alla Milano degli anni d'oro o ai palcoscenici internazionali: Gradini fa un ottimo lavoro nel mappare gli interventi di Nanda Vigo sul territorio italiano, evidenziando progetti per spazi pubblici e residenze private che dimostrano come la sua arte fosse concepita per "popolare la quotidianità", agendo quasi come monadi effimere nel tessuto urbano.
Lo stile critico e divulgativo
Elena Gradini, docente di Storia dell’Arte negli Istituti Superiori e nella Facoltà “Istituto Restauro Roma”, adotta uno stile di scrittura rigoroso ma accessibile. Il testo non scivola mai nel tecnicismo accademico fine a sé stesso. Al contrario, adotta un modus operandi narrativo che svela non solo i progetti finiti, ma anche la genesi dei concetti, i retroscena dei sodalizi artistici e l'impatto emotivo che queste installazioni avevano (e hanno tuttora) sul pubblico.
Conclusione
Il libro di Elena Gradini è una lettura caldamente consigliata sia agli addetti ai lavori che agli appassionati di design del Novecento. Riesce a restituire la giusta statura a una pioniera – spesso schiacciata nei manuali dalle figure maschili del suo tempo – restituendoci il ritratto nitido e affascinante di una vera e propria "Scultrice della Luce".















